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lunedì 5 ottobre 2026

Italia più ricca, ma sempre più diseguale: dove finisce la ricchezza degli italiani?

Quando si parla di “ricchezza degli italiani”, spesso si pensa a un Paese pieno di proprietari di casa, risparmiatori e famiglie con patrimoni costruiti nel corso di decenni. E, in parte, è ancora così. Ma dietro la media nazionale si nasconde una realtà molto diversa: la ricchezza sta crescendo, ma non nella stessa misura per tutti.

Un dato pubblicato dalla Banca d’Italia fotografa bene il fenomeno. Nel quarto trimestre del 2025 la ricchezza netta media delle famiglie italiane era pari a circa 453 mila euro, contro 431 mila euro nel 2024. Il dato comprende immobili e attività finanziarie, sottraendo i debiti.

Il problema è che una media può essere molto ingannevole. Se una persona possiede 10 milioni di euro e altre nove possiedono 100 mila euro ciascuna, la ricchezza media del gruppo supera comunque il milione di euro. Ma quasi nessuno dei dieci dispone realmente di quella cifra.

Ed è proprio qui che comincia il problema della distribuzione della ricchezza.

Il 10% più ricco possiede oltre il 60% del patrimonio

Secondo gli ultimi dati distributivi della Banca d’Italia, il 10% più ricco delle famiglie italiane possiede il 60,6% della ricchezza netta complessiva. Al contrario, la metà meno abbiente delle famiglie possiede appena il 7,2%.

È un dato enorme, soprattutto se trasformato in un esempio concreto.

Immaginiamo un Paese con 100 famiglie e 100 milioni di euro di patrimonio complessivo. Se la distribuzione fosse quella rilevata da Bankitalia, le 10 famiglie più ricche controllerebbero circa 60,6 milioni di euro, mentre le 50 famiglie meno ricche dovrebbero dividersi appena 7,2 milioni.

Non significa naturalmente che tutte le famiglie appartenenti al 10% più ricco siano milionarie in contanti. La ricchezza comprende abitazioni, terreni, attività finanziarie e altre attività, al netto dei debiti.

Ma il dato rende evidente una cosa: possedere un patrimonio e avere un reddito sono due cose diverse.

Una famiglia può avere un reddito normale ma possedere una casa ereditata molti anni fa. Un'altra può avere uno stipendio simile ma pagare un mutuo, avere pochi risparmi e nessun altro patrimonio.

Il vero vantaggio dei ricchi non è soltanto “avere più soldi”

La mia impressione è che la questione più interessante non sia semplicemente stabilire se i ricchi abbiano “troppi” soldi.

Il problema economico più profondo è capire quanto la ricchezza produca altra ricchezza.

Una famiglia che possiede una casa, alcuni investimenti finanziari e magari un'attività imprenditoriale dispone di diverse possibilità per aumentare il proprio patrimonio. Può investire, ottenere rendimenti, vendere un immobile, finanziare un'attività o aiutare economicamente i figli.

Una famiglia senza patrimonio parte invece quasi esclusivamente dal reddito da lavoro.

E qui si crea un possibile circolo vizioso: chi possiede capitale può utilizzare il capitale per costruire altro capitale; chi non lo possiede deve prima riuscire a mettere da parte una quota del proprio reddito.

Facciamo un esempio molto semplice.

Due persone riescono entrambe a risparmiare 300 euro al mese. La prima, però, parte da un patrimonio di 300.000 euro investito e possiede una casa. La seconda parte da zero e deve contemporaneamente pagare affitto, spese e imprevisti.

I 300 euro mensili rappresentano per entrambe un buon comportamento finanziario. Ma il punto di partenza è completamente diverso.

Questo aiuta a capire perché la disuguaglianza patrimoniale può aumentare anche quando non necessariamente aumentano le differenze negli stipendi.

La casa protegge, ma non basta

C'è poi una caratteristica tutta italiana.

Per le famiglie nella metà meno abbiente della distribuzione, oltre il 90% delle attività è rappresentato principalmente da abitazioni e depositi: rispettivamente il 73,6% e il 17,5%. Le famiglie più ricche hanno invece portafogli maggiormente diversificati, con una presenza più significativa di strumenti finanziari.

Questo significa che possedere una casa continua ad avere un'importanza enorme per la sicurezza economica degli italiani.

Ma una casa non produce necessariamente un reddito disponibile.

Una persona può possedere un'abitazione da 250.000 euro e avere 2.000 euro sul conto corrente. Formalmente possiede un patrimonio significativo, ma non può facilmente utilizzarlo per pagare una bolletta, una rata o una spesa imprevista senza vendere o indebitarsi.

Al contrario, chi dispone di un patrimonio finanziario diversificato può avere maggiore liquidità e, potenzialmente, ottenere rendimenti dal capitale.

È una differenza fondamentale: non conta soltanto quanto si possiede, ma anche in quale forma lo si possiede.

Ricchezza in aumento: una buona notizia che nasconde un problema

Il quadro diventa ancora più interessante se allarghiamo lo sguardo.

Il Global Wealth Report 2026 di UBS rileva che nel 2025 la ricchezza personale mondiale è aumentata del 10,8%, al ritmo più rapido dal 2017.

Anche l'Italia rimane un Paese caratterizzato da una consistente ricchezza privata. Secondo UBS, la ricchezza media per adulto nel 2025 era pari a circa 279 mila dollari, mentre quella mediana era molto più bassa, circa 131 mila dollari.

La distanza tra media e mediana è già di per sé istruttiva: significa che una parte relativamente piccola della popolazione innalza significativamente il valore medio.

Ed è qui che arriva una mia considerazione.

Forse dovremmo smettere di chiederci soltanto se l'Italia sta diventando più ricca e iniziare a chiederci quante persone riescono effettivamente a partecipare a questa crescita.

Una società può aumentare enormemente il proprio patrimonio complessivo senza migliorare nella stessa misura la sicurezza economica della famiglia media.

Questo non significa che ogni differenza patrimoniale sia ingiusta. Imprenditorialità, risparmio, capacità professionali, eredità e investimenti possono produrre differenze legittime.

Il rischio nasce quando la distanza diventa così grande da trasformarsi in una differenza di opportunità: qualità dell'istruzione, possibilità di aiutare i figli, accesso alla casa, capacità di affrontare una crisi, possibilità di avviare un'impresa o semplicemente di vivere alcuni mesi senza reddito.

La conclusione: la vera ricchezza è anche la capacità di costruirla

Il dato più importante, forse, non è che il 10% più ricco possieda il 60,6% della ricchezza. È capire cosa può fare una persona comune per non rimanere completamente dipendente dal proprio reddito.

Non tutti possono diventare ricchi. Ma molte persone possono cercare di costruire nel tempo un piccolo patrimonio: ridurre i debiti costosi, creare un fondo di emergenza, risparmiare con regolarità, conoscere meglio gli strumenti finanziari e soprattutto evitare che tutto il proprio patrimonio sia concentrato in un'unica forma.

La Banca d'Italia ha aggiornato i propri Conti distributivi anche nel 2026, rendendo disponibile il 24 agosto l'aggiornamento relativo al primo trimestre dell'anno.

