Pagine

Visualizzazione post con etichetta stato. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta stato. Mostra tutti i post

giovedì 8 ottobre 2026

Stipendi fermi: perché in Italia lavorare rende sempre meno?

Per molti italiani c’è una sensazione difficile da ignorare: lo stipendio arriva ogni mese, ma sembra comprare sempre meno.

Non è soltanto una percezione. Negli ultimi decenni l’Italia ha avuto una crescita molto debole delle retribuzioni reali e, soprattutto dopo l’impennata dell’inflazione del 2022, il recupero del potere d’acquisto è stato molto lento.

Secondo l’OCSE, all’inizio del 2025 i salari reali italiani erano ancora del 7,5% inferiori rispetto all’inizio del 2021, prima della grande ondata inflazionistica. L’OCSE ha inoltre evidenziato che l’Italia è stata tra le economie avanzate maggiormente colpite dalla perdita di potere d’acquisto.

Ma perché succede?

Il problema non è soltanto l’inflazione

Immaginiamo un lavoratore che nel 2000 guadagnava 1.200 euro al mese e oggi guadagna 1.700 euro.

A prima vista sembrerebbe un buon aumento: circa il 42%.

Ma se nel frattempo il costo dei beni e dei servizi è aumentato in misura comparabile o superiore, quei 1.700 euro non rappresentano necessariamente una situazione migliore.

Questo è il punto fondamentale: bisogna distinguere tra salario nominale e salario reale.

Il primo è quello scritto sulla busta paga. Il secondo misura ciò che quello stipendio permette realmente di acquistare.

L'inflazione, quindi, non deve necessariamente far diminuire lo stipendio nominale per impoverire una famiglia. È sufficiente che i prezzi aumentino più velocemente dei redditi.

Ed è esattamente ciò che è accaduto negli ultimi anni.

L’OCSE rileva che nel 2025 i salari nominali stabiliti dai contratti collettivi sono cresciuti del 3,1%, ma i salari contrattuali reali erano ancora l’8,8% sotto il livello di gennaio 2021.

In altre parole: gli stipendi stanno aumentando, ma non abbastanza velocemente da recuperare completamente quello che è stato perso.

Il secondo problema: la produttività cresce troppo poco

Qui arriviamo probabilmente alla questione più importante.

Un’economia può aumentare stabilmente gli stipendi se aumenta anche la quantità di valore che ogni lavoratore riesce a produrre.

Se un'azienda investe in tecnologia, organizzazione, formazione e macchinari e un lavoratore riesce a produrre il doppio nello stesso tempo, esiste maggiore spazio economico per aumentare i salari.

Il problema italiano è che questa dinamica è stata per molto tempo debole.

La mia interpretazione è quindi questa: l’Italia ha costruito per decenni un equilibrio basato più sul contenimento dei costi che sulla crescita della produttività.

Molte piccole imprese hanno margini ridotti, investono poco in tecnologia e hanno difficoltà a crescere dimensionalmente. Dall'altra parte, il lavoratore ha spesso poca capacità contrattuale individuale e dipende dal rinnovo del proprio contratto collettivo.

Il risultato può essere un circolo vizioso:

bassa produttività → bassi margini → bassi aumenti salariali → poco consumo e poco investimento → crescita economica debole → nuova bassa produttività.

Non significa che gli imprenditori siano necessariamente responsabili o che aumentare gli stipendi per decreto risolva il problema. Significa che salari e produttività devono crescere insieme, altrimenti prima o poi il sistema entra in difficoltà.

Un altro problema: gli stipendi possono rimanere indietro per anni

C'è poi un meccanismo spesso sottovalutato: il ritardo nel rinnovo dei contratti collettivi.

A giugno 2026 l'ISTAT rilevava ancora 25 contratti collettivi in attesa di rinnovo, riguardanti circa 3,9 milioni di dipendenti. La situazione era comunque migliorata rispetto ai mesi precedenti.

Nel primo semestre 2026 le retribuzioni contrattuali sono cresciute mediamente del 2,6% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. È un aumento importante, ma non significa automaticamente recuperare tutto il potere d'acquisto perduto.

Ed è qui che emerge un paradosso.

Se i prezzi aumentano oggi e lo stipendio viene adeguato molto tempo dopo, il lavoratore subisce immediatamente l'aumento del costo della vita, mentre il recupero salariale arriva eventualmente più tardi.

In periodi di inflazione elevata questo meccanismo può diventare particolarmente pesante.

E allora cosa si dovrebbe fare?

A mio avviso, la soluzione non può essere semplicemente "aumentiamo gli stipendi".

Un aumento generalizzato deciso senza aumentare la produttività potrebbe infatti trasformarsi, almeno in parte, in maggiori costi per le imprese e successivamente in prezzi più elevati.

Servirebbe invece una strategia su più livelli.

Primo: ridurre il costo del lavoro senza ridurre lo stipendio netto. Se un'azienda spende 2.500 euro per un lavoratore che ne riceve 1.600 netti, c'è spazio per intervenire sul cuneo fiscale e contributivo.

Secondo: investire realmente nella produttività. Digitalizzazione, formazione, infrastrutture, ricerca, energia competitiva e imprese più grandi possono consentire di creare maggiore valore per ora lavorata.

Terzo: rinnovare più rapidamente i contratti collettivi, evitando che l'inflazione accumulata venga recuperata con anni di ritardo.

Quarto: collegare una parte della crescita della produttività alla retribuzione. Se un'impresa aumenta significativamente il valore prodotto per dipendente, una quota di quella crescita dovrebbe poter arrivare anche ai lavoratori.

La mia teoria, in sintesi, è che il problema italiano non sia semplicemente quello di avere "stipendi troppo bassi". È soprattutto quello di avere un'economia che da troppo tempo cresce troppo poco per permettere a salari, pensioni e redditi familiari di crescere stabilmente in termini reali.

E questo spiega anche perché aumentare occasionalmente bonus, detrazioni o trasferimenti possa aiutare una famiglia, ma non risolvere il problema alla radice.

La conclusione operativa

Per capire se stiamo davvero diventando più ricchi, non guardiamo soltanto quanto aumenta la nostra busta paga.

Guardiamo tre numeri:

quanto aumenta lo stipendio, quanto aumentano i prezzi e quanto aumenta la produttività.

Se guadagniamo il 3% in più ma il costo della vita aumenta del 5%, siamo più ricchi solo sulla carta.

Se invece salari e produttività crescono stabilmente più dell'inflazione, allora aumenta davvero il potere d'acquisto.

