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mercoledì 2 settembre 2026

Il lavoro non è solo reddito: può essere una scuola di cittadinanza

Introduzione: e se la prevenzione della microcriminalità iniziasse dal lavoro?

Quando si parla di microcriminalità, disagio giovanile, vandalismo, marginalità sociale e difficoltà di integrazione, il dibattito tende spesso a concentrarsi su sicurezza, controlli e repressione.

Sono strumenti necessari, ma possiamo porci una domanda diversa: quanto potrebbe incidere, nel lungo periodo, un migliore rapporto tra giovani, formazione e lavoro?

La mia ipotesi è che il lavoro, quando è regolare, dignitoso e accompagnato da formazione, non produca soltanto reddito. Può insegnare una serie di comportamenti fondamentali per vivere nella società: rispettare gli orari, assumersi responsabilità, collaborare con persone diverse, rispettare regole condivise, ricevere un compenso per una prestazione e comprendere concretamente il rapporto tra ciò che si dà e ciò che si riceve.

Non significa certamente che chi non lavora sia incline alla criminalità. Sarebbe una generalizzazione ingiusta e priva di fondamento. Significa, piuttosto, che l'esclusione prolungata dal mondo della formazione e del lavoro può privare soprattutto i giovani di importanti occasioni di socializzazione e responsabilizzazione.

Il problema dei giovani che rimangono ai margini

Un dato è particolarmente interessante. Secondo Eurostat, nel 2025 in Italia la quota di giovani tra 15 e 29 anni che non lavoravano e non studiavano era pari al 13,3%, in forte diminuzione rispetto al 25,7% del 2015, ma ancora superiore alla media europea dell'11%.

Il dato non racconta, naturalmente, quanti di questi giovani siano realmente in una situazione di disagio. Un NEET può trovarsi temporaneamente fuori dal sistema educativo e dal mercato del lavoro per moltissime ragioni.

Ma esiste un principio economico e sociale interessante: più a lungo una persona rimane fuori dai circuiti produttivi e relazionali, più può diventare difficile rientrarvi.

Il lavoro crea infatti una rete di relazioni. Il giovane entra in contatto con colleghi, clienti, responsabili, fornitori e istituzioni. Impara che le proprie azioni producono conseguenze sugli altri.

È una forma di educazione pratica che la scuola, da sola, difficilmente può riprodurre completamente.

Lavorare giovani sì, sfruttare giovani no

Qui occorre fare una distinzione fondamentale.

Parlare di lavoro educativo non significa proporre di mandare ragazzi giovanissimi a lavorare al posto di studiare, né giustificare lavoro nero, sfruttamento o abbandono scolastico.

La normativa italiana prevede già strumenti che cercano di combinare formazione e lavoro. Il contratto di apprendistato di primo livello, disciplinato dal D.Lgs. 81/2015, può riguardare giovani dai 15 ai 25 anni ed è finalizzato anche al conseguimento di una qualifica o di un diploma professionale.

In generale, per lavorare in Italia occorre aver compiuto 16 anni e aver assolto l'obbligo scolastico; dai 15 anni è possibile, in determinate condizioni, l'apprendistato per la qualifica e il diploma professionale.

Questa impostazione contiene già un'idea interessante: formazione e lavoro non devono necessariamente essere mondi separati.

Immaginiamo, per esempio, un ragazzo di 17 anni che frequenti un percorso professionale e contemporaneamente svolga un'attività formativa in un'azienda. Potrebbe imparare un mestiere, ricevere una retribuzione, confrontarsi con adulti e coetanei e vedere concretamente il risultato delle proprie capacità.

Non sarebbe soltanto "un ragazzo che lavora". Sarebbe un giovane che comincia a percepirsi come parte attiva della comunità.

La mia teoria: lo scambio economico come educazione alla cittadinanza

È qui che possiamo formulare una teoria più ampia.

Una società funziona attraverso migliaia di scambi quotidiani. Io produco qualcosa, qualcun altro paga; qualcuno offre un servizio, qualcun altro lo utilizza; un'impresa assume un lavoratore e riceve una prestazione; il lavoratore riceve un reddito e lo utilizza per acquistare beni e servizi.

È un sistema di interdipendenza.

Supponiamo che un giovane guadagni 1.000 euro al mese. Non sono semplicemente 1.000 euro che entrano nel suo conto. Quel reddito può trasformarsi in affitto, cibo, trasporti, vestiti, tecnologia, tempo libero e imposte. Il denaro torna quindi continuamente nell'economia.

Il giovane scopre così qualcosa che nessuna lezione teorica può spiegare altrettanto bene: per ottenere risorse bisogna generalmente offrire valore a qualcun altro.

Naturalmente l'economia reale è molto più complessa e non esiste un perfetto equilibrio tra quanto ciascuno dà e quanto riceve. Esistono welfare, trasferimenti, pensioni, servizi pubblici e situazioni personali molto differenti.