Il quadro, quindi, non è statico. E dovrebbe interessare tutti, non soltanto economisti e politici.

La domanda da farsi non è soltanto “quanto sono ricchi gli italiani?”, ma “quante possibilità ha una persona normale di diventare più ricca di quanto sia oggi?”.

La risposta dipenderà non solo dalla crescita dell'economia, ma anche dalla capacità di trasformare reddito, risparmio e conoscenza finanziaria in patrimonio.

Tu come la vedi? Pensi che in Italia il vero problema sia la quantità di ricchezza oppure il modo in cui è distribuita? Scrivilo nei commenti.

mercoledì 16 settembre 2026

Conto corrente gratis: come guadagna davvero la banca?

Quando una banca pubblicizza un conto corrente a zero euro al mese, la domanda è spontanea: se il cliente non paga il canone, come fa la banca a guadagnare?

La risposta è più interessante di quanto sembri. Un conto corrente, infatti, non è necessariamente un prodotto con cui la banca guadagna direttamente dal canone. Il valore per l’istituto può derivare dall’insieme dei servizi utilizzati dal cliente e, soprattutto, dal fatto che il conto rappresenta il punto di partenza di un rapporto bancario più ampio.

E i numeri mostrano che il conto “gratuito” non è affatto un’eccezione. Secondo l’ultima indagine della Banca d’Italia, pubblicata nel dicembre 2025 e relativa alle spese sostenute dalle famiglie nel 2024, la spesa media annua è stata di 30,6 euro per i conti online, contro 101,1 euro per quelli bancari tradizionali. Considerando insieme conti tradizionali, online e postali, la media ponderata è stata di 85,3 euro.

Il conto gratuito non significa necessariamente “banca senza guadagni”

La prima cosa da capire è che il canone del conto è soltanto una delle possibili fonti di ricavo.

Un cliente può avere un conto senza canone e contemporaneamente utilizzare una carta di pagamento, effettuare bonifici, prelevare contante, accreditare lo stipendio, richiedere un prestito, un mutuo o altri servizi.

Inoltre, quando una persona sceglie una banca, tende spesso a rimanere con quella banca per molti anni. Il conto corrente diventa quindi una sorta di “porta d'ingresso” a una relazione commerciale più ampia.

È un po' come entrare in un supermercato per un prodotto gratuito o molto economico: il valore dell'operazione non si misura necessariamente dal prezzo di quel singolo prodotto, ma dall'intero rapporto con il cliente.

Questa è, a mio avviso, una delle ragioni per cui negli ultimi anni si sono moltiplicate le offerte di conti a costo molto basso, soprattutto online.

Dove possono essere i costi che non vediamo?

Dire “conto gratuito” non significa necessariamente che tutti i servizi collegati siano gratuiti.

La Banca d'Italia distingue, per esempio, tra costi fissi e costi variabili. I primi possono comprendere il canone e alcune spese legate alla gestione; i secondi dipendono invece dal numero e dal tipo di operazioni effettuate.

Immaginiamo due clienti.

Mario utilizza il conto quasi esclusivamente online, riceve lo stipendio, utilizza la carta e fa pochi bonifici.

Luigi, invece, effettua numerosi prelievi, operazioni allo sportello e altri servizi a pagamento.

Anche se entrambi hanno un conto pubblicizzato come “a zero euro”, il costo effettivo annuale potrebbe essere molto diverso.

Ed è proprio questo il punto spesso sottovalutato: non bisogna chiedersi soltanto quanto costa il conto, ma quanto costa il conto per il modo in cui lo utilizziamo.

Il documento da controllare prima di aprire un conto

Esiste uno strumento molto semplice che permette di evitare molte sorprese: il Documento informativo sulle spese.

Si tratta di un documento standardizzato a livello europeo che riporta le principali spese del conto e l'Indicatore dei costi complessivi (ICC), permettendo di confrontare più facilmente offerte differenti.

Facciamo un esempio.

Supponiamo che un conto abbia:

  • canone annuo: 0 euro;
  • carta di debito: gratuita;
  • bonifico online: gratuito;
  • bonifico allo sportello: 3 euro;
  • prelievo presso altri istituti: 2 euro;
  • altri servizi con commissioni variabili.

Per una persona che fa tutto online potrebbe essere effettivamente un conto quasi gratuito.

Per una persona che effettua 20 prelievi presso altri istituti e 10 operazioni allo sportello, invece, il risultato potrebbe essere completamente diverso.

Ecco perché confrontare soltanto la scritta “zero euro di canone” può essere fuorviante.

C'è poi un altro elemento da ricordare: l'eventuale imposta di bollo, che non rappresenta un guadagno della banca ma un'imposta prevista dalla normativa fiscale. Per i conti correnti delle persone fisiche, la soglia ordinaria di giacenza media di 5.000 euro è rilevante ai fini dell'applicazione dell'imposta.

La mia teoria: il vero prodotto non è il conto, ma il cliente

Qui arriviamo alla parte più interessante.

A mio avviso, la diffusione dei conti quasi gratuiti può essere letta attraverso una semplice teoria: la banca non vende soltanto un conto corrente; cerca di costruire una relazione finanziaria duratura con il cliente.

Una persona che accredita lo stipendio su un conto è un cliente potenzialmente interessato, nel corso degli anni, a una carta di credito, un finanziamento, un mutuo, un'assicurazione o altri servizi.

Questo non significa che ogni conto gratuito nasconda necessariamente costi o che la banca stia “guadagnando alle spalle” del cliente. Significa semplicemente che bisogna guardare al modello economico complessivo.

E i dati della Banca d'Italia sembrano confermare che la digitalizzazione sta modificando profondamente questo mercato: nel 2024 i conti online hanno avuto una spesa media di 30,6 euro, molto inferiore ai 101,1 euro dei conti bancari tradizionali.

La conclusione: il conto migliore è quello adatto al tuo utilizzo

Non esiste necessariamente un conto “migliore” per tutti.

Prima di scegliere, conviene prendere gli ultimi estratti conto e chiedersi: quante operazioni faccio? Dove prelevo? Uso lo sportello? Quanti bonifici faccio? Pago un canone? Quanto spendo complessivamente in un anno?

Poi si può confrontare questo costo reale con l'ICC e con le condizioni di altre banche.

La regola più semplice è questa: non guardare soltanto il prezzo pubblicizzato. Guarda quanto ti costa davvero il conto in un anno.

E se una banca ti offre un conto a zero euro, la domanda non dovrebbe essere necessariamente “dove sta la fregatura?”, ma una domanda molto più utile: “Qual è il modello economico che rende possibile questa offerta e quanto costa a me, concretamente, utilizzare tutti i servizi di cui ho bisogno?”

Hai mai scoperto di pagare per un conto più di quanto pensassi? Scrivilo nei commenti: la tua esperienza può essere utile anche ad altri lettori.

martedì 11 agosto 2026

Perché la banca dice NO? I 7 fattori che decidono un finanziamento

Chiedere un finanziamento sembra, almeno in apparenza, una questione semplice: presento la domanda, dimostro di avere un reddito e, se posso permettermi la rata, ottengo il prestito.

Nella realtà non funziona esattamente così.