È questa, probabilmente, la vera sfida dell'economia italiana dei prossimi anni: non semplicemente creare più posti di lavoro, ma creare lavori capaci di produrre più valore e quindi di pagare meglio chi li svolge.

E tu cosa ne pensi? Gli stipendi italiani sono bassi soprattutto per colpa delle tasse, della produttività, delle imprese o delle politiche economiche? Scrivilo nei commenti.

mercoledì 2 settembre 2026

Il lavoro non è solo reddito: può essere una scuola di cittadinanza

Introduzione: e se la prevenzione della microcriminalità iniziasse dal lavoro?

Quando si parla di microcriminalità, disagio giovanile, vandalismo, marginalità sociale e difficoltà di integrazione, il dibattito tende spesso a concentrarsi su sicurezza, controlli e repressione.

Sono strumenti necessari, ma possiamo porci una domanda diversa: quanto potrebbe incidere, nel lungo periodo, un migliore rapporto tra giovani, formazione e lavoro?

La mia ipotesi è che il lavoro, quando è regolare, dignitoso e accompagnato da formazione, non produca soltanto reddito. Può insegnare una serie di comportamenti fondamentali per vivere nella società: rispettare gli orari, assumersi responsabilità, collaborare con persone diverse, rispettare regole condivise, ricevere un compenso per una prestazione e comprendere concretamente il rapporto tra ciò che si dà e ciò che si riceve.

Non significa certamente che chi non lavora sia incline alla criminalità. Sarebbe una generalizzazione ingiusta e priva di fondamento. Significa, piuttosto, che l'esclusione prolungata dal mondo della formazione e del lavoro può privare soprattutto i giovani di importanti occasioni di socializzazione e responsabilizzazione.

Il problema dei giovani che rimangono ai margini

Un dato è particolarmente interessante. Secondo Eurostat, nel 2025 in Italia la quota di giovani tra 15 e 29 anni che non lavoravano e non studiavano era pari al 13,3%, in forte diminuzione rispetto al 25,7% del 2015, ma ancora superiore alla media europea dell'11%.

Il dato non racconta, naturalmente, quanti di questi giovani siano realmente in una situazione di disagio. Un NEET può trovarsi temporaneamente fuori dal sistema educativo e dal mercato del lavoro per moltissime ragioni.

Ma esiste un principio economico e sociale interessante: più a lungo una persona rimane fuori dai circuiti produttivi e relazionali, più può diventare difficile rientrarvi.

Il lavoro crea infatti una rete di relazioni. Il giovane entra in contatto con colleghi, clienti, responsabili, fornitori e istituzioni. Impara che le proprie azioni producono conseguenze sugli altri.

È una forma di educazione pratica che la scuola, da sola, difficilmente può riprodurre completamente.

Lavorare giovani sì, sfruttare giovani no

Qui occorre fare una distinzione fondamentale.

Parlare di lavoro educativo non significa proporre di mandare ragazzi giovanissimi a lavorare al posto di studiare, né giustificare lavoro nero, sfruttamento o abbandono scolastico.

La normativa italiana prevede già strumenti che cercano di combinare formazione e lavoro. Il contratto di apprendistato di primo livello, disciplinato dal D.Lgs. 81/2015, può riguardare giovani dai 15 ai 25 anni ed è finalizzato anche al conseguimento di una qualifica o di un diploma professionale.

In generale, per lavorare in Italia occorre aver compiuto 16 anni e aver assolto l'obbligo scolastico; dai 15 anni è possibile, in determinate condizioni, l'apprendistato per la qualifica e il diploma professionale.

Questa impostazione contiene già un'idea interessante: formazione e lavoro non devono necessariamente essere mondi separati.

Immaginiamo, per esempio, un ragazzo di 17 anni che frequenti un percorso professionale e contemporaneamente svolga un'attività formativa in un'azienda. Potrebbe imparare un mestiere, ricevere una retribuzione, confrontarsi con adulti e coetanei e vedere concretamente il risultato delle proprie capacità.

Non sarebbe soltanto "un ragazzo che lavora". Sarebbe un giovane che comincia a percepirsi come parte attiva della comunità.

La mia teoria: lo scambio economico come educazione alla cittadinanza

È qui che possiamo formulare una teoria più ampia.

Una società funziona attraverso migliaia di scambi quotidiani. Io produco qualcosa, qualcun altro paga; qualcuno offre un servizio, qualcun altro lo utilizza; un'impresa assume un lavoratore e riceve una prestazione; il lavoratore riceve un reddito e lo utilizza per acquistare beni e servizi.

È un sistema di interdipendenza.

Supponiamo che un giovane guadagni 1.000 euro al mese. Non sono semplicemente 1.000 euro che entrano nel suo conto. Quel reddito può trasformarsi in affitto, cibo, trasporti, vestiti, tecnologia, tempo libero e imposte. Il denaro torna quindi continuamente nell'economia.

Il giovane scopre così qualcosa che nessuna lezione teorica può spiegare altrettanto bene: per ottenere risorse bisogna generalmente offrire valore a qualcun altro.

Naturalmente l'economia reale è molto più complessa e non esiste un perfetto equilibrio tra quanto ciascuno dà e quanto riceve. Esistono welfare, trasferimenti, pensioni, servizi pubblici e situazioni personali molto differenti.

Ma il principio educativo rimane potente.

Una persona che sperimenta presto il lavoro regolare può sviluppare più facilmente il senso del tempo, del denaro, della responsabilità e dello scambio. E soprattutto può costruire identità sociale e relazioni.

Questo potrebbe essere particolarmente importante nei contesti caratterizzati da marginalità, dispersione scolastica e scarse opportunità.

Non basta creare posti di lavoro: bisogna creare percorsi

Naturalmente il lavoro, da solo, non risolve la microcriminalità.

Un ragazzo può avere un lavoro e continuare ad avere problemi familiari, dipendenze, difficoltà psicologiche, cattive compagnie o altri fattori di rischio. Allo stesso modo, una persona disoccupata non è affatto automaticamente un problema per la società.

La vera opportunità potrebbe essere quindi costruire percorsi integrati: scuola, formazione professionale, sport, associazioni, apprendistato, orientamento e primo lavoro.

Non è un'idea puramente teorica. Il programma del Ministero del Lavoro dedicato all'ingresso dei giovani nel mercato del lavoro prevede già strumenti come orientamento, tutoraggio, formazione, tirocinio, apprendistato e servizio civile, rivolgendosi anche ai giovani più lontani dal mercato del lavoro.

