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venerdì 4 settembre 2026

BlackRock, Vanguard e State Street: perché tre giganti sono presenti in così tante aziende?

Quando si parla dei grandi protagonisti della finanza mondiale, tre nomi ricorrono continuamente: BlackRock, Vanguard e State Street.

Sono spesso descritti come società che “possiedono tutto”, dai colossi tecnologici alle banche, dalle compagnie petrolifere alle aziende farmaceutiche. Ma è davvero così?

La risposta è più interessante di un semplice sì o no. Queste società non sono, nella maggior parte dei casi, proprietarie delle aziende nel senso tradizionale del termine. Gestiscono enormi quantità di denaro appartenente ai loro clienti, attraverso fondi comuni, ETF, fondi pensione e altri strumenti.

Il risultato, però, è sorprendente: attraverso questi investimenti possono diventare tra i maggiori azionisti di migliaia di società contemporaneamente.

E questa concentrazione del potere finanziario merita di essere capita.

Tre storie diverse, un unico fenomeno

Le tre società non sono nate insieme e nemmeno con lo stesso modello.

Vanguard nasce nel 1975 per iniziativa di John C. Bogle, ma la vera svolta arriva nel 1976, quando lancia il primo fondo indicizzato destinato agli investitori individuali, oggi noto come Vanguard 500 Index Fund. L'idea era quasi rivoluzionaria per l'epoca: anziché cercare continuamente di “battere il mercato”, acquistare un paniere molto ampio di azioni a costi estremamente contenuti.

Cinquant'anni dopo, quella che inizialmente sembrava una scommessa poco interessante è diventata uno dei pilastri della finanza mondiale. Nel 2025 Vanguard dichiarava oltre 50 milioni di investitori e un costo medio ponderato dello 0,07% per i propri fondi ed ETF statunitensi.

State Street Investment Management, invece, nasce nel 1978 all'interno del gruppo State Street. La sua grande rivoluzione arriva nel 1993 con il lancio dello SPDR S&P 500 ETF, comunemente conosciuto come SPY: il primo ETF statunitense e uno strumento destinato a trasformare radicalmente il modo di investire.

BlackRock è la più giovane delle tre. Viene fondata a New York nel 1988 da Larry Fink e altri sette soci, inizialmente con una forte specializzazione nella gestione del reddito fisso.

La sua crescita è stata alimentata non soltanto dai fondi, ma anche dalla tecnologia. Un esempio fondamentale è Aladdin, la piattaforma utilizzata per analisi del rischio, gestione dei portafogli e informazioni finanziarie.

Come sono diventate così grandi? Non comprando tutto

Qui bisogna correggere una delle idee più diffuse.

Se un ETF possiede azioni Apple, Microsoft, Coca-Cola o JPMorgan, quelle azioni appartengono economicamente agli investitori del fondo, non al patrimonio personale di BlackRock o Vanguard.

La società di gestione amministra il patrimonio per conto dei clienti.

Immaginiamo un ETF con 10 milioni di euro investiti e una partecipazione dell'1% in una società.

Se l'ETF appartiene a migliaia o milioni di investitori, il gestore può risultare formalmente tra i principali azionisti della società, pur non avendo “messo in tasca” quelle azioni.

Ed è proprio qui che nasce il fenomeno interessante.

Nel 2026, per esempio, documenti depositati presso la SEC mostrano contemporaneamente Vanguard, BlackRock e State Street tra i principali azionisti di grandi società quotate. In un caso, una società mostrava rispettivamente circa l'11,5% a Vanguard, l'8% a BlackRock e il 6% a State Street.

Non significa che i tre amministratori possiedano personalmente il 25% dell'azienda. Significa che i portafogli gestiti per conto dei loro clienti rappresentano quote molto importanti del capitale.

Ed è una distinzione fondamentale.

Il vero potere non è soltanto economico: è il voto

A questo punto emerge la questione più delicata.

Possedere azioni significa, normalmente, avere anche diritti di voto nelle assemblee.

Un grande gestore può quindi trovarsi a votare su questioni importanti: nomina degli amministratori, remunerazione dei vertici, operazioni societarie e altre decisioni di governance.

Questo crea una situazione particolare.

