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mercoledì 2 settembre 2026

Il lavoro non è solo reddito: può essere una scuola di cittadinanza

Introduzione: e se la prevenzione della microcriminalità iniziasse dal lavoro?

Quando si parla di microcriminalità, disagio giovanile, vandalismo, marginalità sociale e difficoltà di integrazione, il dibattito tende spesso a concentrarsi su sicurezza, controlli e repressione.

Sono strumenti necessari, ma possiamo porci una domanda diversa: quanto potrebbe incidere, nel lungo periodo, un migliore rapporto tra giovani, formazione e lavoro?

La mia ipotesi è che il lavoro, quando è regolare, dignitoso e accompagnato da formazione, non produca soltanto reddito. Può insegnare una serie di comportamenti fondamentali per vivere nella società: rispettare gli orari, assumersi responsabilità, collaborare con persone diverse, rispettare regole condivise, ricevere un compenso per una prestazione e comprendere concretamente il rapporto tra ciò che si dà e ciò che si riceve.

Non significa certamente che chi non lavora sia incline alla criminalità. Sarebbe una generalizzazione ingiusta e priva di fondamento. Significa, piuttosto, che l'esclusione prolungata dal mondo della formazione e del lavoro può privare soprattutto i giovani di importanti occasioni di socializzazione e responsabilizzazione.

Il problema dei giovani che rimangono ai margini

Un dato è particolarmente interessante. Secondo Eurostat, nel 2025 in Italia la quota di giovani tra 15 e 29 anni che non lavoravano e non studiavano era pari al 13,3%, in forte diminuzione rispetto al 25,7% del 2015, ma ancora superiore alla media europea dell'11%.

Il dato non racconta, naturalmente, quanti di questi giovani siano realmente in una situazione di disagio. Un NEET può trovarsi temporaneamente fuori dal sistema educativo e dal mercato del lavoro per moltissime ragioni.

Ma esiste un principio economico e sociale interessante: più a lungo una persona rimane fuori dai circuiti produttivi e relazionali, più può diventare difficile rientrarvi.

Il lavoro crea infatti una rete di relazioni. Il giovane entra in contatto con colleghi, clienti, responsabili, fornitori e istituzioni. Impara che le proprie azioni producono conseguenze sugli altri.

È una forma di educazione pratica che la scuola, da sola, difficilmente può riprodurre completamente.

Lavorare giovani sì, sfruttare giovani no

Qui occorre fare una distinzione fondamentale.

Parlare di lavoro educativo non significa proporre di mandare ragazzi giovanissimi a lavorare al posto di studiare, né giustificare lavoro nero, sfruttamento o abbandono scolastico.

La normativa italiana prevede già strumenti che cercano di combinare formazione e lavoro. Il contratto di apprendistato di primo livello, disciplinato dal D.Lgs. 81/2015, può riguardare giovani dai 15 ai 25 anni ed è finalizzato anche al conseguimento di una qualifica o di un diploma professionale.

In generale, per lavorare in Italia occorre aver compiuto 16 anni e aver assolto l'obbligo scolastico; dai 15 anni è possibile, in determinate condizioni, l'apprendistato per la qualifica e il diploma professionale.

Questa impostazione contiene già un'idea interessante: formazione e lavoro non devono necessariamente essere mondi separati.

Immaginiamo, per esempio, un ragazzo di 17 anni che frequenti un percorso professionale e contemporaneamente svolga un'attività formativa in un'azienda. Potrebbe imparare un mestiere, ricevere una retribuzione, confrontarsi con adulti e coetanei e vedere concretamente il risultato delle proprie capacità.

Non sarebbe soltanto "un ragazzo che lavora". Sarebbe un giovane che comincia a percepirsi come parte attiva della comunità.

La mia teoria: lo scambio economico come educazione alla cittadinanza

È qui che possiamo formulare una teoria più ampia.

Una società funziona attraverso migliaia di scambi quotidiani. Io produco qualcosa, qualcun altro paga; qualcuno offre un servizio, qualcun altro lo utilizza; un'impresa assume un lavoratore e riceve una prestazione; il lavoratore riceve un reddito e lo utilizza per acquistare beni e servizi.

È un sistema di interdipendenza.