Una banca o una società finanziaria deve valutare il merito creditizio, cioè la capacità del cliente di restituire regolarmente quanto ricevuto. Per farlo considera diverse informazioni: reddito, debiti già esistenti, storia dei pagamenti e caratteristiche della richiesta. La Banca d'Italia conferma che questa valutazione viene effettuata anche attraverso banche dati come la Centrale dei Rischi e i Sistemi di Informazioni Creditizie (SIC).

Ma quali sono, concretamente, i fattori che possono trasformare un "sì" in un "no"?

1. Il reddito non basta: conta quanto reddito rimane

Avere uno stipendio di 1.800 euro al mese non significa automaticamente poter sostenere una rata di 500 euro.

La banca guarda alla situazione complessiva.

Immaginiamo due persone con lo stesso stipendio netto di 1.800 euro. La prima non ha altri finanziamenti; la seconda sta già pagando 300 euro al mese per un'automobile.

Se entrambe chiedono un nuovo prestito con una rata di 300 euro, il loro profilo non è equivalente: nel secondo caso gli impegni finanziari complessivi arriverebbero a 600 euro mensili.

È quindi più corretto pensare al reddito come a una capacità finanziaria disponibile, non semplicemente come a una cifra scritta sulla busta paga.

La mia prima considerazione è questa: la domanda giusta non è "quanto guadagno?", ma "quanto posso ragionevolmente destinare ogni mese al rimborso senza mettere sotto pressione il mio bilancio?"

2. La stabilità del reddito pesa

Due redditi identici possono avere un livello di affidabilità percepito molto diverso.

Un contratto di lavoro stabile, un'attività professionale consolidata o una pensione rappresentano situazioni differenti rispetto a un reddito appena iniziato, discontinuo o particolarmente variabile.

Questo non significa che un lavoratore autonomo o un dipendente con contratto a termine non possa ottenere un finanziamento. Significa piuttosto che il finanziatore deve valutare la prevedibilità delle entrate nel tempo.

Per un lavoratore autonomo, ad esempio, possono assumere particolare importanza la continuità dell'attività e la documentazione fiscale disponibile.

3. Gli altri finanziamenti possono cambiare completamente la valutazione

Questo è uno degli aspetti più sottovalutati.

Una persona può avere un buon reddito e una storia creditizia impeccabile, ma essere già fortemente impegnata con rate di mutuo, automobile, prestiti personali o altri strumenti di credito.

Ecco un esempio semplice.

Mario guadagna 2.200 euro netti e paga già:

  • 550 euro di mutuo;
  • 250 euro di finanziamento auto;
  • 100 euro di altro prestito.

Ha quindi già 900 euro di impegni mensili.

Se chiede un ulteriore finanziamento da 15.000 euro con una rata di 350 euro, il nuovo impegno porterebbe le rate complessive a 1.250 euro.

Il problema, quindi, potrebbe non essere l'importo richiesto in sé, ma la somma di tutti gli impegni finanziari.

4. La storia creditizia conta

Pagare puntualmente le rate è uno degli elementi più importanti nella costruzione di una buona storia creditizia.

La Centrale dei Rischi della Banca d'Italia offre una fotografia complessiva dei debiti verso il sistema bancario e finanziario; accanto a questa esistono i SIC, gestiti da soggetti privati. Queste informazioni aiutano gli intermediari a valutare la capacità di rimborso.

Un ritardo occasionale non equivale necessariamente a una bocciatura automatica. Tuttavia, una storia caratterizzata da ritardi significativi, insolvenze o difficoltà di rimborso può rendere più difficile ottenere nuovo credito.

È importante anche sapere che, se una domanda viene rifiutata sulla base della consultazione di una banca dati, il consumatore ha diritto a essere informato gratuitamente della banca dati consultata e del risultato della consultazione.

5. Anche l'importo e la durata della richiesta fanno la differenza

Chiedere 5.000 euro non è la stessa cosa che chiederne 40.000.

Ma c'è un'altra variabile fondamentale: la durata.

Una durata maggiore generalmente riduce l'importo della singola rata, ma aumenta il periodo durante il quale il debitore rimane esposto e, a parità di condizioni, può aumentare il costo complessivo degli interessi.

Supponiamo, a titolo puramente esemplificativo, un finanziamento di 20.000 euro.

Una rata ipotetica di 400 euro potrebbe essere sostenibile per una determinata persona, mentre 600 euro potrebbero risultare troppo impegnativi. Allungare la durata potrebbe ridurre la rata, ma non significa automaticamente che il finanziamento diventi economicamente migliore.

Per confrontare realmente due offerte bisogna guardare soprattutto al TAEG, che comprende il costo complessivo del credito e non soltanto il TAN. La Banca d'Italia raccomanda inoltre di utilizzare il documento SECCI per confrontare le caratteristiche delle diverse offerte.

6. La richiesta deve essere coerente con la situazione finanziaria

Qui arriviamo a un aspetto che considero particolarmente interessante.

Non conta soltanto quanto chiediamo, ma anche quanto la richiesta appare coerente con la nostra situazione complessiva.

Un finanziamento di 10.000 euro può essere assolutamente ragionevole per una persona e difficilmente sostenibile per un'altra.

Per questo motivo ritengo che una buona richiesta di finanziamento dovrebbe partire dal bilancio personale e non dal desiderio di ottenere una determinata somma.

In altre parole: prima si determina ciò che è sostenibile, poi si cerca il finanziamento più adatto.

È un approccio molto diverso dal chiedere semplicemente "qual è la rata massima che posso ottenere?".

7. Anche il profilo complessivo viene valutato

Infine c'è un elemento che spesso sfugge al consumatore: la banca non considera necessariamente ogni informazione in modo isolato.

Il merito creditizio è una valutazione complessiva della capacità di rimborso. Per questo reddito, anzianità lavorativa, debiti, storia creditizia, importo richiesto e durata possono interagire tra loro.

Non esiste quindi una formula universale del tipo "con 1.500 euro di stipendio posso ottenere X euro".

Questa è probabilmente una delle idee più importanti da comprendere: non esiste un diritto automatico al finanziamento semplicemente perché si possiede un determinato reddito.

Una novità da conoscere nel 2026

Il settore del credito al consumo è inoltre interessato da importanti cambiamenti normativi.

Dal 20 novembre 2026 inizieranno ad applicarsi le nuove disposizioni derivanti dalla direttiva europea 2023/2225, la cosiddetta CCD2, che sostituisce la precedente disciplina europea sul credito ai consumatori. In Italia il recepimento è stato attuato anche attraverso il D.Lgs. 31 dicembre 2025, n. 212. La nuova disciplina rafforza, tra l'altro, le tutele e la valutazione del merito creditizio.

È un segnale importante: il futuro del credito sembra andare sempre più verso valutazioni accurate della sostenibilità del debito, anziché verso la semplice concessione di denaro.

Educazione finanziaria in pillole

Prima di chiedere un finanziamento, prova a fare questo semplice esercizio:

reddito netto mensile – spese essenziali – rate già esistenti = disponibilità effettiva.

Non è una formula bancaria ufficiale e non permette di prevedere l'esito di una domanda, ma è un ottimo punto di partenza per capire se una nuova rata può essere sostenibile.

E soprattutto, non concentrarti soltanto sulla rata mensile: considera durata, TAEG e costo totale del finanziamento.