Da una parte, la concentrazione è il risultato apparentemente naturale di una rivoluzione positiva: fondi indicizzati economici, diversificazione, pensione integrativa e accesso ai mercati per milioni di piccoli risparmiatori.

Dall'altra, la crescita gigantesca degli asset gestiti ha prodotto una concentrazione del potere di voto che pochi decenni fa era molto meno evidente.

BlackRock, per esempio, dichiarava 14.000 miliardi di dollari di patrimonio in gestione al 31 dicembre 2025. State Street dichiarava 6.300 miliardi di dollari di asset under management al 30 giugno 2026, oltre a 57.900 miliardi di dollari di attività in custodia o amministrazione, che è però una categoria diversa e non va confusa con gli asset gestiti.

Sono numeri talmente grandi da rendere evidente il cambiamento strutturale della finanza.

La nostra teoria: non è un complotto, ma nemmeno un fenomeno da sottovalutare

La nostra interpretazione è questa: non serve immaginare una cabina di regia segreta per spiegare la concentrazione finanziaria.

È sufficiente osservare gli incentivi economici.

Milioni di persone cercano investimenti diversificati e poco costosi → gli ETF crescono → gli asset dei grandi gestori aumentano → i costi possono diminuire ulteriormente grazie alle economie di scala → i prodotti diventano ancora più competitivi → arrivano nuovi investitori.

È un vero e proprio effetto valanga.

Ma c'è un secondo effetto.

Più capitale viene concentrato nei grandi gestori, maggiore diventa la loro importanza nelle assemblee societarie e nel dialogo con i consigli di amministrazione.

Questo non significa automaticamente che “controllino il mondo”. Sarebbe una conclusione semplicistica.

Significa però che la struttura proprietaria delle grandi società moderne è diventata molto più istituzionale e concentrata.

E questa situazione pone una domanda legittima: se una parte enorme dei risparmi mondiali viene investita attraverso pochi grandi intermediari, chi decide come vengono esercitati quei diritti di voto?

È probabilmente questa, più che la semplice proprietà delle azioni, la questione sulla quale dovremmo concentrare maggiormente l'attenzione nei prossimi anni.

Conclusione operativa: cosa dovrebbe capire il piccolo risparmiatore?

Per il cittadino comune, la lezione non è necessariamente “stai lontano dagli ETF” o “queste società sono cattive”.

Anzi, la diffusione della gestione passiva ha contribuito a rendere la diversificazione molto più accessibile.

La lezione è un'altra: quando investiamo attraverso un fondo, non stiamo semplicemente comprando un prodotto finanziario. Stiamo entrando in una struttura molto più ampia, nella quale esistono anche problemi di governance, proprietà e potere di voto.

La finanza moderna è diventata estremamente efficiente, ma anche estremamente concentrata.

Capire questa trasformazione significa capire meglio il mondo nel quale investiamo, risparmiamo e costruiamo il nostro futuro economico.

Tu cosa ne pensi? La concentrazione del potere finanziario nelle mani dei grandi gestori è una naturale conseguenza del mercato oppure dovrebbe essere maggiormente regolamentata? Scrivilo nei commenti.

mercoledì 2 settembre 2026

Il lavoro non è solo reddito: può essere una scuola di cittadinanza

Introduzione: e se la prevenzione della microcriminalità iniziasse dal lavoro?

Quando si parla di microcriminalità, disagio giovanile, vandalismo, marginalità sociale e difficoltà di integrazione, il dibattito tende spesso a concentrarsi su sicurezza, controlli e repressione.

Sono strumenti necessari, ma possiamo porci una domanda diversa: quanto potrebbe incidere, nel lungo periodo, un migliore rapporto tra giovani, formazione e lavoro?

La mia ipotesi è che il lavoro, quando è regolare, dignitoso e accompagnato da formazione, non produca soltanto reddito. Può insegnare una serie di comportamenti fondamentali per vivere nella società: rispettare gli orari, assumersi responsabilità, collaborare con persone diverse, rispettare regole condivise, ricevere un compenso per una prestazione e comprendere concretamente il rapporto tra ciò che si dà e ciò che si riceve.