La sfida potrebbe essere fare un passo ulteriore: considerare il primo contatto con il mondo produttivo non soltanto come una politica occupazionale, ma anche come una politica educativa e sociale.

Conclusione operativa: trasformare il primo lavoro in un investimento sulla persona

La domanda da porsi non dovrebbe essere soltanto: "Quanti posti di lavoro abbiamo creato?"

Dovremmo chiederci anche: "Quanti giovani abbiamo aiutato a sentirsi utili, responsabili e parte della società?"

Il lavoro regolare non è una medicina contro la criminalità e non deve diventare un sostituto della scuola o delle politiche sociali. Ma può essere uno degli strumenti attraverso cui una persona impara concretamente a stare nella società.

Per questo, a mio avviso, investire nell'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro significa investire contemporaneamente in reddito, competenze, autonomia, integrazione e senso di responsabilità.

E forse questa è una delle forme più intelligenti di prevenzione: non aspettare che un giovane venga escluso dalla società per poi chiedersi come recuperarlo, ma creare prima possibile occasioni concrete perché possa sentirsi parte dello scambio sociale.

Educazione finanziaria in pillole: ogni reddito nasce, direttamente o indirettamente, da uno scambio di valore. Imparare presto a comprendere il rapporto tra lavoro, reddito, consumo, risparmio e responsabilità può essere una delle basi più importanti per diventare adulti economicamente consapevoli.

Tu cosa ne pensi? Il lavoro può essere considerato anche uno strumento educativo e di integrazione sociale? Hai un'esperienza o un'opinione da condividere? Scrivila nei commenti.

venerdì 7 agosto 2026

Debito pubblico italiano: il vero problema non sono i 3.000 miliardi, ma la crescita che non arriva

Introduzione

L'Italia ha un debito pubblico superiore ai 3.000 miliardi di euro. A fine 2025 il debito delle Amministrazioni pubbliche era pari a circa 3.096 miliardi, corrispondenti al 137,1% del PIL. Nel 2026 il rapporto debito/PIL è previsto ancora in aumento, intorno al 138,5-138,6%.

Numeri enormi, difficili persino da immaginare. Ma c'è una domanda ancora più importante: questo debito può soffocare la crescita economica italiana?

La mia risposta è: sì, ma il debito non è necessariamente il problema numero uno. Il problema più pericoloso è la combinazione tra debito elevato e crescita economica troppo bassa.

Ed è proprio questa combinazione che può creare una sorta di circolo vizioso: poca crescita significa meno entrate e un PIL che aumenta lentamente; un debito elevato significa molti interessi da pagare; gli interessi limitano le risorse disponibili per investimenti e politiche economiche; meno investimenti possono significare ancora meno crescita.

Quanto ci costa realmente il debito?

Il debito pubblico non è un conto che lo Stato deve semplicemente "pagare" tutto insieme. È un debito che viene continuamente rifinanziato: quando arrivano a scadenza i vecchi titoli, lo Stato ne emette di nuovi.

Il problema, quindi, è soprattutto quanto costa finanziare quel debito.

Nel quadro tendenziale del Documento di finanza pubblica 2026, la spesa per interessi è indicata intorno al 4,1% del PIL nel 2026, dopo il 3,9% del 2025. Con un PIL nominale nell'ordine di 2.000 miliardi, significa una spesa per interessi nell'ordine di 80 miliardi di euro l'anno.

Per fare un esempio semplice: se un Paese spendesse 80 miliardi di interessi, sarebbe come destinare ogni anno una cifra superiore a 2.000 euro per abitante soltanto al costo finanziario del debito.

Naturalmente il confronto non significa che ogni cittadino paghi direttamente quella somma. Gli interessi sono una voce del bilancio pubblico e vengono finanziati attraverso le entrate dello Stato, comprese le imposte.

Ed è qui che il problema diventa economico: 80 miliardi destinati agli interessi non possono essere utilizzati contemporaneamente per altre finalità.

Il vero rischio: quando il debito cresce più dell'economia

Immaginiamo due Paesi.

Il primo ha un debito pari al 140% del PIL, ma cresce nominalmente del 5% ogni anno e riesce a mantenere sotto controllo il costo medio del debito.

Il secondo ha lo stesso debito, ma cresce nominalmente soltanto del 2%.

Il secondo Paese è molto più vulnerabile.

Perché? Perché il rapporto debito/PIL dipende non soltanto dalla quantità di debito, ma anche dalla capacità dell'economia di crescere.

L'Italia oggi si trova proprio davanti a questo problema. La Commissione europea prevede per il nostro Paese una crescita reale del PIL di appena 0,5% nel 2026, dopo lo stesso 0,5% nel 2025. Per il 2027 la previsione è appena dello 0,6%. Contemporaneamente il rapporto debito/PIL è previsto al 138,5% nel 2026 e al 139,2% nel 2027.

Questa è, a mio giudizio, la parte più preoccupante.

Un'economia che cresce lentamente deve comunque finanziare pensioni, sanità, stipendi pubblici, infrastrutture, istruzione, difesa e servizi. Se contemporaneamente deve destinare una quota crescente delle proprie risorse agli interessi sul debito, lo spazio per nuove politiche economiche si restringe.

Il debito può davvero "strozzare" la crescita?

Sì, ma non nel modo semplicistico con cui spesso viene raccontato.

Non è vero che "avere debito" significa automaticamente non poter crescere. Gli Stati possono avere debito elevato per molti anni senza entrare in crisi.

Il punto decisivo è il rapporto tra crescita economica, costo del debito e saldo primario.

Se lo Stato riesce a produrre un avanzo primario, cioè se incassa più di quanto spende prima degli interessi, può gradualmente stabilizzare il debito. Nel quadro del DFP 2026 il saldo primario italiano è previsto positivo e in miglioramento nei prossimi anni.

Ma c'è una difficoltà: un avanzo primario ottenuto semplicemente aumentando le tasse o riducendo gli investimenti può diventare controproducente.

Supponiamo, per esempio, che lo Stato voglia risparmiare 10 miliardi tagliando investimenti pubblici produttivi. Nel breve periodo i conti migliorano. Ma se quei 10 miliardi avrebbero contribuito a costruire infrastrutture, digitalizzazione, energia, trasporti o capitale umano, nel lungo periodo il PIL potrebbe crescere meno.

Ed ecco il paradosso: risparmiare oggi potrebbe rendere più difficile ridurre il debito domani.