Supponiamo che un giovane guadagni 1.000 euro al mese. Non sono semplicemente 1.000 euro che entrano nel suo conto. Quel reddito può trasformarsi in affitto, cibo, trasporti, vestiti, tecnologia, tempo libero e imposte. Il denaro torna quindi continuamente nell'economia.

Il giovane scopre così qualcosa che nessuna lezione teorica può spiegare altrettanto bene: per ottenere risorse bisogna generalmente offrire valore a qualcun altro.

Naturalmente l'economia reale è molto più complessa e non esiste un perfetto equilibrio tra quanto ciascuno dà e quanto riceve. Esistono welfare, trasferimenti, pensioni, servizi pubblici e situazioni personali molto differenti.

Ma il principio educativo rimane potente.

Una persona che sperimenta presto il lavoro regolare può sviluppare più facilmente il senso del tempo, del denaro, della responsabilità e dello scambio. E soprattutto può costruire identità sociale e relazioni.

Questo potrebbe essere particolarmente importante nei contesti caratterizzati da marginalità, dispersione scolastica e scarse opportunità.

Non basta creare posti di lavoro: bisogna creare percorsi

Naturalmente il lavoro, da solo, non risolve la microcriminalità.

Un ragazzo può avere un lavoro e continuare ad avere problemi familiari, dipendenze, difficoltà psicologiche, cattive compagnie o altri fattori di rischio. Allo stesso modo, una persona disoccupata non è affatto automaticamente un problema per la società.

La vera opportunità potrebbe essere quindi costruire percorsi integrati: scuola, formazione professionale, sport, associazioni, apprendistato, orientamento e primo lavoro.

Non è un'idea puramente teorica. Il programma del Ministero del Lavoro dedicato all'ingresso dei giovani nel mercato del lavoro prevede già strumenti come orientamento, tutoraggio, formazione, tirocinio, apprendistato e servizio civile, rivolgendosi anche ai giovani più lontani dal mercato del lavoro.

La sfida potrebbe essere fare un passo ulteriore: considerare il primo contatto con il mondo produttivo non soltanto come una politica occupazionale, ma anche come una politica educativa e sociale.

Conclusione operativa: trasformare il primo lavoro in un investimento sulla persona

La domanda da porsi non dovrebbe essere soltanto: "Quanti posti di lavoro abbiamo creato?"

Dovremmo chiederci anche: "Quanti giovani abbiamo aiutato a sentirsi utili, responsabili e parte della società?"

Il lavoro regolare non è una medicina contro la criminalità e non deve diventare un sostituto della scuola o delle politiche sociali. Ma può essere uno degli strumenti attraverso cui una persona impara concretamente a stare nella società.

Per questo, a mio avviso, investire nell'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro significa investire contemporaneamente in reddito, competenze, autonomia, integrazione e senso di responsabilità.

E forse questa è una delle forme più intelligenti di prevenzione: non aspettare che un giovane venga escluso dalla società per poi chiedersi come recuperarlo, ma creare prima possibile occasioni concrete perché possa sentirsi parte dello scambio sociale.

Educazione finanziaria in pillole: ogni reddito nasce, direttamente o indirettamente, da uno scambio di valore. Imparare presto a comprendere il rapporto tra lavoro, reddito, consumo, risparmio e responsabilità può essere una delle basi più importanti per diventare adulti economicamente consapevoli.

Tu cosa ne pensi? Il lavoro può essere considerato anche uno strumento educativo e di integrazione sociale? Hai un'esperienza o un'opinione da condividere? Scrivila nei commenti.

giovedì 6 agosto 2026

Oro nel 2026: è ancora una soluzione per risparmiare e investire?

Introduzione: perché tutti parlano di oro?

L’oro è uno degli investimenti più antichi della storia. Ma proprio per questo, quando il suo prezzo sale molto, nasce una domanda inevitabile: ha ancora senso comprarlo oppure ormai è troppo caro?

La domanda è particolarmente attuale nel 2026. Nel primo trimestre dell’anno il prezzo medio dell’oro ha raggiunto un nuovo record di circa 4.873 dollari per oncia, dopo aver superato i 5.400 dollari a gennaio. Nello stesso trimestre la domanda mondiale di oro fisico sotto forma di lingotti e monete è aumentata del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Anche le banche centrali continuano a considerare l’oro una componente strategica delle proprie riserve. Nel primo trimestre 2026 ne hanno acquistate circa 244 tonnellate.