Non significa certamente che chi non lavora sia incline alla criminalità. Sarebbe una generalizzazione ingiusta e priva di fondamento. Significa, piuttosto, che l'esclusione prolungata dal mondo della formazione e del lavoro può privare soprattutto i giovani di importanti occasioni di socializzazione e responsabilizzazione.

Il problema dei giovani che rimangono ai margini

Un dato è particolarmente interessante. Secondo Eurostat, nel 2025 in Italia la quota di giovani tra 15 e 29 anni che non lavoravano e non studiavano era pari al 13,3%, in forte diminuzione rispetto al 25,7% del 2015, ma ancora superiore alla media europea dell'11%.

Il dato non racconta, naturalmente, quanti di questi giovani siano realmente in una situazione di disagio. Un NEET può trovarsi temporaneamente fuori dal sistema educativo e dal mercato del lavoro per moltissime ragioni.

Ma esiste un principio economico e sociale interessante: più a lungo una persona rimane fuori dai circuiti produttivi e relazionali, più può diventare difficile rientrarvi.

Il lavoro crea infatti una rete di relazioni. Il giovane entra in contatto con colleghi, clienti, responsabili, fornitori e istituzioni. Impara che le proprie azioni producono conseguenze sugli altri.

È una forma di educazione pratica che la scuola, da sola, difficilmente può riprodurre completamente.

Lavorare giovani sì, sfruttare giovani no

Qui occorre fare una distinzione fondamentale.

Parlare di lavoro educativo non significa proporre di mandare ragazzi giovanissimi a lavorare al posto di studiare, né giustificare lavoro nero, sfruttamento o abbandono scolastico.

La normativa italiana prevede già strumenti che cercano di combinare formazione e lavoro. Il contratto di apprendistato di primo livello, disciplinato dal D.Lgs. 81/2015, può riguardare giovani dai 15 ai 25 anni ed è finalizzato anche al conseguimento di una qualifica o di un diploma professionale.

In generale, per lavorare in Italia occorre aver compiuto 16 anni e aver assolto l'obbligo scolastico; dai 15 anni è possibile, in determinate condizioni, l'apprendistato per la qualifica e il diploma professionale.

Questa impostazione contiene già un'idea interessante: formazione e lavoro non devono necessariamente essere mondi separati.

Immaginiamo, per esempio, un ragazzo di 17 anni che frequenti un percorso professionale e contemporaneamente svolga un'attività formativa in un'azienda. Potrebbe imparare un mestiere, ricevere una retribuzione, confrontarsi con adulti e coetanei e vedere concretamente il risultato delle proprie capacità.

Non sarebbe soltanto "un ragazzo che lavora". Sarebbe un giovane che comincia a percepirsi come parte attiva della comunità.

La mia teoria: lo scambio economico come educazione alla cittadinanza

È qui che possiamo formulare una teoria più ampia.

Una società funziona attraverso migliaia di scambi quotidiani. Io produco qualcosa, qualcun altro paga; qualcuno offre un servizio, qualcun altro lo utilizza; un'impresa assume un lavoratore e riceve una prestazione; il lavoratore riceve un reddito e lo utilizza per acquistare beni e servizi.

È un sistema di interdipendenza.

Supponiamo che un giovane guadagni 1.000 euro al mese. Non sono semplicemente 1.000 euro che entrano nel suo conto. Quel reddito può trasformarsi in affitto, cibo, trasporti, vestiti, tecnologia, tempo libero e imposte. Il denaro torna quindi continuamente nell'economia.

Il giovane scopre così qualcosa che nessuna lezione teorica può spiegare altrettanto bene: per ottenere risorse bisogna generalmente offrire valore a qualcun altro.

Naturalmente l'economia reale è molto più complessa e non esiste un perfetto equilibrio tra quanto ciascuno dà e quanto riceve. Esistono welfare, trasferimenti, pensioni, servizi pubblici e situazioni personali molto differenti.

Ma il principio educativo rimane potente.

Una persona che sperimenta presto il lavoro regolare può sviluppare più facilmente il senso del tempo, del denaro, della responsabilità e dello scambio. E soprattutto può costruire identità sociale e relazioni.

Questo potrebbe essere particolarmente importante nei contesti caratterizzati da marginalità, dispersione scolastica e scarse opportunità.

Non basta creare posti di lavoro: bisogna creare percorsi

Naturalmente il lavoro, da solo, non risolve la microcriminalità.