Per questo la mia teoria è che l'Italia non abbia bisogno semplicemente di "tagliare la spesa". Ha bisogno soprattutto di spendere meglio e crescere di più.

Il problema numero uno dell'Italia è quindi il debito?

A mio giudizio, non esattamente.

Il debito è il grande amplificatore del problema, ma la malattia originaria è la crescita debole.

Se l'economia italiana riuscisse stabilmente a crescere del 2-2,5% reale, grazie a maggiore produttività, investimenti, occupazione qualificata e imprese più competitive, il peso del debito diventerebbe progressivamente più gestibile.

Al contrario, se il PIL continuasse a crescere intorno allo 0,5% e i tassi rimanessero relativamente elevati, anche un bilancio pubblico apparentemente sotto controllo potrebbe diventare più difficile da gestire.

Non è un caso che la Commissione europea abbia evidenziato nel 2026 un aumento della spesa per interessi e un differenziale interesse-crescita sfavorevole.

Il 22 aprile 2026 il Governo ha approvato il DFP 2026, documento che, nella nuova governance economica europea, rendiconta i progressi compiuti rispetto al piano strutturale di bilancio. Il Parlamento ha poi approvato la relativa risoluzione il 30 aprile.

Queste date sono importanti perché mostrano che il problema non è soltanto teorico: la sostenibilità dei conti pubblici è ormai inserita in un percorso di monitoraggio europeo pluriennale.

Conclusione operativa: la vera sfida è far crescere il denominatore

Quando sentiamo dire che "l'Italia ha 3.000 miliardi di debito", la tentazione è pensare che la soluzione consista semplicemente nel trovare 3.000 miliardi e restituirli.

Non funziona così.

La vera partita è far crescere il denominatore, cioè il PIL, più rapidamente del debito.

Per riuscirci servono produttività, investimenti privati e pubblici, infrastrutture efficienti, energia a costi competitivi, formazione, innovazione, occupazione e un sistema fiscale che non penalizzi eccessivamente chi produce reddito.

Il debito pubblico italiano è certamente un problema serio. Ma considero ancora più pericoloso uno scenario nel quale debito elevato + interessi elevati + crescita quasi zero diventino la normalità.

In quel caso lo Stato avrebbe progressivamente meno margine per affrontare una crisi, ridurre le tasse, finanziare nuovi investimenti o sostenere famiglie e imprese.

La domanda fondamentale, quindi, non dovrebbe essere soltanto: "Come riduciamo il debito?"

Dovremmo chiederci: "Come facciamo a far crescere l'economia italiana abbastanza da rendere il debito più sostenibile?"

Educazione finanziaria in pillole

Per capire la situazione dei conti pubblici basta ricordare una semplice regola: un debito elevato non è necessariamente insostenibile; diventa pericoloso quando cresce più velocemente della capacità di produrre reddito e quando il suo costo finanziario assorbe risorse sempre maggiori.

Per una famiglia è esattamente lo stesso principio: un mutuo da 200.000 euro può essere sostenibile con un reddito elevato e stabile, mentre anche un debito molto più piccolo può diventare problematico se il reddito diminuisce.

Hai un'opinione sul debito pubblico italiano o una domanda sui suoi effetti sulle tasse, sulle pensioni e sull'economia? Scrivila nei commenti.

lunedì 29 giugno 2026

Rottamazione quinquies: arrivano le comunicazioni dell'Agenzia. Ecco cosa controllare prima della prima rata

 

Per chi ha aderito alla Rottamazione quinquies, queste sono settimane decisive. Dopo la chiusura delle domande, avvenuta il 30 aprile 2026, l'attenzione si sposta sulle comunicazioni inviate dall'Agenzia delle Entrate-Riscossione, che indicano l'esito della richiesta, l'importo da versare e il piano di pagamento.

Si tratta di un passaggio fondamentale: leggere con attenzione la documentazione ricevuta permette di verificare che tutto sia corretto e di arrivare preparati alla prima scadenza di pagamento, fissata al 31 luglio 2026.

Vediamo quali controlli è opportuno effettuare e quali sono gli errori da evitare.

La comunicazione delle somme dovute: perché è importante leggerla con attenzione

Entro il 30 giugno 2026, l'Agenzia delle Entrate-Riscossione invia ai contribuenti che hanno presentato domanda la cosiddetta "Comunicazione delle somme dovute", prevista dalla Legge n. 199/2025 (Legge di Bilancio 2026).

Non si tratta di un semplice riepilogo, ma del documento ufficiale che contiene:

  • l'accoglimento (totale o parziale) della domanda;
  • l'elenco delle cartelle ammesse alla definizione agevolata;
  • l'importo complessivo da versare;
  • il numero delle rate richieste;
  • i bollettini di pagamento e il calendario delle scadenze.

Prima di archiviare la comunicazione è consigliabile verificare che tutte le cartelle indicate nella domanda siano effettivamente presenti. Può inoltre essere utile confrontare gli importi riportati con quelli risultanti dalla propria area riservata sul portale dell'Agenzia delle Entrate-Riscossione o con la documentazione già in proprio possesso.

Nel caso in cui emergano incongruenze, è opportuno rivolgersi tempestivamente a un professionista o richiedere chiarimenti all'Agente della riscossione, senza attendere la scadenza della prima rata.

Come funziona il pagamento e cosa succede se si sceglie la rateizzazione

La Rottamazione quinquies consente di estinguere i debiti affidati alla riscossione beneficiando dell'eliminazione delle sanzioni e degli interessi di mora, restando comunque dovute le imposte, i contributi e gli altri importi previsti dalla normativa.

Il contribuente può scegliere di pagare:

  • in un'unica soluzione, entro il 31 luglio 2026;
  • oppure mediante un piano di rateizzazione fino a 54 rate bimestrali, distribuite su circa nove anni, secondo quanto previsto dalla Legge n. 199/2025.

Facciamo un esempio.

Un contribuente riceve una comunicazione con un importo complessivo dovuto di 18.900 euro.

Se decide di pagare in un'unica soluzione, verserà l'intero importo entro il 31 luglio 2026.

Se invece opta per il pagamento rateale, riceverà un calendario con le scadenze delle singole rate. L'importo di ciascuna rata varierà in funzione del piano scelto e degli interessi eventualmente previsti dalla legge per la dilazione.

La possibilità di distribuire il pagamento su un periodo lungo rende l'adempimento più sostenibile per molte famiglie e piccole imprese, ma richiede una corretta pianificazione del bilancio familiare o aziendale.

Attenzione alle scadenze: perdere il beneficio può costare molto

Uno degli aspetti più delicati della definizione agevolata riguarda il rispetto delle scadenze.