Ma attenzione: un bene che è salito molto non diventa automaticamente un buon investimento. L’oro può essere utile in un portafoglio, ma non è una macchina per produrre rendimento.

L’oro protegge davvero il risparmio?

Il principale punto di forza dell’oro non è quello di generare interessi o dividendi. È la sua funzione di bene reale e diversificatore.

Un conto corrente produce liquidità, un’obbligazione può produrre interessi, un’azione può distribuire dividendi e rivalutarsi. L’oro, invece, non paga cedole e non genera un flusso di cassa. Il suo rendimento dipende essenzialmente dall’aumento o dalla diminuzione del prezzo.

Perché allora può avere senso possederne una parte?

Perché il comportamento dell’oro può essere diverso da quello di altre attività finanziarie. In periodi di forte incertezza geopolitica, inflazione, tensioni sui mercati o perdita di fiducia nelle valute, la domanda di oro può aumentare.

Non è soltanto una teoria. Secondo il World Gold Council, le banche centrali hanno accumulato mediamente circa 1.000 tonnellate d’oro all’anno negli ultimi quattro anni, contro una media di circa 500 tonnellate nel decennio precedente. Nel giugno 2026, inoltre, l’89% dei responsabili delle riserve centrali intervistati prevedeva un aumento delle riserve auree mondiali nei successivi dodici mesi.

Questo non significa che il piccolo risparmiatore debba imitare una banca centrale. Significa però che l’oro continua ad avere una funzione riconosciuta nella gestione del patrimonio.

Comprare oro fisico: attenzione a costi e fiscalità

Per il risparmiatore italiano esiste una differenza importante tra oro da investimento e semplice oro acquistato come gioiello.

La legge n. 7 del 17 gennaio 2000 considera oro da investimento, tra l’altro, i lingotti o le placchette con purezza pari almeno a 995 millesimi e determinate monete d’oro con purezza pari o superiore a 900 millesimi.

L’oro da investimento gode inoltre di un particolare trattamento IVA: le cessioni di oro da investimento sono generalmente esenti dall’imposta sul valore aggiunto.

Questo non significa però che acquistare oro fisico sia gratuito.

Supponiamo, per esempio, di acquistare 5.000 euro di oro. Il venditore potrebbe applicare uno spread tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita. Se il costo complessivo implicito fosse, ipoteticamente, del 3%, il prezzo dell’oro dovrebbe salire almeno di quella percentuale prima che il risparmiatore inizi realmente a recuperare il capitale.

A questo bisogna aggiungere, nel caso dell’oro fisico, eventuali costi di custodia, assicurazione e sicurezza.

C'è poi un aspetto fiscale da non sottovalutare. Per le cessioni di metalli preziosi, in assenza della documentazione relativa al costo di acquisto, le istruzioni dell’Agenzia delle Entrate prevedono che la plusvalenza possa essere determinata assumendo come riferimento l’intero corrispettivo della vendita.

Conservare fatture, documentazione di acquisto e certificati è quindi fondamentale.

Oro fisico oppure strumenti finanziari?

Non esiste una risposta valida per tutti.

Chi acquista lingotti o monete possiede direttamente un bene fisico. Questo può rappresentare un vantaggio psicologico e patrimoniale, ma comporta problemi pratici: custodia, sicurezza, assicurazione e differenza tra prezzo di acquisto e prezzo di riacquisto.

Esistono poi strumenti finanziari collegati al prezzo dell’oro, come gli ETF/ETC garantiti o collegati all’oro. Possono essere più semplici da acquistare e vendere attraverso un intermediario finanziario, ma introducono altri elementi da valutare: struttura dello strumento, costi, rischio dell'emittente o della struttura, modalità di replica dell'oro e trattamento fiscale.

La domanda corretta, quindi, non dovrebbe essere semplicemente “meglio oro fisico o oro finanziario?”, ma: quale strumento è più coerente con il mio obiettivo, il mio orizzonte temporale e il resto del mio patrimonio?

Quanto oro dovrebbe avere un risparmiatore?

Questa è probabilmente la questione più importante.

