La risposta è più interessante di un semplice sì o no. Queste società non sono, nella maggior parte dei casi, proprietarie delle aziende nel senso tradizionale del termine. Gestiscono enormi quantità di denaro appartenente ai loro clienti, attraverso fondi comuni, ETF, fondi pensione e altri strumenti.
Il risultato, però, è sorprendente: attraverso questi investimenti possono diventare tra i maggiori azionisti di migliaia di società contemporaneamente.
E questa concentrazione del potere finanziario merita di essere capita.
Tre storie diverse, un unico fenomeno
Le tre società non sono nate insieme e nemmeno con lo stesso modello.
Vanguard nasce nel 1975 per iniziativa di John C. Bogle, ma la vera svolta arriva nel 1976, quando lancia il primo fondo indicizzato destinato agli investitori individuali, oggi noto come Vanguard 500 Index Fund. L'idea era quasi rivoluzionaria per l'epoca: anziché cercare continuamente di “battere il mercato”, acquistare un paniere molto ampio di azioni a costi estremamente contenuti.
Cinquant'anni dopo, quella che inizialmente sembrava una scommessa poco interessante è diventata uno dei pilastri della finanza mondiale. Nel 2025 Vanguard dichiarava oltre 50 milioni di investitori e un costo medio ponderato dello 0,07% per i propri fondi ed ETF statunitensi.
State Street Investment Management, invece, nasce nel 1978 all'interno del gruppo State Street. La sua grande rivoluzione arriva nel 1993 con il lancio dello SPDR S&P 500 ETF, comunemente conosciuto come SPY: il primo ETF statunitense e uno strumento destinato a trasformare radicalmente il modo di investire.
BlackRock è la più giovane delle tre. Viene fondata a New York nel 1988 da Larry Fink e altri sette soci, inizialmente con una forte specializzazione nella gestione del reddito fisso.
La sua crescita è stata alimentata non soltanto dai fondi, ma anche dalla tecnologia. Un esempio fondamentale è Aladdin, la piattaforma utilizzata per analisi del rischio, gestione dei portafogli e informazioni finanziarie.
Come sono diventate così grandi? Non comprando tutto
Qui bisogna correggere una delle idee più diffuse.
Se un ETF possiede azioni Apple, Microsoft, Coca-Cola o JPMorgan, quelle azioni appartengono economicamente agli investitori del fondo, non al patrimonio personale di BlackRock o Vanguard.
La società di gestione amministra il patrimonio per conto dei clienti.
Immaginiamo un ETF con 10 milioni di euro investiti e una partecipazione dell'1% in una società.
Se l'ETF appartiene a migliaia o milioni di investitori, il gestore può risultare formalmente tra i principali azionisti della società, pur non avendo “messo in tasca” quelle azioni.
Ed è proprio qui che nasce il fenomeno interessante.
Nel 2026, per esempio, documenti depositati presso la SEC mostrano contemporaneamente Vanguard, BlackRock e State Street tra i principali azionisti di grandi società quotate. In un caso, una società mostrava rispettivamente circa l'11,5% a Vanguard, l'8% a BlackRock e il 6% a State Street.
Non significa che i tre amministratori possiedano personalmente il 25% dell'azienda. Significa che i portafogli gestiti per conto dei loro clienti rappresentano quote molto importanti del capitale.
Ed è una distinzione fondamentale.
Il vero potere non è soltanto economico: è il voto
A questo punto emerge la questione più delicata.
Possedere azioni significa, normalmente, avere anche diritti di voto nelle assemblee.
Un grande gestore può quindi trovarsi a votare su questioni importanti: nomina degli amministratori, remunerazione dei vertici, operazioni societarie e altre decisioni di governance.
Questo crea una situazione particolare.
Da una parte, la concentrazione è il risultato apparentemente naturale di una rivoluzione positiva: fondi indicizzati economici, diversificazione, pensione integrativa e accesso ai mercati per milioni di piccoli risparmiatori.
Dall'altra, la crescita gigantesca degli asset gestiti ha prodotto una concentrazione del potere di voto che pochi decenni fa era molto meno evidente.
BlackRock, per esempio, dichiarava 14.000 miliardi di dollari di patrimonio in gestione al 31 dicembre 2025. State Street dichiarava 6.300 miliardi di dollari di asset under management al 30 giugno 2026, oltre a 57.900 miliardi di dollari di attività in custodia o amministrazione, che è però una categoria diversa e non va confusa con gli asset gestiti.
Sono numeri talmente grandi da rendere evidente il cambiamento strutturale della finanza.
La nostra teoria: non è un complotto, ma nemmeno un fenomeno da sottovalutare
La nostra interpretazione è questa: non serve immaginare una cabina di regia segreta per spiegare la concentrazione finanziaria.
È sufficiente osservare gli incentivi economici.
Milioni di persone cercano investimenti diversificati e poco costosi → gli ETF crescono → gli asset dei grandi gestori aumentano → i costi possono diminuire ulteriormente grazie alle economie di scala → i prodotti diventano ancora più competitivi → arrivano nuovi investitori.
È un vero e proprio effetto valanga.
Ma c'è un secondo effetto.
Più capitale viene concentrato nei grandi gestori, maggiore diventa la loro importanza nelle assemblee societarie e nel dialogo con i consigli di amministrazione.
Questo non significa automaticamente che “controllino il mondo”. Sarebbe una conclusione semplicistica.
Significa però che la struttura proprietaria delle grandi società moderne è diventata molto più istituzionale e concentrata.
E questa situazione pone una domanda legittima: se una parte enorme dei risparmi mondiali viene investita attraverso pochi grandi intermediari, chi decide come vengono esercitati quei diritti di voto?
È probabilmente questa, più che la semplice proprietà delle azioni, la questione sulla quale dovremmo concentrare maggiormente l'attenzione nei prossimi anni.
Conclusione operativa: cosa dovrebbe capire il piccolo risparmiatore?
Per il cittadino comune, la lezione non è necessariamente “stai lontano dagli ETF” o “queste società sono cattive”.
Anzi, la diffusione della gestione passiva ha contribuito a rendere la diversificazione molto più accessibile.
La lezione è un'altra: quando investiamo attraverso un fondo, non stiamo semplicemente comprando un prodotto finanziario. Stiamo entrando in una struttura molto più ampia, nella quale esistono anche problemi di governance, proprietà e potere di voto.
La finanza moderna è diventata estremamente efficiente, ma anche estremamente concentrata.
Capire questa trasformazione significa capire meglio il mondo nel quale investiamo, risparmiamo e costruiamo il nostro futuro economico.
Tu cosa ne pensi? La concentrazione del potere finanziario nelle mani dei grandi gestori è una naturale conseguenza del mercato oppure dovrebbe essere maggiormente regolamentata? Scrivilo nei commenti.