Ma il principio educativo rimane potente.

Una persona che sperimenta presto il lavoro regolare può sviluppare più facilmente il senso del tempo, del denaro, della responsabilità e dello scambio. E soprattutto può costruire identità sociale e relazioni.

Questo potrebbe essere particolarmente importante nei contesti caratterizzati da marginalità, dispersione scolastica e scarse opportunità.

Non basta creare posti di lavoro: bisogna creare percorsi

Naturalmente il lavoro, da solo, non risolve la microcriminalità.

Un ragazzo può avere un lavoro e continuare ad avere problemi familiari, dipendenze, difficoltà psicologiche, cattive compagnie o altri fattori di rischio. Allo stesso modo, una persona disoccupata non è affatto automaticamente un problema per la società.

La vera opportunità potrebbe essere quindi costruire percorsi integrati: scuola, formazione professionale, sport, associazioni, apprendistato, orientamento e primo lavoro.

Non è un'idea puramente teorica. Il programma del Ministero del Lavoro dedicato all'ingresso dei giovani nel mercato del lavoro prevede già strumenti come orientamento, tutoraggio, formazione, tirocinio, apprendistato e servizio civile, rivolgendosi anche ai giovani più lontani dal mercato del lavoro.

La sfida potrebbe essere fare un passo ulteriore: considerare il primo contatto con il mondo produttivo non soltanto come una politica occupazionale, ma anche come una politica educativa e sociale.

Conclusione operativa: trasformare il primo lavoro in un investimento sulla persona

La domanda da porsi non dovrebbe essere soltanto: "Quanti posti di lavoro abbiamo creato?"

Dovremmo chiederci anche: "Quanti giovani abbiamo aiutato a sentirsi utili, responsabili e parte della società?"

Il lavoro regolare non è una medicina contro la criminalità e non deve diventare un sostituto della scuola o delle politiche sociali. Ma può essere uno degli strumenti attraverso cui una persona impara concretamente a stare nella società.

Per questo, a mio avviso, investire nell'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro significa investire contemporaneamente in reddito, competenze, autonomia, integrazione e senso di responsabilità.

E forse questa è una delle forme più intelligenti di prevenzione: non aspettare che un giovane venga escluso dalla società per poi chiedersi come recuperarlo, ma creare prima possibile occasioni concrete perché possa sentirsi parte dello scambio sociale.

Educazione finanziaria in pillole: ogni reddito nasce, direttamente o indirettamente, da uno scambio di valore. Imparare presto a comprendere il rapporto tra lavoro, reddito, consumo, risparmio e responsabilità può essere una delle basi più importanti per diventare adulti economicamente consapevoli.

Tu cosa ne pensi? Il lavoro può essere considerato anche uno strumento educativo e di integrazione sociale? Hai un'esperienza o un'opinione da condividere? Scrivila nei commenti.

martedì 1 settembre 2026

Addio contanti? Come stanno cambiando i pagamenti e il nostro modo di usare il denaro

Introduzione

Per molti italiani pagare significa ancora prendere il portafoglio, tirare fuori una banconota o una carta e concludere l'acquisto. Ma dietro questo gesto apparentemente banale si sta verificando una trasformazione molto più profonda: il denaro sta diventando sempre più digitale.

Carte contactless, smartphone, bonifici istantanei, app bancarie e pagamenti online stanno rapidamente modificando le nostre abitudini. E il cambiamento non riguarda soltanto i giovani o chi fa acquisti su Internet.

Secondo i dati più recenti della Banca d'Italia, nel 2025 i pagamenti alternativi al contante sono cresciuti del 13% in volume rispetto all'anno precedente. Le carte rappresentano oltre il 70% dei pagamenti digitali e circa un quarto delle operazioni al POS viene ormai effettuato attraverso dispositivi mobili. Anche i bonifici istantanei sono diventati sempre più importanti, arrivando a rappresentare circa il 24% dei bonifici SEPA.

La domanda, quindi, non è più se i pagamenti digitali cresceranno. La vera domanda è: come cambieranno il nostro rapporto con il denaro nei prossimi anni?

Il contante non è morto, ma sta cambiando ruolo

Dire che il contante sta scomparendo sarebbe però sbagliato.

In Italia continua ad avere un ruolo importante, soprattutto per gli acquisti di importo ridotto. Le indagini sulle abitudini dei consumatori mostrano tuttavia una progressiva riduzione del suo utilizzo, accompagnata dalla crescita delle carte e dei pagamenti tramite smartphone.

Immaginiamo una persona che qualche anno fa prelevava 300 euro all'inizio del mese e utilizzava quelle banconote per buona parte delle spese quotidiane. Oggi potrebbe prelevare soltanto 50 o 100 euro e utilizzare la carta o lo smartphone per quasi tutto il resto.

Questo cambiamento produce anche un effetto psicologico.