L’errore sarebbe trasformare l’oro in una scommessa sul suo prossimo rialzo. Dopo una forte crescita dei prezzi, infatti, può verificarsi anche una correzione significativa. Lo stesso World Gold Council, parlando delle prospettive 2026, evidenzia scenari molto diversi: un rallentamento economico e tassi più bassi potrebbero sostenere ulteriormente l’oro, mentre una riduzione dei rischi geopolitici e un dollaro più forte potrebbero esercitare pressione sul prezzo.

Per questo l’oro può avere più senso come componente di diversificazione che come investimento unico.

Un esempio puramente didattico: una persona con 100.000 euro di patrimonio finanziario potrebbe decidere di destinare una quota limitata, ad esempio 5.000-10.000 euro, a una componente legata all’oro, mantenendo il resto diversificato tra liquidità, obbligazioni e altri investimenti coerenti con il proprio profilo di rischio.

Non è una percentuale “giusta” universalmente: è soltanto un esempio per capire il concetto di diversificazione.

Conclusione operativa: l’oro sì, ma con una strategia

Nel 2026 l’oro ha ottime ragioni per essere osservato con attenzione. Prezzi record, acquisti delle banche centrali e tensioni geopolitiche ne stanno sostenendo la domanda.

Ma proprio perché il prezzo è aumentato molto, non dovrebbe essere acquistato pensando che possa continuare necessariamente a salire.

L’oro può avere una funzione interessante nella protezione e nella diversificazione del patrimonio, soprattutto quando viene considerato come una componente di lungo periodo e non come una scommessa speculativa.

Educazione finanziaria in pillole

Prima di comprare oro, chiediti sempre tre cose:

  1. Perché lo sto comprando? Protezione, diversificazione o speculazione?
  2. Quanto mi costa realmente? Considera spread, commissioni, custodia e fiscalità.
  3. Cosa succede se il prezzo scende del 20%? Se la risposta è “venderei immediatamente per paura”, probabilmente ne hai acquistato troppo.

Il vero obiettivo non è indovinare quale sarà il prezzo dell’oro tra un anno. È costruire un patrimonio capace di affrontare scenari diversi.

Tu possiedi già oro oppure stai pensando di acquistarlo? Hai un dubbio? Scrivilo nei commenti.

mercoledì 22 luglio 2026

La scuola italiana prepara davvero i giovani al lavoro del futuro?

 

Introduzione

Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di competenze, intelligenza artificiale, professioni digitali e trasformazione del mercato del lavoro. Eppure, una domanda resta centrale: la scuola italiana sta davvero formando cittadini e lavoratori pronti ad affrontare il mondo che li aspetta?

Il tema non riguarda soltanto gli studenti. Coinvolge le famiglie, le imprese e, in definitiva, l'intero sistema economico. Un giovane che entra nel mercato del lavoro con competenze adeguate ha maggiori possibilità di trovare un'occupazione stabile, mentre le aziende riescono più facilmente a reperire personale qualificato. Al contrario, quando la formazione non è allineata alle esigenze del mercato, aumenta il cosiddetto mismatch, cioè il divario tra le competenze richieste dalle imprese e quelle realmente possedute dai candidati.

Un mercato del lavoro che cambia più velocemente della scuola

Negli ultimi dieci anni il mondo del lavoro ha subito una trasformazione senza precedenti. L'automazione, la digitalizzazione e l'intelligenza artificiale stanno modificando attività che fino a poco tempo fa sembravano immutabili.

Non significa che scompariranno tutti i lavori tradizionali, ma che quasi tutte le professioni richiederanno competenze nuove. Oltre alle conoscenze tecniche, diventano sempre più importanti capacità come:

  • problem solving;
  • utilizzo degli strumenti digitali;
  • comunicazione efficace;
  • lavoro in team;
  • capacità di aggiornarsi continuamente.

Pensiamo, ad esempio, a un impiegato amministrativo. Fino a qualche anno fa bastava conoscere i principali programmi di videoscrittura e i fogli di calcolo. Oggi molte attività ripetitive vengono automatizzate e cresce la richiesta di persone capaci di interpretare dati, utilizzare strumenti di intelligenza artificiale e gestire processi complessi.