Un ragazzo può avere un lavoro e continuare ad avere problemi familiari, dipendenze, difficoltà psicologiche, cattive compagnie o altri fattori di rischio. Allo stesso modo, una persona disoccupata non è affatto automaticamente un problema per la società.

La vera opportunità potrebbe essere quindi costruire percorsi integrati: scuola, formazione professionale, sport, associazioni, apprendistato, orientamento e primo lavoro.

Non è un'idea puramente teorica. Il programma del Ministero del Lavoro dedicato all'ingresso dei giovani nel mercato del lavoro prevede già strumenti come orientamento, tutoraggio, formazione, tirocinio, apprendistato e servizio civile, rivolgendosi anche ai giovani più lontani dal mercato del lavoro.

La sfida potrebbe essere fare un passo ulteriore: considerare il primo contatto con il mondo produttivo non soltanto come una politica occupazionale, ma anche come una politica educativa e sociale.

Conclusione operativa: trasformare il primo lavoro in un investimento sulla persona

La domanda da porsi non dovrebbe essere soltanto: "Quanti posti di lavoro abbiamo creato?"

Dovremmo chiederci anche: "Quanti giovani abbiamo aiutato a sentirsi utili, responsabili e parte della società?"

Il lavoro regolare non è una medicina contro la criminalità e non deve diventare un sostituto della scuola o delle politiche sociali. Ma può essere uno degli strumenti attraverso cui una persona impara concretamente a stare nella società.

Per questo, a mio avviso, investire nell'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro significa investire contemporaneamente in reddito, competenze, autonomia, integrazione e senso di responsabilità.

E forse questa è una delle forme più intelligenti di prevenzione: non aspettare che un giovane venga escluso dalla società per poi chiedersi come recuperarlo, ma creare prima possibile occasioni concrete perché possa sentirsi parte dello scambio sociale.

Educazione finanziaria in pillole: ogni reddito nasce, direttamente o indirettamente, da uno scambio di valore. Imparare presto a comprendere il rapporto tra lavoro, reddito, consumo, risparmio e responsabilità può essere una delle basi più importanti per diventare adulti economicamente consapevoli.

Tu cosa ne pensi? Il lavoro può essere considerato anche uno strumento educativo e di integrazione sociale? Hai un'esperienza o un'opinione da condividere? Scrivila nei commenti.

lunedì 1 agosto 2022

Rialzo dei tassi.... Perchè

E così fu che il rialzo dei tassi arrivò.

Tanto tuonò che piovve, dice il proverbio.

Questo blog vuole semplificare alcuni contenuti economici e finanziari e con questo scopo oggi proveremo ad analizzare cosa effettivamente succede quando una banca centrale aumenta i tassi e perchè lo fa.

Prima di capirlo, occorre comprendere che l'economia moderna di un certo territorio politicamente omogeneo ha 2 campi distinti ma completamente legati l'uno all'altro: il campo economico e il campo monetario.

Certo... abbiamo detto che dovremmo rivolgerci ad un territorio politicamente omogeneo e in questo momento l'Unione Europea è tutto tranne che un campo politicamente omogeneo.
E questo è probabilmente il peccato originale dell'Euro. Una moneta unica diffusa in un insieme di stati diversi, con leggi sul lavoro diverse, con esigenze strategiche diverse e con equilibri sociali diversi.

Ma questo è l'argomento di un altro post. Per ora faremo finta che l'UE sia uno stato abbastanza unito e politicamente e economicamente coerente.

L'economia di un'area viene rappresentata e supportata dalla finanza. Nel senso che la produzione reale (in un mondo evoluto come il nostro) ha assolutamente bisogno di essere rappresentata da dei valori simbolici espressi in denaro.
Da una parte abbiamo terreni coltivati, verdura, allevamento, minerali, energia, macchine, utensili, fabbriche, servizi, etc...  tutte cose tangibili, produzione reale.
Dall'altra abbiamo il valore di queste cose in modo che siano scambiabili. Quindi prezzo, moneta, valori, prestiti, debiti, etc...