Chi aderisce alla Rottamazione quinquies si impegna infatti a versare gli importi nei termini previsti dal piano comunicato dall'Agenzia delle Entrate-Riscossione.

Per questo motivo è consigliabile:

  • conservare con cura tutti i bollettini ricevuti;
  • annotare le date di pagamento sul proprio calendario;
  • verificare alcuni giorni prima della scadenza che il pagamento possa essere effettuato senza problemi.

Pensiamo al caso di una famiglia che ha programmato il pagamento della prima rata a fine luglio, confidando nell'accredito dello stipendio previsto pochi giorni prima. Un ritardo nell'accredito o una semplice dimenticanza potrebbero creare difficoltà evitabili con una corretta organizzazione.

È buona norma predisporre in anticipo la liquidità necessaria, evitando di arrivare all'ultimo giorno utile.

Non è il momento di abbassare la guardia

Molti contribuenti, dopo aver ricevuto l'accoglimento della domanda, pensano che la pratica sia ormai conclusa. In realtà è proprio adesso che inizia la fase più importante.

La definizione agevolata produce i suoi effetti solo se il piano di pagamento viene rispettato secondo quanto previsto dalla legge.

Vale quindi la pena dedicare qualche minuto a controllare la correttezza della comunicazione ricevuta, verificare che gli importi siano quelli attesi e organizzare fin da subito il calendario dei versamenti.

Un piccolo controllo oggi può evitare problemi amministrativi e finanziari nei prossimi anni.

Conclusione operativa

La Rottamazione quinquies rappresenta un'opportunità concreta per regolarizzare la propria posizione fiscale con condizioni più favorevoli rispetto alla riscossione ordinaria. Tuttavia, il beneficio non termina con la presentazione della domanda: la fase delle comunicazioni e dei pagamenti è altrettanto importante.

Se hai ricevuto la "Comunicazione delle somme dovute", verifica attentamente il contenuto, controlla che tutte le cartelle siano state correttamente inserite e programma fin d'ora la scadenza del 31 luglio 2026, così da evitare dimenticanze e mantenere i benefici previsti dalla definizione agevolata.

Educazione finanziaria in pillole

Quando si aderisce a un piano di pagamento pluriennale, è utile considerare ogni rata come una spesa fissa del proprio bilancio, al pari del mutuo o dell'affitto. Accantonare mensilmente la somma necessaria rende molto più semplice rispettare le scadenze e riduce il rischio di trovarsi in difficoltà al momento del versamento.

Hai ricevuto la comunicazione della Rottamazione quinquies o hai un dubbio sulla tua posizione? Scrivilo nei commenti.

venerdì 19 giugno 2026

Dichiarazione dei redditi 2026: gli errori che possono costarti caro e come evitarli

Ogni anno milioni di contribuenti italiani presentano la dichiarazione dei redditi pensando che sia una semplice formalità. In realtà, una detrazione dimenticata può far perdere centinaia di euro, mentre un dato inserito in modo errato può generare controlli, richieste di chiarimenti o addirittura sanzioni.

Con la campagna dichiarativa 2026 ormai entrata nel vivo, vale la pena capire quali sono gli errori più frequenti e come evitarli. Non si tratta solo di rispettare gli obblighi fiscali, ma anche di non lasciare soldi allo Stato che potrebbero restare legittimamente nelle tasche del contribuente.

Le scadenze da tenere sotto controllo

La prima regola è non arrivare all'ultimo momento. Anche se gran parte dei dati è oggi precaricata nella dichiarazione precompilata, il contribuente rimane responsabile delle informazioni trasmesse.

Per il modello 730 relativo ai redditi dell'anno precedente, la scadenza ordinaria è fissata al 30 settembre 2026, mentre il modello Redditi Persone Fisiche può essere trasmesso entro il 31 ottobre 2026, salvo eventuali proroghe stabilite dal legislatore.

Molti contribuenti attendono gli ultimi giorni e scoprono troppo tardi documenti mancanti o informazioni non corrette. Controllare con anticipo la propria posizione fiscale consente invece di correggere eventuali errori senza fretta.

Un esempio concreto: una famiglia che ha sostenuto 2.000 euro di spese mediche detraibili e dimentica di inserirle potrebbe rinunciare a circa 361 euro di beneficio fiscale, considerando la detrazione del 19% sulla parte eccedente la franchigia prevista dalla normativa.

La dichiarazione precompilata non è sempre perfetta

Negli ultimi anni l'Agenzia delle Entrate ha ampliato notevolmente il numero di dati presenti nella dichiarazione precompilata. Spese sanitarie, interessi del mutuo, premi assicurativi e molte altre informazioni vengono trasmesse automaticamente dagli enti interessati.

Tuttavia, "precompilata" non significa "infallibile".

Possono verificarsi ritardi nelle comunicazioni, errori materiali oppure situazioni particolari che il sistema non è in grado di interpretare correttamente.

Pensiamo a chi ha cambiato lavoro durante l'anno. In presenza di più Certificazioni Uniche, alcuni contribuenti credono erroneamente che il conguaglio sia già stato effettuato dal datore di lavoro. In realtà, potrebbero emergere imposte da versare o crediti da recuperare solo al momento della dichiarazione.

Per questo motivo è fondamentale confrontare i dati presenti nella precompilata con la documentazione effettivamente posseduta.

Le detrazioni che molti dimenticano

Uno degli errori più comuni consiste nel non sfruttare tutte le detrazioni e deduzioni consentite dalla legge.

Tra le spese che più frequentemente vengono trascurate troviamo:

  • spese sportive dei figli minorenni;
  • contributi versati per colf e badanti;
  • contributi previdenziali facoltativi;
  • erogazioni liberali a enti del Terzo Settore;
  • spese universitarie in determinati casi;
  • assegni periodici corrisposti all'ex coniuge quando deducibili.

Immaginiamo una persona che versa 3.000 euro annui a un fondo pensione complementare. Entro il limite previsto dalla normativa, tali somme possono essere dedotte dal reddito imponibile.

Se il contribuente ha un'aliquota marginale del 35%, il risparmio fiscale potenziale può superare i 1.000 euro. Dimenticare di indicare correttamente questi importi significa perdere un vantaggio economico significativo.

Naturalmente ogni situazione deve essere valutata caso per caso e sulla base della documentazione disponibile.

Attenzione ai controlli e alle sanzioni

Molti contribuenti ritengono che piccoli errori non abbiano conseguenze. In realtà i controlli fiscali sono sempre più automatizzati e basati sull'incrocio delle banche dati.