La scuola italiana sta introducendo gradualmente questi temi, ma spesso con velocità diverse da territorio a territorio e con risorse non sempre sufficienti.

L'orientamento e il rapporto con le imprese stanno migliorando

Negli ultimi anni sono stati introdotti diversi interventi per avvicinare il mondo della scuola a quello del lavoro.

Tra questi rientrano il potenziamento dell'orientamento scolastico e i percorsi per le competenze trasversali e per l'orientamento (PCTO), evoluzione della precedente alternanza scuola-lavoro. L'obiettivo è permettere agli studenti di conoscere più da vicino le realtà produttive e comprendere quali competenze siano realmente richieste.

Dal punto di vista normativo, anche nel corso dell'anno scolastico 2025-2026 prosegue il rafforzamento delle attività di orientamento previste dalle recenti riforme del sistema scolastico, con particolare attenzione agli ultimi anni delle scuole secondarie superiori. Si tratta di un percorso destinato a diventare sempre più centrale nella progettazione didattica.

Naturalmente, la qualità dell'esperienza dipende molto dal territorio e dalle aziende coinvolte. In alcune realtà gli studenti partecipano a progetti concreti e formativi; in altre le attività risultano ancora troppo limitate o poco collegate agli obiettivi professionali.

Le competenze finanziarie restano un punto debole

Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda l'educazione finanziaria.

Molti ragazzi terminano gli studi senza aver mai affrontato temi come il funzionamento di una busta paga, la differenza tra stipendio lordo e netto, il significato di un mutuo, di un tasso di interesse o di una pensione contributiva.

Eppure queste conoscenze incidono direttamente sulla vita quotidiana.

Facciamo un esempio molto semplice.

Un giovane assunto con una retribuzione lorda annua di 28.000 euro potrebbe aspettarsi di ricevere ogni mese circa 2.300 euro. In realtà, dopo contributi previdenziali e imposte, il netto mensile può essere sensibilmente inferiore, variando in funzione del contratto e delle detrazioni spettanti.

Comprendere questi meccanismi aiuta a pianificare meglio il proprio bilancio familiare, evitare errori nelle scelte economiche e valutare con maggiore consapevolezza offerte di lavoro o finanziamenti.

L'educazione finanziaria non serve a trasformare tutti in investitori, ma a rendere ogni cittadino più autonomo nelle decisioni economiche che dovrà affrontare nel corso della vita.

Come dovrebbe evolvere la scuola nei prossimi anni

La vera sfida non consiste nell'insegnare soltanto nuove materie, ma nel cambiare il modo di apprendere.

Il mercato del lavoro richiederà sempre meno conoscenze da memorizzare e sempre più capacità di adattarsi ai cambiamenti. Chi oggi frequenta la scuola probabilmente svolgerà, nel corso della propria carriera, professioni che ancora non esistono o che subiranno profonde trasformazioni.

Per questo motivo sarà fondamentale rafforzare:

  • le competenze digitali;
  • l'educazione finanziaria;
  • la conoscenza delle regole del lavoro;
  • le competenze linguistiche;
  • la capacità di aggiornarsi durante tutta la vita professionale.

Anche gli adulti dovranno abituarsi a formarsi continuamente. La formazione non finirà più con il diploma o la laurea, ma accompagnerà l'intera carriera lavorativa.

Conclusione operativa

La scuola italiana sta compiendo alcuni passi nella direzione giusta, ma il percorso è ancora lungo. Preparare i giovani al lavoro del futuro significa fornire strumenti concreti per comprendere l'economia, utilizzare le nuove tecnologie e affrontare con consapevolezza le scelte professionali e finanziarie.

Non è una responsabilità esclusiva degli insegnanti: famiglie, imprese e istituzioni possono contribuire a costruire un sistema formativo più vicino alla realtà.

Educazione finanziaria in pillole

Dedica almeno un'ora al mese a imparare qualcosa sulla gestione del denaro: leggere una busta paga, capire come funziona un conto corrente, conoscere la differenza tra risparmio e investimento o imparare a costruire un semplice budget personale sono competenze che possono fare la differenza per tutta la vita.