Quando una economia va bene e c'è produzione il sistema richiede più denaro perchè c'è bisogno che il sistema produttivo venga "lubrificato". Senza olio (denaro) il sistema si grippa e si rompe per mancanza di capacità di far fluire da un punto all'altro del sistema quanto viene prodotto.
In una situazione del genere il centro decisionale finanziario (in genere la banca centrale, in Europa ora la BCE) decide di immettere nel sistema più liquidità, più denaro.

E lo fa rendendo appetibile ai principali compratori di denaro (le singole banche commerciali) acquistare denaro. Se il denaro costa poco, vale poco.
Quindi imprenditori e investitori preferiranno indirizzare le loro risorse verso gli impieghi che più di altri hanno un rendimento che consentirà loro di guadagnare di più.

Se esistono rendimenti finanziari "alti" (costo del denaro alto significa che costa di più per chi lo acquista ma anche che rende di più per chi lo vende o ci investe!) tali investimenti attireranno l'attenzione di imprenditori e investitori con capitale disponibile. Probabilmente uno degli obiettivi della BCE è attirare denaro da altre economie extraeuropee per convogliarli nelle casse della UE.
Perchè quando una moneta aumenta i tassi di interesse, questo provvedimento è aperto a tutto il mondo, in un mercato finanziario praticamente in funzione 24 ore su 24, sette giorni su 7, 12 mesi all'anno.

Ora, se ben guardiamo, ci troviamo in una situazione veramente curiosa.
L'Unione Europea presenta un tasso di inflazione notevolmente alto rispetto ai parametri e alle previsioni di chi l'Euro l'ha creato ma ciononostante un tasso di crescita e di sviluppo dell'economia fortemente deficitario (soprattutto se paragonato a locomotive come il sud-est asiatico o gli USA).
Se proprio volessimo essere precisi, non ci troviamo in un periodo inflattivo (inflazione in aumento) ma in un periodo di STAGFLAZIONE.

Che altro non è che l'unione delle parole "stagnazione" + "inflazione". La stagflazione indica una situazione di aumento dei prezzi e della massa di denaro circolante unito ad un periodo di recessione economica o di forte ritardo di sviluppo.

La domanda è: siamo sicuri che l'aumento dei tassi di interesse sull'euro (quelli attuali e quelli futuri) sia stata la miglior mossa da fare?
Ne riparleremo.

GRAZIE PER L'ATTENZIONE.

venerdì 29 maggio 2015

Quanto costa ad un'azienda essere innovativa?

In economia l'innovazione è un concetto apparentemente complesso e ad una prima analisi da relegare solo ad alcuni specifici ambiti estremamente tecnici.

Si è parlato così tanto e così spesso di innovazione accostando il concetto alla tecnologia, ai computer, alle fonti energetiche, alla telefonia e via discorrendo che si è perso di vista la semplicità e basilarietà di questa idea.

Innovare significa semplicemente fare qualcosa che fino a quel momento non si faceva.

Non necessariamente l'innovazione è qualcosa di legato ad una mirabolante invenzione tecnologica o alla scoperta di chissà quale nuovo materiale o sostanza.

L'innovazione è talmente legata al concetto di sopravvivenza che sembra quasi ridicolo doverne parlare.
Ma in un modo in cui la presunzione di sapere sta prendendo sempre più spazio a discapito della conoscenza effettiva (teoria + pratica), appare evidente che non si debba dare niente per scontato.

In un periodo storico in cui le aziende stanno incontrando grandi difficoltà attorno a loro, INNOVARE non è solo uno sfizio o un lusso.
E' una assoluta necessità.
Innovare non significa stavolgere o rivoluzionare. Chi pensa che questi verbi siano sinonimi dovrebbe prendere in mano un dizionario e controllare.
Innovare significa prendere atto che qualcosa non sta andando bene e occorre trovare delle soluzioni.

Queste innovazioni possono essere
a. di Amministrazione.
b. di Marketing.
c. di Organizzazione interna.
d. di Produzione.
e. di Formazione.r
f. di Sviluppo nuovi mercati.

solo per citarne alcune.....
Un'azienda si può innovare, investendo nella formazione, proponendosi sul mercato in un modo nuovo, sperimentando nuove strategie, lanciando nuovi prodotti affini a quelli precedenti.
Non ci sono molti limiti all'innovazione. Tutt'altro.

Questo ha un costo?