La conclusione

Una richiesta di finanziamento non dovrebbe essere vista come una gara tra cliente e banca, nella quale bisogna "convincere" qualcuno a concedere il denaro.

Dovrebbe essere, piuttosto, un'operazione finanziaria nella quale entrambe le parti cercano di capire se il debito è sostenibile.

La mia teoria è semplice: molti "NO" non nascono dal fatto che una persona abbia un reddito troppo basso, ma dal fatto che la richiesta non è sufficientemente equilibrata rispetto all'intero profilo finanziario del richiedente.

A volte può quindi essere utile non chiedersi soltanto "Perché mi hanno rifiutato?", ma anche "Come posso rendere più sostenibile la mia situazione finanziaria prima di presentare una nuova richiesta?"

Hai avuto esperienza con una richiesta di finanziamento? Hai un dubbio o una domanda? Scrivilo nei commenti.

lunedì 3 agosto 2026

Cosa sono i S.I.C. e perché dovresti prendertene più cura

La tua reputazione finanziaria vale più di quanto immagini

Molte persone scoprono l'esistenza dei S.I.C. (Sistemi di Informazioni Creditizie) soltanto quando una banca rifiuta una richiesta di prestito o di mutuo. In realtà, questi archivi fanno parte della vita finanziaria di milioni di italiani e possono influenzare l'accesso al credito molto più di quanto si pensi.

Contrariamente a un luogo comune molto diffuso, i S.I.C. non raccolgono solo informazioni "negative". Registrano anche i finanziamenti rimborsati regolarmente e possono contribuire a costruire una buona reputazione creditizia. Per questo motivo è importante conoscere il loro funzionamento e imparare a gestire correttamente il proprio profilo finanziario.

Cosa sono i Sistemi di Informazioni Creditizie

I Sistemi di Informazioni Creditizie sono banche dati utilizzate da banche e società finanziarie per valutare il rischio prima di concedere un finanziamento. Quando richiedi un prestito personale, un mutuo, un finanziamento per acquistare un'auto o persino uno smartphone a rate, l'intermediario consulta normalmente uno o più S.I.C.

Lo scopo è semplice: verificare se il richiedente ha già altri debiti, se in passato ha pagato con regolarità oppure se si sono verificati ritardi o insolvenze.

Tra i sistemi privati più conosciuti in Italia vi sono le banche dati gestite da operatori specializzati, mentre gli intermediari consultano anche la Centrale dei Rischi gestita dalla Banca d'Italia, che ha finalità differenti e riguarda esposizioni di importo più rilevante.

Il trattamento dei dati è disciplinato dal Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR), dal Codice Privacy italiano e dal Codice di Condotta per i Sistemi di Informazioni Creditizie, che stabilisce tempi di conservazione, diritti degli interessati e modalità di utilizzo delle informazioni.

Perché i S.I.C. possono fare la differenza

Immaginiamo due persone che richiedono entrambe un prestito di 15.000 euro.

La prima ha sempre pagato puntualmente le rate dei precedenti finanziamenti e non presenta ritardi.

La seconda ha accumulato alcuni ritardi di pagamento negli ultimi anni e ha saltato diverse rate prima di regolarizzare la propria posizione.

Pur avendo lo stesso reddito, è probabile che la banca consideri il primo cliente meno rischioso. Il risultato potrebbe essere un'approvazione più rapida, condizioni economiche migliori oppure un importo finanziabile più elevato. Al contrario, il secondo richiedente potrebbe ricevere un rifiuto oppure un'offerta con garanzie aggiuntive.

Anche una semplice richiesta di finanziamento viene normalmente registrata. Presentare contemporaneamente molte domande a diversi istituti può trasmettere l'impressione di una situazione finanziaria più delicata, motivo per cui è consigliabile evitare richieste multiple concentrate nello stesso periodo senza una reale necessità.

Come proteggere la tua reputazione creditizia

La buona notizia è che una reputazione creditizia si costruisce soprattutto con comportamenti semplici e costanti.

Il primo consiglio è rispettare sempre le scadenze delle rate. Anche un ritardo apparentemente modesto può essere segnalato secondo le regole previste dal Codice di Condotta.

È inoltre opportuno evitare di utilizzare tutta la propria capacità di indebitamento. Se il reddito mensile è di 2.000 euro e si stanno già pagando 900 euro di rate, una nuova richiesta di credito sarà valutata con maggiore prudenza rispetto a chi sostiene un impegno mensile di 300 euro.

Un'altra buona abitudine consiste nel controllare periodicamente i dati che ti riguardano. Ogni cittadino ha il diritto di richiedere gratuitamente l'accesso ai propri dati personali e di chiederne la correzione qualora riscontri informazioni inesatte o non aggiornate.

Infine, è bene conservare la documentazione relativa all'estinzione dei finanziamenti. In caso di contestazioni, avere ricevute e attestazioni può facilitare l'aggiornamento delle informazioni presenti negli archivi.

Attenzione alle tempistiche e ai tuoi diritti

Molti pensano che una segnalazione rimanga per sempre, ma non è così.

Le informazioni vengono conservate per periodi stabiliti dalla normativa e dal Codice di Condotta, che variano in funzione del tipo di evento registrato. Anche dopo aver estinto un finanziamento, alcuni dati possono restare consultabili per il tempo previsto dalle regole vigenti e poi vengono cancellati automaticamente.

Dal 1° gennaio 2026 continuano ad applicarsi le disposizioni del Codice di Condotta approvato dal Garante per la protezione dei dati personali, che disciplina le modalità di trattamento delle informazioni nei Sistemi di Informazioni Creditizie e tutela il diritto dei cittadini all'accesso, alla rettifica e, quando previsto, alla cancellazione dei dati.

Prima di presentare una domanda di mutuo o di prestito importante, può essere utile verificare la propria posizione con qualche settimana di anticipo. Un eventuale errore corretto in tempo può evitare ritardi nella pratica.

Conclusione operativa

La reputazione creditizia è un patrimonio invisibile, ma può incidere concretamente sulla possibilità di ottenere un finanziamento e sulle condizioni economiche applicate.

Prendersi cura dei propri dati nei Sistemi di Informazioni Creditizie significa pagare con regolarità, evitare richieste inutili di credito, controllare periodicamente le informazioni registrate e conoscere i propri diritti.

Educazione finanziaria in pillole

Un buon pagatore non è chi non ha mai chiesto un prestito, ma chi dimostra nel tempo di rispettare gli impegni presi. La fiducia degli intermediari si costruisce con comportamenti coerenti e responsabili, non con il reddito da solo.

Hai un dubbio sui Sistemi di Informazioni Creditizie o vuoi raccontare la tua esperienza con una richiesta di prestito?

giovedì 9 luglio 2026

I super profitti delle banche: cosa c'è davvero dietro e perché riguardano anche i tuoi risparmi

Negli ultimi due anni si è parlato spesso dei "super profitti" delle banche. I bilanci dei principali istituti italiani hanno registrato utili record, mentre molti clienti si sono chiesti perché i mutui siano diventati più costosi e i conti correnti abbiano continuato a rendere poco. Ma cosa significa davvero che una banca realizza profitti eccezionali? E soprattutto, quali conseguenze ci sono per famiglie e imprese?