Hai un dubbio o vuoi raccontare la tua esperienza sulla scuola e il mondo del lavoro? Scrivilo nei commenti.

venerdì 26 giugno 2026

Le piccole spese che svuotano il conto: come riconoscerle e risparmiare davvero nel 2026

Ogni mese controlliamo bollette, mutuo o affitto e magari il costo della spesa alimentare. Eppure, spesso non sono le grandi uscite a mettere in difficoltà il bilancio familiare, ma una lunga serie di piccoli pagamenti che passano quasi inosservati.

Abbonamenti dimenticati, commissioni bancarie, servizi digitali duplicati, acquisti impulsivi online: presi singolarmente sembrano cifre trascurabili, ma sommati nell'arco di un anno possono pesare per centinaia o addirittura migliaia di euro.

Imparare a individuare queste "spese invisibili" è uno dei modi più semplici per migliorare la propria situazione finanziaria, senza rinunciare alla qualità della vita.

Le spese ricorrenti: poche decine di euro che fanno la differenza

Negli ultimi anni il numero di pagamenti automatici è aumentato notevolmente. Oggi è normale avere diversi addebiti mensili:

  • piattaforme di streaming;
  • servizi cloud;
  • applicazioni per smartphone;
  • palestre;
  • software in abbonamento;
  • assicurazioni rateizzate;
  • piccoli servizi digitali.

Immaginiamo una famiglia che sostenga queste spese ogni mese:

  • due piattaforme streaming: 26 euro;
  • cloud e archiviazione: 10 euro;
  • app e software vari: 18 euro;
  • palestra poco utilizzata: 35 euro;
  • commissioni bancarie e carte: 11 euro.

Il totale è di 100 euro al mese.

Moltiplicati per dodici mesi significano 1.200 euro all'anno.

Una cifra che potrebbe finanziare una vacanza, contribuire al fondo di emergenza o essere destinata a un progetto importante.

Il problema non è tanto spendere, quanto continuare a pagare servizi che non vengono realmente utilizzati.

Il metodo dei 15 minuti

Un esercizio molto efficace consiste nel dedicare appena un quarto d'ora ogni mese al controllo del proprio estratto conto.

È sufficiente verificare:

  • quali pagamenti si ripetono automaticamente;
  • se tutti gli abbonamenti sono ancora utili;
  • se esistono servizi doppi;
  • se qualche commissione può essere evitata cambiando tipologia di conto o carta.

Molte banche permettono ormai di classificare automaticamente le spese attraverso l'applicazione, rendendo questo controllo molto semplice.

Bastano pochi minuti per accorgersi che si sta pagando un servizio mai utilizzato oppure una prova gratuita trasformata in abbonamento.

Attenzione ai rinnovi automatici

Uno degli aspetti più sottovalutati riguarda il rinnovo automatico dei contratti.

Molti servizi digitali prevedono il rinnovo salvo disdetta. È quindi buona abitudine annotare sul calendario la data di scadenza o impostare un promemoria almeno una settimana prima.

Dal punto di vista normativo, i consumatori continuano a beneficiare delle tutele previste dal Codice del Consumo (D.Lgs. 206/2005), che impone obblighi di trasparenza sulle condizioni contrattuali e sui rinnovi dei servizi acquistati online. Inoltre, per molti contratti conclusi a distanza resta applicabile il diritto di recesso entro 14 giorni, salvo le eccezioni previste dalla legge.

Una semplice verifica periodica può evitare rinnovi indesiderati e spese che si protraggono per mesi.

Trasformare il risparmio in un'abitudine

Risparmiare non significa rinunciare a tutto.

Un approccio più efficace consiste nel fissare un obiettivo concreto.

Supponiamo di riuscire a eliminare soltanto 40 euro di spese inutili ogni mese.

In un anno il risparmio sarà pari a 480 euro.

Se questi soldi vengono accantonati con regolarità su un conto dedicato o destinati a un fondo per le spese impreviste, nel tempo si crea una maggiore tranquillità economica senza modificare radicalmente il proprio stile di vita.

Per questo motivo molti consulenti di educazione finanziaria consigliano di effettuare almeno una revisione delle spese ogni trimestre e una verifica completa del bilancio familiare entro il 30 settembre, così da arrivare agli ultimi mesi dell'anno con un quadro chiaro delle proprie finanze e pianificare meglio le spese natalizie e gli obiettivi dell'anno successivo.