Quando emergono incoerenze, l'Agenzia delle Entrate può inviare comunicazioni per richiedere chiarimenti o documentazione integrativa.

Nel caso di imposte non versate, oltre al tributo possono essere applicati interessi e sanzioni. Fortunatamente esistono strumenti come il ravvedimento operoso, che consentono di regolarizzare spontaneamente alcune violazioni beneficiando di riduzioni delle sanzioni previste.

La conservazione dei documenti resta quindi fondamentale. Ricevute, fatture e attestazioni relative alle spese detraibili dovrebbero essere archiviate con cura per il periodo previsto dalla normativa fiscale.

Anche nell'era digitale, una documentazione ordinata può fare la differenza in caso di verifica.

Conclusione operativa

La dichiarazione dei redditi non dovrebbe essere considerata un semplice adempimento burocratico. È uno strumento che permette di verificare la propria posizione fiscale, recuperare agevolazioni spettanti e prevenire contestazioni future.

Prima di inviare la dichiarazione del 2026, dedica qualche minuto a controllare i dati precaricati, confrontarli con i tuoi documenti e verificare che tutte le spese detraibili e deducibili siano state correttamente inserite.

Educazione finanziaria in pillole

Pagare meno tasse in modo legale non significa trovare scorciatoie, ma conoscere le regole. Conservare i documenti durante l'anno e tenere traccia delle spese detraibili è una delle abitudini finanziarie più semplici e redditizie che un contribuente possa adottare.

Hai un dubbio? Scrivilo nei commenti.

martedì 7 febbraio 2023

Democrazia, governo e economia.

Quando si parla di economia, siamo sempre in un terreno delicato. Siamo molto vicino ad un argomento che preme e sta a cuore del cittadino comune.

La sua vita, i suoi interessi, il suo piacere e i suoi dolori si basano anche e, a volte, in gran parte su questo argomento.

Se poi ci spostiamo di qualche metro e ci inoltriamo nel territorio della politica, entriamo veramente in un campo minato che rischia di farci saltare in aria in un attimo.

Se si studiano le cavallette o le reazioni chimiche di alcuni minerali, il coinvolgimento emotivo come essere umano è minimo.

Se si esaminano le scelte economiche di un governo, è palese che ci troviamo in uno scenario da cui è difficile sentirsi degli osservatori neutrali. Non possiamo essere neutrali perchè NOI SIAMO dentro l'oggetto che stiamo studiando o esaminando.

Di certo, nei nostri moderni strumenti di comunicazione e informazione (TV, giornali, internet, radio o social network) tutto manca tranne la politica e l'economia. Sono anzi due colonne portanti della comunicazione moderna.
Eppure questi due importanti e per molti versi bellissimi argomenti, sono trattati in modo scialbo, superficiale e caotico. Sono proposti e affrontati in modi decisamente non all'altezza della loro importanza.

Ci si chiederà come mai affermiamo questo. Avremo modo in prossimi post di dimostrarlo. Anche se girovagando per il nostro blog, ci sono vari post che lo mostrano, anche se a volte in modo un pochino più indiretto.
Come qui (http://denaroedintorni.blogspot.com/2023/01/taglio-delle-accise-e-aumento-del-costo.html) nel nostro ultimo post sull'aumento dei carburanti. 

Il concetto base è che un governo dovrebbe essere un governo. E dovrebbe governare. Con tutto ciò che significa governare.
E se è ben comprensibile che governare significa ANCHE occuparsi dell'economia di una nazione, è altrettanto vero che non significa SOLO occuparsi dell'economia di una nazione.
Sarebbe come se un padre di famiglia pensasse che il suo ruolo di genitore si limitasse solamente a portare i soldi a casa e non far mancare nulla di beni e servizi ai membri della sua famiglia.
Chi ha il coraggio di dire che questo sia sufficiente?
In una certa misura, è suo compito anche occuparsi dell'educazione etica ed emotiva dei propri figli.
E, sicuramente, ci sono anche dei valori spirituali e sentimentali che vanno coltivati.
Che tra l'altro rappresentano la parte più degna di essere vissuta dell'avere una famiglia.

Purtroppo, oggi i governi non sono che pallide marionette collocate li da poteri e forze economiche talmente potenti che l'individuo comune fatica anche solo a capirlo. Un pò come quando si parla della vastità delle distanze fra le stelle. Leggiamo i dati numerici ma la cosa va oltre la nostra concreta capacità di farcene un'idea concreta.
Quando si legge che una multinazionale ha guadagnato MILIARDI di dollari, ci si chiedere cosa mai possa significare tutto ciò.
E' curioso che le grandi aziende private vivano producendo utili (per sè) mentre le organizzazioni pubbliche e statali vivano perennemente con una spada che penzola sopra di loro chiamata DEBITO.

La risposta viene data fin dagli studi universitari o addirittura dalle scuole superiori: qualunque organizzazione pubblica è difettosa e inefficiente per natura mentre le organizzazioni private sono efficienti per definizioni.
Questo è l'assioma (legge basilare quasi indimostrabile e da prendere come dato di fede) che circola da decenni nel mondo politico che ha portato a vendere importanti strutture pubbliche a gruppi privati sotto la grande campagna promozionale delle PRIVATIZZAZIONI.

La democrazia era una meta. Una meta di libertà. Libertà di discutere della città. La democrazia era il potere al popolo. Che potesse discutere dei temi importanti della polis, della città.
Ma ora i temi importanti della città vengono discussi neanche più dai politici ma dagli ESPERTI. Perchè i politici non hanno il tempo di studiare e formarsi dovendo partecipare a meeting, riunioni, campagne elettorali, cene di mediazione e rappresentanza.
Così la democrazia viene svuotata di significato.

E l'economia diventa una scienza oscura che parla di cose che il cittadino medio non capisce.

Volevamo solo avvisare il lettore che questo non accade a caso ma è senzientemente voluto da qualcuno che ha l'interesse di governare l'economia senza che nessuno capisca cosa sta facendo.

L'unica arma a disposizione del cittadino è la conoscenza.
Solo la conoscenza apre le porte alla possibilità di essere liberi.
Il possesso di beni e la ricchezza non danno la libertà. Ti danno solo una prigione con tutti i confort.

Dicci cosa ne pensi nei commenti.
GRAZIE PER L'ATTENZIONE.

giovedì 12 gennaio 2023

Taglio delle "accise" e aumento del costo di benzina e gasolio: la verità!