Se per costo intendiamo delle uscite di denaro, certamente si. L'azienda che stia ferma o si muova, ha dei costi e delle uscite di denaro. Alcune uscite di denaro sono produttive di maggiori entrate future. Sono dei costi particolari: si chiamano investimenti.
L'innovazione è un investimento. Si.

Ma fermiamoci a riflettere su quali siano i costi che una azienda affronterà se NON innova, se NON cambia, se si FERMA a pensare che è dalla parte della ragione.

Esistono persone che staranno ore a spiegarti quanto loro siano dalla parte della ragione mentre piangono o si lamentano di ciò che non va nella loro vita. Ci sono aziende che ti spiegheranno per ore quanto siano bravi e competenti mentre le loro entrate e le loro vendite continuano a calare.

Un organismo che non cambia quando cambiano le cose attorno a lui è destinato a subire il destino. Se è fortunato, sopravviverà con qualche ferita e qualche abito stracciato. Se non è fortunato (tanti) semplicemente morirà.
Un'azienda che non innova in un periodo di crisi, attendendo l'abbondanza per innovare, non vedrà mai quell'abbondanza.

Quindi la domanda diventa...... quanto può costare ad un'azienda non essere innovativa?
Tutto, anche la propria stessa esistenza.

Grazie per l'attenzione.

lunedì 25 maggio 2015

Può una singola azienda andar bene mentre tutte le altre vanno male?

Salve, spesso durante i corsi che tengo in materia di marketing o ri-organizzazione aziendale ci capita di parlare di strumenti che l'azienda può usare per riuscire da questo periodo di difficoltà.

Prima ancora di comprendere a fondo questi strumenti e, ovviamente, prima ancora di metterli alla prova per verificare di persona la loro funzionalità......
questi concetti vengono bloccati da una sorta di disfattismo pre-giudiziale in cui la nota dominante è la seguente:
"E' inutile mettere in atto qualsiasi strumento perchè il problema risiede in fattori molto più grandi e che esulano le possibilità di intervento della piccola azienda. Il problema risiede nella macroeconomia, ovvero in ciò che il governo, le istituzioni e gli altri stati decidono e fanno".

Ad esempio, se ci riferiamo ad un territorio a forte vocazione turistica sembra quasi che qualsiasi iniziativa sia impossibile a meno che il mercato non ri-cominci di nuovo a fornire nuove presenze turistiche sul territorio.
Un ristoratore mi dice: "E' inutile che io faccia promozione e marketing, tanto se i turisti non ci sono non dipende da me!!"

Perchè questo pensiero?
In primo luogo perchè l'imprenditore, bersagliato continuamente dagli effetti deleteri della (pseudo)-informazione dei mass-media, ha ormai concentrato la sua attenzione sui problemi (EFFETTO) anzichè sulle possibili soluzioni (CAUSA).
E in secondo luogo perchè c'è una grande confusione fra due approcci ai problemi economici molto differenti seppur parzialmente interconnessi: ovvero l'approccio micro-economico e l'approccio macro-economico.

In termini semplici di che parliamo?
La microeconomia studia (essenzialmente) l'economia in piccolo ovvero il comportamento del singolo prodotture e del singolo consumatore pur se riunisce questi risultati in leggi di mercato.
La macroeconomia studia l'economia in grande ovvero il comportamento di stati, governi, leggi di mercato e tassi di cambio.
Il tutto semplificando all'osso le due disciplina.

E' ovvio che attualmente ci siano problemi economici dovuti a fattori che vanno molto al di là delle possibilità di intervento di una singola azienda. Ma anche di un gruppo di aziende associate. A volte anche dell'intervento di un singolo stato.
Se in una certa area economica ci sono difficoltà perchè la domanda è crollata, ci sono ovviamente fattori macroeconomici al lavoro. Potrebbero essere leggi errati sul lavoro, pressione fiscale scorretta sulle aziende, mancanza di finanziamenti pubblici o bancari, mancanza di infrastrutture e via dicendo.

Ma il fatto che questi fattori esistano, non dice nient'altro se non quanto sia duro l'ambiente in cui dobbiamo operare.
E una volta stimate le difficoltà, sopravvivvere e prosperare è sempre compito e responsabilità del singolo imprenditore.