Quando spendiamo una banconota da 50 euro, vediamo fisicamente diminuire il denaro nel portafoglio. Quando invece paghiamo 12,80 euro avvicinando lo smartphone al POS, la sensazione della spesa può essere molto meno evidente.

Ed è proprio qui che la tecnologia può diventare contemporaneamente una comodità e un rischio per il bilancio familiare.

Bonifici istantanei: il denaro viaggia sempre più velocemente

Una delle trasformazioni più importanti riguarda i bonifici.

Grazie alla normativa europea sui pagamenti istantanei, il trasferimento di denaro è diventato sempre più rapido e sicuro. Una delle novità più importanti è entrata in vigore il 9 ottobre 2025, quando è diventato operativo per i bonifici SEPA il servizio di verifica del beneficiario, conosciuto come Verification of Payee.

Prima di effettuare un bonifico, il sistema può verificare la corrispondenza tra il nome del beneficiario e l'IBAN indicato, aiutando a individuare errori o tentativi di frode.

Questo è particolarmente importante perché la velocità ha un rovescio della medaglia.

Se inviamo 1.000 euro con un bonifico tradizionale, abbiamo magari più tempo per accorgerci di un errore. Con un bonifico istantaneo, invece, il denaro può arrivare praticamente subito.

Per questo motivo la digitalizzazione dei pagamenti non significa semplicemente “pagare più velocemente”. Significa anche imparare a gestire il denaro con maggiore attenzione.

Il vero problema non sarà la tecnologia, ma il comportamento

Qui possiamo fare una considerazione più ampia.

La mia teoria è che nei prossimi anni la differenza tra chi gestirà bene il proprio denaro e chi avrà difficoltà finanziarie dipenderà sempre meno dalla capacità di utilizzare una banca e sempre più dalla capacità di controllare il proprio comportamento finanziario.

Pensiamo a una famiglia con 2.000 euro di entrate mensili.

Se utilizza il contante, potrebbe avere la percezione di avere ancora 500 euro disponibili perché li vede materialmente nel portafoglio.

Con carte, smartphone e pagamenti automatici, invece, potrebbe effettuare dieci acquisti da 15-30 euro senza quasi accorgersene. Alla fine del mese, quelle piccole spese potrebbero essere diventate 250-300 euro.

Non è colpa della carta.

Il problema è l'assenza di controllo.

La tecnologia rende il pagamento più semplice, ma non rende automaticamente più semplice risparmiare.

Anzi, potrebbe accadere il contrario: più il pagamento diventa invisibile, rapido e indolore, maggiore sarà la necessità di utilizzare strumenti di controllo come notifiche bancarie, budget mensili e monitoraggio delle spese.

E la sicurezza?

Un altro aspetto fondamentale è quello delle frodi.

La buona notizia è che i pagamenti digitali non sono necessariamente poco sicuri. Secondo la Banca d'Italia, nel secondo semestre 2025 il valore delle operazioni fraudolente complessive è stato pari a circa 3 euro ogni 100.000 euro transati, cioè lo 0,003%. Per i bonifici istantanei il tasso era più elevato, pari a 28 euro ogni 100.000 euro, ma in forte diminuzione rispetto al semestre precedente.

Il problema più difficile da contrastare, però, non è sempre il furto della carta.

È la manipolazione del cliente.

Una persona può ricevere un SMS apparentemente proveniente dalla banca, telefonate fraudolente o messaggi che la convincono a effettuare volontariamente un pagamento verso un truffatore.

La tecnologia può quindi proteggere il sistema, ma non può sostituire completamente l'attenzione dell'utente.

Conclusione operativa: il portafoglio diventa digitale, il controllo deve restare umano

Il futuro probabilmente non sarà caratterizzato dalla completa scomparsa del contante. Più realisticamente, assisteremo alla convivenza di diversi strumenti: banconote, carte, smartphone, bonifici istantanei e nuovi sistemi di pagamento.

Per il cittadino questo significa una cosa molto semplice: non basta sapere come pagare, bisogna sapere quanto si sta spendendo.

Una buona abitudine può essere quella di controllare almeno una volta alla settimana i movimenti del conto e classificare le spese in tre categorie: necessarie, discrezionali e ricorrenti.

Se, per esempio, scopriamo di spendere 180 euro al mese in piccole spese apparentemente insignificanti, possiamo decidere consapevolmente se quella cifra è compatibile con i nostri obiettivi.

La vera rivoluzione dei pagamenti digitali, quindi, non consiste soltanto nel poter pagare con uno smartphone.

Consiste nel fatto che il nostro denaro sta diventando sempre più veloce, invisibile e interconnesso.

E più il denaro diventa facile da usare, più diventa importante imparare a gestirlo.

Tu preferisci ancora utilizzare il contante oppure ormai paghi quasi tutto con carta o smartphone? Raccontacelo nei commenti.

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