E' l'argomento del giorno.
E come spesso succede nel mondo di oggi, quando un argomento assurge agli onori della cronaca diventa virale e si diffonde dappertutto in modo incontrollato.
A prescindere dal suo reale valore informativo.

Sembra quasi che, quando un argomento è trattato da tutti i tg, giornale e siti, ogni persona sia costretta a dire qualcosa a riguardo.

Altrimenti non si è "informati".
Bene.
Vogliamo fare un pò di chiarezza sul prezzo dei carburanti, del loro continuo aumento e queste fantomatiche, ormai primedonne "ACCISE"?

Innanzitutto cosa sono le accise? Nella lingua italiana "accisa" è una parola che indica un particolare tipo di tassa che lo stato o il governo applica a determinati beni di consumo. Ad esempio l'alcool etilico, gli zuccheri e i prodotti petroliferi. E' una tassa. Semplice.

Oramai sappiamo quasi tutti che il prezzo della benzina (gasolio) nella pompa sotto casa in cui ci riforniamo è composta da DUE elementi fondamentali: il costo reale (industriale e commerciale) della benzina (gasolio) e il costo delle tasse che pesano su quel bene.
Per ogni litro di benzina (gasolio) che compriamo vi sono queste due componenti fondamentali di costo.

Perchè vi è questa tassa? Per lo stesso motivo per cui esistono tutte le tasse.
E forse è proprio su questo punto che occorrerebbe che i nostri geni politici e gli ancor più geniali studiosi e appassionati di politica (giornalisti, esperti, politologi e via discorrendo) dovrebbero riflettere e argomentare.
A COSA MAI SERVONO LE TASSE?

La prima risposta (quella scolastica e quella automatica senza pensare) è che le tasse servano a dare risorse al governo (lo stato) per pagare tutto ciò che uno stato o servizio pubblico eroga al cittadino.
In parole povere, le tasse servirebbero a pagare i servizi sanitari pubblici, i servizi di polizia, la magistratura, le scuole, gli stipendi di tutti i dipendenti statali, gli investimenti in infrastrutture pubbliche e via di questo passo.
Se lo stato quindi non ha i soldi per fare qualcosa (tipo aiutare i suoi cittadini in difficolà causa questo terribile periodo di crisi energetica), se li procura tramite le tasse.
Insomma SEMBREREBBE che le tasse siano una sorta di stipendio dello stato. Se lo stipendio non basta per tutte le necessità della famiglia, bisogna chiedere un aumento di stipendio. Così lo stato giustifica l'aumento delle tasse.

Ma se lo stipendio dello stato viene pagato dai cittadini con le loro tasse, quando lo stato ha bisogno di più soldi deve aumentare le tasse. Giusto? Sembrerebbe sia così. 
Ma di questo parleremo in un altro articolo. Per mostrare che quanto sopra esposto non è proprio corretto e da moltissimi anni alle persone viene raccontata una favola (viene insegnata anche all'università agli studenti di economia) che permette a qualcuno di guadagnare un sacco di soldi. Quindi tenete a mente questo punto....

Tornando al discorso delle accise, abbiamo oggi (fonte sito del ministero https://carburanti.mise.gov.it/) un prezzo medio self service di 1,82 per la benzina e 1,87 per il gasolio.
Prezzo del petrolio sui mercati? 77,52 dollari al barile (petrolio WTI, fonte www.money.it).
Bene.

Dicono che il prezzo del carburante sia salito per colpa della guerra Ucraina/Russia e di tutte le conseguenze economico-politiche del conflitto, compreso l'equilibrio del costo delle materie prime come gas e petrolio. Già....... Ma è così?

Avevo pensato di elencare tutta una serie di prezzi della benzina (usata come parametro ma è lo stesso con il gasolio). E quindi usando le tabelle di questi due siti
avevo elencato tutta una serie di relazione fra i prezzi.
Ma poi ho pensato che così non fosse abbastanza chiaro e ho preso dei casi estremi.
CASI:
Gennaio 2023: prezzo benzina 1,82 € - prezzo petrolio 77,5 $
Luglio 2006: prezzo benzina 1,37 € - prezzo petrolio 76,80 $
Febbraio 2016 - prezzo benzina 1,37 € - prezzo medio 28,30 $
Febbraio 2009 - prezzo benzina 1,14 € - prezzo petrolio 36,99 $.
Giugno 2008 - prezzo medio benzina 1,51 € - prezzo petrolio 140,58 $

Cosa si deduce da tutti questi esempi?
Che non vi è una relazione diretta (al punto da giustificare i cambi di prezzo alla pompa) fra prezzo benzina e prezzo petrolio. Vediamo che a volte il prezzo del petrolio è alto e il prezzo della benzina basso e viceversa.
il caso più eclatante lo abbiamo paragonando il costo benzina di oggi (1,82 €) con il costo benzina del luglio 2006 (1,37 €) con praticamente il prezzo del petrolio uguale. Come si spiega?
Oppure il caso del prezzo dello scorso giugno 2023 (2,03 € al litro) con un prezzo del petrolio di 116 dollari al barile. Se andiamo indietro e prendiamo altri momenti in cui il petrolio costava così, vediamo che nell'aprile 2011 la benzina costava 1,54 € e nell'aprile 2008 addirittura 1,37€.


Ma avevamo deciso di parlare anche di accise.
Anche perchè nel prezzo di cui stiamo parlando una componente importante sono i prelievi fiscali dello stato.
Una pagina del ministero dell'economia, ci aiuta in questo
Qui vediamo come si compone il prezzo.
Prima del famoso primo taglio delle accise del governo Draghi (Marzo 2022), sul prezzo industriale della benzina (usiamo sempre questa come parametro ma nel sito si può vedere anche per il gasolio e per il GPL) venivano aggiunte sempre 0,728 € per litro di accise + l'iva per un 18,03% del costo petrolio.
Ad esempio a febbraio 2022 il costo industriale della benzina era di 0,786 € per litro (comprensivo dei compensi per la compagnia petrolifera e il distributore locale). A questo costo di aggiunge l'accisa complessiva di 0,728 € e l'iva di 0,333 € per litro. Che ci porta ad un costo complessivo della benzina alla pompa di 1,848 € (trascuriamo gli arrotondamenti).
Quindi?
COSTO BENZINA totale 1,848 (100%)
costo industriale benzina 0,786 (42,6%)
prelievo fiscale dello stato 1.061 (57,4%)

1 € a litro va allo stato.
Da aprile fino a novembre 2022 sono stati confermati gli sconti di marzo e quindi il prelievo dello stato è passato dal 57,4% al 46,4%.
A dicembre il taglio delle accise è diminuito e sappiamo tutti che a gennaio lo sconto sulle accise è stato ulteriormente defalcato.