Esempio.
In una zona turistica abbiamo un improvviso calo di presenze del 30%. Nella zona esistono 6 ristoranti.
Prima della "crisi" si registra la presenza di 1.000 turisti. Che ovviamente vanno a mangiare in più ristoranti nel loro periodo di permanenza. Per semplicità diciamo che ogni turista visita almeno 3 ristoranti (3.000 coperti). Abbiamo questa ipotesi.
Ristorante A - 500 coperti
Ristorante B - 300 coperti
Ristorante C - 700 coperti
Ristorante D - 250 coperti
Ristorante E - 900 coperti
Ristorante F - 350 coperti

Ovviamente i ristoranti avranno capienze diverse e costi di gestione diversi. Ma per semplicità vedremo che, a parte il ristorante B e quello E, gli altri lavorano più o meno nello stesso modo.
Dopo un qualche fattore MACROECONOMICO, i turisti spariscono e invece di 1.000 presenze se ne registrano 700. 
Secondo voi, questa diminuzione di presenze interesserà in modo UGUALE tutti i ristoranti? Forsi si o forse no. Non c'è diretta conseguenza. Ma molto probabilmente i ristoranti che lavoravano meglio perderanno meno clienti e coperti di quelli che lavoravamo peggio. Potremmo ipotizzare questo.

Ristorante A - 250 coperti
Ristorante B - 100 coperti
Ristorante C - 750 coperti
Ristorante D -  50 coperti
Ristorante E - 750 coperti
Ristorante F - 200 coperti

Cosa se ne deduce? Che su 6 ristoranti, ben 5 hanno avuto una diminuzione di presenze e coperti. Ma 1 ha addirittura avuto un aumento. Chi? Probabilmente quello più efficente che ha lavorato meglio o ha colto meglio alcune nuove opportunità. Magari quello che ha promosso di più, nonostante la crisi.
Ora, da un punto di vista macro-economico, il territorio è in crisi. E sicuramente molti posti di lavoro sono a rischio.
Il ristorante D e quello B probabilmente chiuderanno. O si dovranno indebitare per rimanere aperti e sperare che la crisi passi.
Anche il ristorante A e il ristorante F sono in gravi difficoltà.
Mentre il ristorante E ha avuto una diminuzione di entrate ma alla fine non si strappa i capelli.

Vedete quante scene differenti? Ognuna di esse può essere esaminata in un ambito diverso. C'è chi è andato male, chi malissimo, chi così-così e chi addirittura bene.

Il punto è che ogni Ristorante ha il potere di andare meglio se applica i giusti interventi nonostante la crisi. Chi lo farà? Chi lavorerà meglio, è ovvio. Chi farà la migliore promozione o offrirà il miglior prodotto. O entrambi.
E' possibile che tutti e sei i ristoranti lavorino meglio nonostante la crisi?
Si. Certo.
Lavorando bene, promuovendo, offrendo un servizio di qualità e così via, potrebbero portare i 700 turisti presenti ad andare più volte al ristorante portano a 4 visite di media per stagione contro le 3 dell'anno prima.
E così i ristoranti avrebbero 2.800 coperti da distribuirsi anzichè 2.100.
Vedete come può funzionare?
Ovviamente i soldi in più che i turisti spenderanno nel ristorante forse verranno tolti da gite in barca, o spese nei negozi o ..... non si sa. Ma così funziona il mercato. E' una questione di concorrenza.
Le aziende che gestiscono le linee telefoniche cellulari hanno cambiato il modo di spendere degli italiani. Se si esamina come è composto il paniere di spesa di una famiglia del 2015 è ben diverso da quello di una famiglia del 1985 ad esempio.

Una singola azienda può sempre migliorare le sue condizioni e la sua produzione. Anche in un momento di crisi. Sarà più difficile e dovrà erodere clienti ai concorrenti. Ma funziona così anche in momenti in cui la crisi non c'è.
Anche perchè se c'è mercato, nuove aziende apriranno per farci la concorrenza. Quindi non è possibile pensare di non doversi confrontare con qualcuno sul mercato.
Che sia una azienda simile alla nostra o un'azienda di un mercato complementare.

Spero di aver chiarito il concetto. Grazie per l'attenzione.
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