Capire questo fenomeno è importante perché riguarda direttamente il costo del denaro, i finanziamenti, il rendimento dei risparmi e persino le decisioni economiche delle famiglie.

Perché le banche hanno guadagnato così tanto?

La principale ragione è stata la rapida crescita dei tassi di interesse decisa dalla Banca Centrale Europea per contrastare l'inflazione. Dopo anni di tassi vicini allo zero, tra il 2022 e il 2024 il costo del denaro è aumentato in modo significativo, modificando profondamente i ricavi delle banche.

Il meccanismo è relativamente semplice.

Le banche raccolgono denaro dai clienti attraverso conti correnti e depositi e lo prestano sotto forma di mutui e finanziamenti. Il loro guadagno principale deriva dalla differenza tra gli interessi incassati sui prestiti e quelli riconosciuti ai risparmiatori, il cosiddetto "margine di interesse".

Facciamo un esempio.

Una banca raccoglie 100 milioni di euro pagando ai correntisti uno 0,50% annuo. Successivamente concede mutui e prestiti con un interesse medio del 4%.

  • Interessi pagati ai clienti: 500.000 euro.
  • Interessi incassati dai finanziamenti: 4 milioni di euro.
  • Margine lordo: circa 3,5 milioni di euro.

Quando i tassi aumentano rapidamente, i prestiti diventano quasi subito più redditizi, mentre la remunerazione dei depositi spesso cresce molto più lentamente. È proprio questo squilibrio che ha contribuito agli utili record registrati da numerosi istituti.

Perché molti clienti non hanno beneficiato dell'aumento dei tassi?

Molti risparmiatori si sono accorti che il saldo del proprio conto corrente continuava praticamente a non produrre interessi, nonostante le notizie sui tassi elevati.

Il motivo è semplice: il conto corrente nasce come strumento di pagamento e gestione della liquidità, non come investimento. Le banche non sono obbligate a riconoscere automaticamente un interesse elevato sulle somme depositate.

Chi ha lasciato, ad esempio, 30.000 euro fermi su un conto remunerato allo 0,20% ha ottenuto circa 60 euro lordi di interessi in un anno.

Se la stessa somma fosse stata collocata, dopo un'attenta valutazione del proprio profilo di rischio e delle proprie esigenze di liquidità, in un deposito vincolato al 3%, il rendimento lordo sarebbe stato di circa 900 euro.

Naturalmente ogni soluzione presenta caratteristiche, vincoli e rischi differenti. Per questo motivo è importante confrontare le offerte disponibili e verificare sempre condizioni, durata del vincolo e tutela prevista dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, che protegge i depositi fino a 100.000 euro per depositante e per banca.

Le nuove regole e il dibattito politico

Gli elevati utili bancari hanno alimentato un ampio dibattito politico.

Negli ultimi anni il legislatore è intervenuto più volte sul tema della tassazione degli extraprofitti bancari, con norme successivamente modificate durante l'iter di approvazione. Parallelamente, autorità di vigilanza e associazioni dei consumatori hanno più volte richiamato gli istituti a offrire una maggiore remunerazione della liquidità dei clienti.

Nel frattempo continua anche l'evoluzione normativa europea in materia bancaria, con particolare attenzione alla trasparenza nei confronti della clientela e alla solidità patrimoniale degli istituti.

Dal 2026 proseguono inoltre gli obblighi previsti dalla normativa europea sulla resilienza operativa digitale del settore finanziario, con l'obiettivo di rafforzare la sicurezza informatica e la continuità dei servizi bancari. Per i clienti questo significa banche chiamate a investire sempre di più nella protezione dei dati e nella gestione dei rischi tecnologici.

Cosa può fare concretamente il risparmiatore

Le banche hanno tutto il diritto di realizzare utili, purché nel rispetto delle regole di mercato e della normativa vigente. Tuttavia anche il cliente può adottare comportamenti più consapevoli.

La prima domanda da porsi è semplice: "I miei soldi stanno lavorando oppure sono semplicemente fermi sul conto?"

Non significa inseguire rendimenti elevati o assumere rischi eccessivi. Significa verificare periodicamente se il proprio conto corrente è ancora adatto alle proprie esigenze, confrontare i costi, controllare i tassi riconosciuti sulle giacenze e valutare eventuali alternative coerenti con i propri obiettivi finanziari.

Un altro aspetto spesso trascurato riguarda il mutuo. Chi ha sottoscritto un finanziamento a tasso variabile negli anni passati dovrebbe verificare se oggi esistono le condizioni per una surroga o una rinegoziazione. Anche una riduzione di pochi decimi di punto percentuale può tradursi in un risparmio di diverse migliaia di euro sull'intera durata del prestito.

Educazione finanziaria in pillole

Un conto corrente non dovrebbe essere utilizzato come strumento di investimento. È pensato per gestire incassi, pagamenti e una riserva di liquidità per le spese quotidiane o impreviste.

Prima di lasciare somme importanti ferme per mesi o anni, è utile chiedersi quale parte del patrimonio debba restare immediatamente disponibile e quale, invece, possa essere destinata a strumenti coerenti con il proprio orizzonte temporale e il proprio livello di rischio. Una semplice verifica annuale può aiutare a prendere decisioni più consapevoli senza inseguire mode o promesse di facili guadagni.

In un periodo in cui il settore bancario continua a registrare risultati importanti, essere clienti informati è il modo migliore per tutelare i propri interessi. Conoscere il funzionamento dei tassi, confrontare le condizioni offerte dagli istituti e controllare periodicamente la propria situazione finanziaria sono abitudini che possono fare una grande differenza nel lungo periodo.

Hai un dubbio? Scrivilo nei commenti.

mercoledì 24 giugno 2026

Mutui nel 2026: conviene rinegoziare il tasso o surrogare? Guida pratica per risparmiare davvero

Negli ultimi anni molte famiglie italiane hanno visto aumentare sensibilmente il costo del mutuo a causa dell'impennata dei tassi di interesse. Dopo la fase di rialzi avviata dalla Banca Centrale Europea per contrastare l'inflazione, il 2025 e il 2026 stanno mostrando uno scenario diverso, caratterizzato da una graduale riduzione del costo del denaro. Per questo motivo molti mutuatari si stanno ponendo una domanda concreta: conviene rinegoziare il mutuo con la propria banca oppure trasferirlo presso un altro istituto tramite surroga?

Capire la differenza può tradursi in un risparmio di migliaia di euro nel corso degli anni.

Perché oggi molti mutui possono essere migliorati

Quando i tassi erano ai massimi, numerosi mutui a tasso variabile hanno registrato aumenti consistenti della rata mensile. Anche chi ha sottoscritto un mutuo a tasso fisso durante i periodi meno favorevoli potrebbe oggi trovare condizioni più vantaggiose.

Immaginiamo un mutuo residuo di 120.000 euro con una durata ancora di 20 anni e un tasso del 4%. La rata mensile è pari a circa 727 euro.

Se il tasso venisse ridotto al 3%, la rata scenderebbe a circa 665 euro. Il risparmio sarebbe di circa 62 euro al mese, pari a oltre 740 euro all'anno.