Vi invito però a riflettere anche sul fatto che nel corso del tempo, il peso di queste accise (lasciamo perdere quando sono state imposte per la prima volta e le motivazioni storiche.....) è comunque cresciuto dal 1996 ad oggi.
29 anni fa per ogni litro pagavamo 0,526 di accise (non contiamo l'iva).
Aumentate nel 1999 a 0,542 €.
E poi aumentate nel 2004 a 0,558 €.
E poi aumentate nel 2005 a 0,564 €.
E poi aumentate varie volte negli anni fino a 0,728 nel 2012. costo che si è tenuto fermo fino praticamente a oggi.
Così come è ovviamente cresciuto il prelievo IVA che essendo in percentuale, cresce con il crescere del prezzo della benzina. 

Insomma, fate le vostre riflessioni.
Quello che ho capito io è che l'intervento dello stato è FONDAMENTALE per determinare il prezzo dei carburanti. Più di quanto lo siano le variazioni del prezzo del petrolio sul mercato. Che ha una influenza minima (e comunque sempre ritardata) sul costo alla pompa.
Perchè se il petrolio schizza verso l'alto oggi, è ovvio che la benzina che abbiamo alle pompe sia stata prodotto da petrolio estratto e lavorato mesi e mesi e mesi prima. E che l'aumento del petrolio dovrebbe riflettersi, al limite, sul costo della benzina che verrà raffinata da quel petrolio.
Il resto è SPECULAZIONE (non certo dei benzinai, che sono lavoratori come qualsiasi cittadino dotato di partita iva), MERCATO DROGATO (a favore delle solite lobby) e SCELTE POLITICHE.
Ovviamente il tutto confuso e mischiato con la nebbia per non far capire niente al comune cittadino.

Commenta e di la tua per farci capire se l'articolo e le sue informazioni ti sono piaciute o le ritieni utili.

GRAZIE PER L'ATTENZIONE.

martedì 8 novembre 2022

Cosa è il pareggio di bilancio di uno stato?

Mi ha sempre colpito come, in certi frangenti, determinate parole o concetti base tendano a diventare "famosissimi" e quindi essere sulla bocca di tutti.

Per poi attendere la fine di quella moda e tornare nell'anonimato.
Un pò come succede per molti cantanti, gruppi musicali, starlette o attori/attrici.

In un momento non li conosce nessuno.
In un altro momento ne parlato tutti, anche in un modo esagerato.
In un altro momento ancora, nessuno (se non gli addetti ai lavori) ne parla più.

Certi concetti economici e/o finanziari ripercorrono lo stesso schema.

Relegati nei libri di economia prima, sulla bocca di tutti dopo e di nuovo dimenticati.

Uno di questi concetti è il pareggio di bilancio.
Soprattutto in contesto pubblico. I TG, i giornali e i talk show ne parlano.

Il Rispetto dei Parametri è un altro termine che simboleggia e affianca il pareggio di bilancio.

A parte che il nome stesso, Rispetto dei Parametri, ricorda fin troppo un altisonante nome dato ad una divinità, la domanda è sempre: CHI STABILISCE CHI SIANO I SACRI PARAMETRI DA RISPETTARE?

Ovviamente gli esperti. Che poi non si sa mai chi siano costoro, oscuri trafficanti di normative sepolti in qualche ufficio periferico di Bruxelles. Chissà....

Ma parlavamo di pareggio di bilancio. 
Un pareggio di bilancio è semplicemente, in un rendiconto di entrate e uscite, una situazione in cui, appunto, vi è una corrispondenza o esattezza fra le uscite e le entrate.

Semplice? Certo. Ma non fidiamoci dell'apparenza.

In bilancio finanziario (sia che parliamo di azienda che di una famiglia che di un ente pubblico) ci sono molti fattori non oggettivi che determinano cosa è un entrata e cosa un uscita.

A livello basico non vi è complessità. Una uscita è una perdita di denaro, una entrata è un afflusso di denaro.
Ma quando si valutano situazione complesse, determinare cosa si una perdita o un'uscita è più complesso. E si fanno valutazioni. Al punto che gli enti preposti al controllo continuano a emettere regole per stabilire una certa oggettività di valutazione.
Ma ciò non toglie che queste regole siano sempre e soltanto accordi.

Per uno stato, pareggio di bilancio vuol dire che le uscite statali sono state pari alle entrate statali. E quindi questo può sembrare una cosa buona.
Ma non lo è necessariamente.

Se infatti osserviamo che le spese di uno stato diventano la ricchezza di aziende e privati (sono servizi erogati al cittadino) e se osserviamo che le entrate di uno stato sono ricchezza di aziende e privati che vengono portate via (le tasse), allora si capisce che in un bilancio in pareggio, uno stato da al cittadino quanto un cittadino da allo stato.

Il che sembrerebbe giusto. Ma significa solo che lo stato non sta creando ricchezza. E questo porta al fatto che se un popolo, una nazione vuole crescere, tale crescita debba arrivare SOLAMENTE dalle maggiori entrate del cittadino stesso.

Lo stato non contribuisce all'economia. Questo è un pareggio di bilancio. Egli tanto prende e tanto da.
Questo può piacere a qualcuno ma occorre osservare che in questo modo tutta, e diciamo tutta, l'iniziativa di crescita è demandata al privato.
Che, quando non è organizzato, non può attuare delle iniziative valide per la crescita.

Un esempio semplice semplice sono gli investimenti strutturali. CHE NON POSSONO ESSERE FATTI DA UN PRIVATO, per quanto sia ricco e grande.
Come fa un privato a costruire strade, a creare linee ferroviarie o a determinare costi di trasporto più abbordabili (si veda in Sardegna il problema della continuità territoriale?).

Qui si scontrano 2 visioni dell'economia. Da una parte quella keynesiana in cui si sostiene che anche in una economia di mercato, lo stato è fondamentale per gli investimenti pubblici. Dall'altra quella neo-liberista in cui si sostiene che lo stato deve di fatto scomparire e farsi da parte, lasciando ai mercati tutto il potere.

Ovviamente non nasconderemo che riteniamo questa seconda visione sbagliata. Non vogliamo essere imparziali. Avremo modo di dimostrarlo.

GRAZIE PER L'ATTENZIONE.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...