Naturalmente ogni situazione è diversa, ma questi numeri aiutano a comprendere perché molte famiglie stiano rivalutando il proprio finanziamento immobiliare.

Rinegoziazione: la soluzione più semplice

La rinegoziazione consiste nella modifica delle condizioni del mutuo direttamente con la banca che lo ha erogato.

In pratica, il cliente chiede all'istituto di credito di applicare un tasso più conveniente o di modificare alcune caratteristiche del contratto, come la durata residua.

Il principale vantaggio è la semplicità dell'operazione. Non occorre cambiare banca e generalmente la procedura richiede meno documentazione rispetto a una nuova pratica di finanziamento.

Tuttavia, la banca non è obbligata ad accettare la richiesta. La decisione dipende dalle politiche commerciali dell'istituto e dalla posizione del cliente.

Per aumentare le probabilità di successo può essere utile confrontare preventivamente le offerte presenti sul mercato e presentarsi alla trattativa con dati concreti.

Surroga: quando il mercato offre condizioni migliori

La surroga, disciplinata dall'articolo 120-quater del Testo Unico Bancario, consente di trasferire gratuitamente il mutuo presso un'altra banca che offre condizioni più vantaggiose.

L'aspetto più interessante è che il cliente non sostiene costi notarili, penali o spese di estinzione anticipata. Tutti gli oneri dell'operazione sono a carico della nuova banca.

Facciamo un esempio.

Supponiamo che una famiglia abbia un mutuo residuo di 150.000 euro al tasso del 3,8% e trovi sul mercato una proposta al 2,9%.

Su una durata residua di 22 anni, il risparmio complessivo potrebbe superare i 20.000 euro tra minori interessi e rate più leggere.

Naturalmente occorre verificare attentamente il TAEG, che rappresenta il costo complessivo del finanziamento e consente confronti più corretti rispetto al solo TAN.

Le scadenze e i tempi da conoscere

Molti consumatori non sanno che la normativa prevede tempi precisi per la conclusione della procedura di surroga.

La banca originaria e quella subentrante devono completare il trasferimento in tempi contenuti e senza ostacolare il cliente. In caso di ritardi ingiustificati possono essere previste forme di risarcimento.

Nel 2026, inoltre, continua l'attenzione delle autorità di vigilanza verso la trasparenza delle offerte di credito e la corretta informazione ai consumatori. Prima di firmare qualsiasi proposta è fondamentale leggere con attenzione il Prospetto Informativo Europeo Standardizzato (PIES), documento che riassume tutte le condizioni economiche del mutuo.

Chi sta valutando una rinegoziazione o una surroga dovrebbe inoltre monitorare periodicamente l'andamento dei tassi e richiedere più preventivi, evitando di fermarsi alla prima proposta ricevuta.

Conclusione operativa

Se hai un mutuo acceso da alcuni anni, il 2026 potrebbe essere un buon momento per verificare se esistono condizioni migliori rispetto a quelle sottoscritte in passato.

La prima mossa consiste nel controllare il tasso applicato, il capitale residuo e la durata ancora da rimborsare. Successivamente puoi chiedere una proposta di rinegoziazione alla tua banca e confrontarla con eventuali offerte di surroga presenti sul mercato.

Anche una riduzione apparentemente modesta del tasso può tradursi in un risparmio significativo nel lungo periodo.

Educazione finanziaria in pillole

Quando confronti due mutui, non guardare soltanto la rata mensile. Verifica sempre il TAEG, le eventuali spese accessorie e il costo complessivo degli interessi da pagare fino alla scadenza. Una rata più bassa non sempre significa un mutuo più conveniente.

Hai un dubbio sulla tua situazione o vuoi raccontare la tua esperienza con una surroga? Scrivilo nei commenti.

lunedì 10 ottobre 2022

Una corretta pianificazione delle spese (la gestione dei soldi) - 2a parte

Scopo della pianificazione finanziaria è di tenere sotto controllo un flusso, che è quello monetario, che ha ovviamente dei momenti di alto e dei momenti di basso.

E’ insito (praticamente naturale e ovvio) nella natura delle cose che non ci sia corrispondenza e coordinazione fra le entrate e le uscite. Così come è altrettanto nella natura delle cose che ci siano degli imprevisti nelle proprie aspettative, sia di entrata che di uscita.

La pianificazione serve anche e, forse, soprattutto per questo motivo.

SCOPO DELLA PIANIFICAZIONE E’ QUINDI TENERE SOTTO CONTROLLO L’IRREGOLARITA’ DELLE ENTRATE E DELLE USCITE. Sia in termini di irregolarità di tempo che di irregolarità di grandezza.

 

SCHEMA DELLA PIANIFICAZIONE

La prima cosa da fare è scegliere il lasso temporale della pianificazione. In genere può essere utile partire dal MESE per poi vedere se non sia meglio adottare un'altra temporizzazione (più corta o più lunga).

OGNI MESE ci saranno delle uscite e OGNI MESE ci dovrebbero essere delle entrate (se così non è, verificare se non sia più opportuno scegliere un’altra temporizzazione). Non è detto che tutti i mesi ci siano delle entrate ma sicuramente per la maggior parte delle persone e/o famiglie, è la temporizzazione più corretta.

Abbiamo detto che abbiamo 2 grandi tipi di entrate. Quelle da reddito/rendita/regali e quelle da prestito. Le ultime sono differenziate perché, prima o poi, devono essere restituite e quindi si trasformeranno in una uscita. Tanto entra e tanto uscirà. Quindi sono di natura diversa.

Il primo tipo di entrata, ha delle fonti diverse. Nella pianificazione dovrebbero essere elencate tutte e nel dettaglio.

Esempio:
entrata da stipendio dipendente
entrata da pensione
entrata da pagamento fattura
entrata da incasso rendita immobile
entrata da incasso rendita finanziaria
entrata da donazione, etc…

Se un lavoratore ha più fonti di guadagno, può essere ottimale anche differenziarle. Un lavoratore autonomo che abbia due attività differenti (ad esempio un elettricista che svolga anche il lavoro di formatore o docente) può segnare in modo differente queste entrate. Lo stesso per un dipendente che abbia anche una entrata da procacciatore d’affari o da venditore.

Le uscite hanno sempre 2 macro-categorie: uscite da spesa e uscite da rimborso. Quest’ultima si applica SOLO alle uscite effettuate per il rimborso di un prestito che nel passato è stato segnato come uscita. In genere nel rimborso di un prestito sono compresi anche dei costi di rimborso. Questi NON DEVONO essere contati in questa voce ma in una voce separata che è tipicamente una uscita da spesa. Questa potrebbe, per esempio, chiamarsi spesa rimborso finanziamenti.

Le uscite da spesa sono a loro volta classificabili secondo un criterio di frequenza e stabilità di importo. Ci sono infatti delle spese ricorrenti (che si presentano SEMPRE) e che sono definite, in una maggiore o minore misura, prima ancora che si verifichino in un modo abbastanza esatto o comunque prevedibile. Ci sono altre spese che sono si ricorrenti ma non è detto che si presentino.

Poi ci sono spese che accadranno solo se chi decide (individuo o famiglia) la pianificazione vorrà che accadono. Ed infine vi sono le spese che sappiamo avverranno nel futuro ma non sappiamo quanto. E che quindi andiamo a preparare un fondo per quando accadrà. I conferimenti ad un fondo spesa, si chiamano accantonamenti e vengono segnate come spese nel mese in cui vengono fatti.

Schematicamente avremo, quindi.

SPESE FISSE RIPETITIVE (bollette, utenze, affitti o mutui, spese rimborso finanziamenti, assicurazioni, tasse fisse, etc.) – queste spese si sa che esistono e si può definire in anticipo quale importo abbiano. Non è detto che tutti gli individui / famiglia abbiano lo stesso elenco di spese (esempio se una famiglia ha casa di proprietà senza mutuo non pagherà né affitto né rata mutuo ma pagherà delle tasse annuali che sono sempre spese fisse ripetitive). Non è detto che tutte le spese fisse ripetitive siano a esatta scadenza mensile. L’esempio più classico è la copertura assicurativa delle auto o il bollo auto. Si paga semestralmente o annualmente. Ciononostante è logico che una tassa che paghi una volta l’anno serva a coprire i 12 mesi. Quindi se pago un rata assicurativa di 600 euro l’anno, è logico che se la ripartisco in 12 mesi, avrò una quota di spesa assicurativa di 50 euro l’anno. Perché non è CORRETTO imputare in un mese all’anno 600 euro di spesa mentre negli altri mesi zero.

Nei mesi in cui non conteggio i 50 euro spenderò per altre cose 50 euro che non dovrei avere (perché destinati a pagare l’assicurazione) e nel mese in cui materialmente pago i 600 euro dell’assicurazione sarò nei guai perché probabilmente dovrò tagliare di colpo altre spese e rimandarle al futuro. Qualche volta creando dei problemi.

La pianificazione serve proprio a REGOLARIZZARE queste difformità fra la gestione mensile (o altra durata temporale) e il reale avvicendarsi di entrate e uscite.

Come si procede? Si prendono quindi tutte le uscite fisse sicure che si hanno in un anno e se le si paga una volta, le si divide per 12. Se le si paga ogni 6 mesi, si somma l’importo (6 mesi + 6 mesi) e si divide per 12. E così via.

CONTINUA....

GRAZIE PER L'ATTENZIONE

venerdì 7 ottobre 2022

Una corretta pianificazione delle spese (la gestione dei soldi) - 1a parte

Nella nostra quasi ventennale esperienza in materia di finanziamenti, abbiamo avuto modo di incontrare, parlare e conoscere centinaia e centinaia di clienti.

Se contiamo anche solo gli incontri puramente conoscitivi che non hanno portato ad una consulenza approfondita, parliamo di migliaia di incontri.

Questa ampia esperienza, ci ha portato a trovare dei fattori comuni nelle persone riguardo la gestione dei soldi. Tema così vasto da non poter essere affrontato e risolto in un solo post.

In primo luogo è indubbio che essendo i soldi il lubrificante e il carburante del nostro modo di vivere (non è un errore, è stato volutamente scritto così!), essi abbiano assunto un'importanza stratosferica rispetto al passato.

Non che stiamo affermando che ci siano stati nei tempi andati, periodi in cui il denaro non contasse. Ha sempre contato tanto. Ma in questi ultimi anni ci sono dei fattori che hanno portato la GESTIONE DEI SOLDI ad un livello di importanza che prima non avevano.

Per gestione dei soldi non intendiamo solo quanti soldi una persona (o una famiglia) guadagna.
Intendiamo proprio le conoscenze, gli strumenti e le azioni che ogni individuo deve conoscere per semplicemente far funzionare le cose. Perchè il mondo cambia e lo fa ad una velocità tale per cui è veramente difficile tenersi al passo.

E così capita che anche chi guadagna bene e ha un reddito sufficiente, si trova alle prese con problemi di soldi, di spesa, di come gestire il proprio denaro.

Facciamo quindi un piccolo passo indietro e vediamo di partire dai fondamenti.

ENTRATE - USCITE
I soldi sono una entità numerica. Sono rappresentati da una valuta (in Italia e al momento, l'Euro) e sono lo strumento principe che si usa per gli scambi economici. Invece di usare altro, si usano i soldi come merce di scambio.
I soldi vanno difesi, vanno protetti e conservati. I soldi vanno stoccati (conservati) in luoghi e forme idonee.

Quando dei soldi entrano nella nostra disponibilità (significa che diventano nostri e ne possiamo disporre a volontà) questa si chiama ENTRATA.
Quando dei soldi escono dalla nostra disponibilità (significa che non sono più nostri) questa si chiama USCITA,

I motivi per cui si ha una entrata e i motivi per cui si ha una uscita sono i più vari. Ma questo è un altro discorso.
Possiamo solo dire che le ENTRATE sono di due tipi principali e le USCITE sono di due tipi principali. Avremo
E1. Entrate da guadagno/regalo.
E2. Entrate da prestito.

U1. Uscita da spesa.
U2. Uscita da rimborso prestito.

PIANIFICAZIONE FINANZIARIA
La pianificazione finanziaria altro non è che un controllo e previsione di come le entrate e le uscite di qualcuno (o di una famiglia o di una azienda) si manifestano. In particolare con il riferimento ad un periodo di tempo che si ripete. Questo periodo di tempo può essere il giorno, la settimana, il mese oppure l'anno. Oppure periodi anche diversi ma sempre e comunque di durata costante.

Le famiglie in genere usano il mese come criterio di riferimento per le entrate e le uscite. E' un buon criterio ma non è detto che per tutti e sempre sia il migliore.

Usare il mese come criterio di tempo vuol dire che si paragonano le entrate di un particolare mese con le uscite di quel mese. Ma significa anche che si paragonano le entrate di quel mese con le entrate dei precedenti mesi. E si paragonano le uscite di quel mese con le uscite dei precedenti mesi.
Non solo. Sarebbe ottimale anche dare uno sguardo a come sono le entrate del mese che si sta considerando con lo stesso mese degli anni precedenti. E dare uno sguardo alle uscite di quel mese con le uscite di quel tipo di mese degli anni precedenti.

In genere le entrate dovrebbero essere MAGGIORI delle uscite. 
Questa legge si chiama la legge della solvibilità perchè garantisce che la persona (o famiglia) possa sopravvivere a lungo e bene.
Questo non impedisce che ci possano essere dei periodi di tempo in cui le uscite sono maggiori delle entrate. E' logico che occorre che i mesi in cui le uscite sono più delle entrate siano pochi e che il disavanzo (il disavanzo è quando le uscite sono maggiori delle entrate) sia comunque contenuto.

Quando le uscite sono maggiori delle entrate, è possibile continuare come nulla fosse solo in presenza di RISERVE. Ovvero di precedenti avanzi (un avanzo è quando le entrate sono maggiori delle uscite) di qualche periodo del passato.

Se non ci sono riserve, non è possibile avere nessun mese in cui cui le uscite sono superiori alle entrate.

Quando questo accade ci sono delle soluzioni. Che elenchiamo:
1. Si aumentano le entrate.
2. Si diminuiscono le uscite.
3. Una combinazione delle due soluzioni precedenti.

Come abbiamo visto le entrate non sono solo guadagni ma esistono anche le entrate da finanziamenti.
Ciononostante lo schema di cui sopra è comunque valido.

CONTINUA.....
Grazie per l'attenzione.

mercoledì 5 ottobre 2022

Cattivo pagatore? Cosa significa? Come si diventa cattivo pagatore?

CATTIVO PAGATORE!

Questa dicitura o affermazione, è diventata l'incubo di qualsiasi consumatore o cittadino della nostra nazione.

Quando si ha bisogno di un prestito e si va da una banca o finanziaria ma anche quando siamo li per prenderci il nostro nuovo telefono preferito o la nostra nuova stufa perfetta per l'imminente inverno, ecco che MAGARI la nostra richiesta viene respinta e oltre al diniego ci viene detto:

"Questo è avvenuto perchè lei è un CATTIVO PAGATORE!"

E poi....
E poi andiamo su internet o apriamo un giornale e leggiamo una pubblicità che ci chiede:
"Sei un cattivo pagatore? Chiamaci, che possiamo aiutarti!"
O cose del genere.

E, come spesso succede, noi non abbiamo ben chiaro cosa esattamente questo significhi e in che modo questo possa essere successo. Facciamo un pò di memoria eppure ci sembra che in tutte le operazioni passate abbiamo sempre onorato i nostri prestiti, rimborsando sempre tutto.

Lo sappiamo. In questo blog, facciamo finta di non sapere niente e ripartiamo da capo.

Cosa è un CATTIVO PAGATORE? In realtà questa dicitura NON ESISTE. In Italia è un tipo di attribuzione qualitativa che non esiste e non è disciplinata da nessuna legge o regolamento.

E' solo un modo di dire, che ha preso piede ed ora viene usato in molti contesti, spesso a sproposito.

In Italia quello che esiste sono i S.I.C., ovvero i Sistemi di Informazione Creditizia. Che non sono altro che delle banche dati in cui vengono raccolti i nomi, i tempi e le condizioni dei prestiti o finanziamenti fatti sul territorio italiano.

Ma faccio un passo indietro.

Perchè ci sono le SIC? Le SIC esistono per una esigenza. Chi presta soldi (chi concede i finanziamenti) deve sapere con esattezza chi ha di fronte. Per concedere un finanziamento deve sapere quanto guadagni, da quanto tempo e in che modo. Ma deve anche sapere quali altri finanziamenti hai in corso. Deve sapere se (ad esempio) mentre chiedi un finanziamento ad una banca, tu (contemporaneamente) non stia chiedendo un altro finanziamento presso un'altra banca. E che quindi con lo stesso reddito, ottieni due finanziamento in contemporanea.

Cosa c'è in un SIC? Ci sono i nomi di chi ha chiesto e di chi sta chiedendo un finanziamento. In qualunque struttura finanziaria operante nel territorio nazionale. Ci sono i nomi di chi ha concesso o sta valutando di concedere un finanziamento. Ci sono gli importi, la rata, la durata e altre informazioni specifiche. C'è soprattutto riportata la storia comportamentale della persona in precedenti finanziamenti. Li ha pagati? Li ha pagati regolarmente?

I SIC sono una archivio pubblico, o gestito da un ente pubblico o statale? In linea generale NO. Esiste un SIC pubblico che è la Centrale Rischi della Banca d'Italia ma la maggior parte dei SIC sono di natura privata. Sono spa create con l'intento di fare utile.

Quali sono i principali SIC? Abbiamo il CRIF, Experian, CTC, il Cerved e altri di importanza minore.

Si finisce nei SIC solo quando si sbaglia o si combina qualche pasticcio? NO, assolutamente no. I SIC non sono dei database, degli archivi di cattivi pagatori. Ogni SIC (in modo diverso) potrebbe contenere informazioni miste (positive o negative) e difatti le contiene. Quando si attiva un finanziamento o lo si paga regolarmente si finisce lo stesso nei SIC e si viene sempre e comunque "segnalati" ma la segnalazion è in questo caso positiva.

I buoni pagatori vengono segnalati nei SIC? Si, nei SIC che contengono informazioni positive si. Ad esempio il sistema più usato è il CRIF, che è un archivio privato. SI finisce in Crif per qualsiasi attività connessa ad un finanziamento. Che lo abbiamo semplicemente richiesto, che lo abbiamo ottenuto, che lo stiamo pagando bene o che lo stiamo pagando male. Sempre.

Quindi nei SIC non ci sono solo i cattivi pagatori? NO, certo che no.

Quindi posso finire in CRIF solo perchè sto pagando un prestito? SI, esattamente. Puoi finire in CRIF solo perchè HAI chiesto un finanziamento.

Come si sa cosa c'è scritto nei SIC su di me? Esistono i siti di ognuno di questi archivi ed è diritto di ogni cittadino poter visionare ciò che c'è scritto su di se. Basta indicare il proprio codice fiscale e il sito ci manderà un report in cui è scritto ogni fatto che ci riguardi relativo ai nostri finanziamenti che non sia troppo lontano nel tempo.

Perchè viene rifiutato un finanziamento? I motivi sono tanti. Il primo è che in un SIC o in più SIC ci sono informazioni negative su di noi. Qualche rata pagata in ritardo oppure non pagata per niente. Un eccesso di prestiti/carte/finanziamenti in corso. L'aver emesso un assegno a vuoto. Non aver pagato una cambiale. Avere una ipoteca di qualche tipo. Avere su di se un provvedimento legale o una esecuzione forzata.
Si può avere un finanziamento rifiutato anche solo per un comportamento ritenuto non idoneo come richiedere continuamente finanziamenti senza un criterio. Dopo aver fatto una richiesta e dopo che questa è stata bocciata, è molto probabilmente che per un mese o per poco più, qualsiasi altra nostra richiesta (fatta in altre banche/finanziarie) venga rifiutata in automatico.

In conclusione, è importante per ogni cittadino italiano sapere quale è il suo punteggio di merito creditizio (quanto siamo affidabili per un finanziamento) e fondamentale avere buone informazioni nei sistemi informativi creditizi, SIC.
E' importante avere buone informazioni perchè anche un prospetto (in un SIC) in cui non c'è nessuna segnalazione (nè positiva nè negativa) difficilmente viene finanziato. Soprattutto se sta richiedendo liquidità importanti, se lavora da poco e cose simili. Poi questa regola ha delle eccezioni e quando compro un bene direttamente in un centro commerciale, è più facile ottenere un finanziamento. E se non vi sono informazioni negative, anche se siamo giovani e lavoriamo da poco molto difficilmente la nostra richiesta di prestito verrà rifiutata.

Soprattutto perchè l'importo da finanziare è basso (magari sui mille euro o magari meno) e perchè la struttura che vende, magari, ha un accordo di divisione delle spese e un accordo di garanzia del cliente finanziato.

Morale? E' importante conoscere ciò che c'è scritto su di noi nei SIC.
Non capita spesso ma potrebbero esserci degli errori (tutti gli esseri umani sbagliano) ed è giusto conoscerli e farli rettificare.
Richiedere queste informazioni su di noi è doveroso ed è un diritto.
Facciamo tempo prima di chiedere un nuovo finanziamento. Non quando abbiamo urgenza di chiedere un finanziamento.

Grazie per l'attenzione.

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