Conclusione operativa

Prima di cercare nuovi modi per guadagnare di più, vale la pena verificare se parte del proprio denaro stia già uscendo inutilmente dal conto corrente.

Una revisione periodica degli addebiti automatici richiede poco tempo, non comporta particolari competenze e può produrre risultati concreti già dal mese successivo.

Educazione finanziaria in pillole

Ogni euro risparmiato in modo stabile vale più di un risparmio occasionale. Se elimini una spesa inutile di 20 euro al mese, non stai risparmiando soltanto 20 euro: stai migliorando il tuo bilancio di 240 euro ogni anno, senza alcuno sforzo aggiuntivo.

Hai un dubbio? Scrivilo nei commenti.

martedì 23 giugno 2026

Fondo di emergenza: quanti soldi servono davvero nel 2026?

Tra inflazione, aumento dei costi energetici e un mercato del lavoro che continua a cambiare rapidamente, una delle domande più importanti per le famiglie italiane nel 2026 è sempre la stessa: quanto denaro bisogna tenere da parte per affrontare gli imprevisti?

Molti pensano che risparmiare significhi semplicemente accumulare soldi sul conto corrente. In realtà, una delle basi dell'educazione finanziaria è la costruzione di un fondo di emergenza, cioè una riserva di liquidità destinata esclusivamente a spese impreviste come una perdita del lavoro, una riparazione urgente dell'auto, una spesa sanitaria o un problema domestico.

Vediamo come calcolarlo in modo semplice e realistico.

Cos'è il fondo di emergenza e perché è così importante

Il fondo di emergenza è una somma di denaro facilmente disponibile, separata dalle spese quotidiane e dagli eventuali investimenti.

La sua funzione non è generare rendimento, ma proteggere la stabilità finanziaria della famiglia.

Pensiamo a un lavoratore dipendente che guadagna 1.800 euro netti al mese. Se improvvisamente deve sostenere una spesa di 2.500 euro per la sostituzione della caldaia, senza risparmi potrebbe essere costretto a richiedere un finanziamento o a utilizzare il credito revolving della carta, con costi spesso elevati.

Disporre di una riserva pronta evita di indebitarsi e permette di affrontare gli imprevisti con maggiore serenità.

Quanto dovrebbe ammontare il fondo nel 2026

La regola più diffusa suggerisce di accantonare da 3 a 6 mesi di spese essenziali.

Attenzione: si parla di spese, non di stipendio.

Se una famiglia sostiene mediamente:

  • 700 euro di affitto o mutuo;
  • 300 euro di bollette e utenze;
  • 500 euro per alimentazione;
  • 300 euro per trasporti e altre spese necessarie;

le uscite essenziali mensili ammontano a circa 1.800 euro.

In questo caso:

  • 3 mesi di sicurezza corrispondono a 5.400 euro;
  • 6 mesi corrispondono a 10.800 euro.

Chi ha un lavoro stabile a tempo indeterminato può orientarsi verso la fascia inferiore. Chi invece è lavoratore autonomo, libero professionista o ha entrate irregolari dovrebbe valutare una copertura più ampia, anche pari a 9-12 mesi di spese.

Naturalmente non è necessario raggiungere subito l'obiettivo. Accantonare 100 o 200 euro al mese in modo costante può portare a risultati importanti nel giro di pochi anni.

Dove tenere il denaro destinato alle emergenze

Uno degli errori più frequenti è investire il fondo di emergenza in strumenti che possono perdere valore nel breve periodo.

Il denaro destinato agli imprevisti dovrebbe essere:

  • facilmente accessibile;
  • protetto dalle oscillazioni dei mercati;
  • disponibile in tempi rapidi.

Per questo motivo molte persone scelgono conti correnti dedicati, conti di risparmio o strumenti a basso rischio e con elevata liquidità.

L'obiettivo non è ottenere il massimo rendimento possibile, ma poter utilizzare il denaro quando serve davvero.

Un esempio pratico: se si verificasse una spesa urgente di 3.000 euro, non sarebbe opportuno dover attendere settimane per recuperare le somme oppure essere costretti a vendere investimenti in perdita.

Le spese che il fondo deve coprire

Spesso si pensa che il fondo di emergenza serva solo in caso di perdita del lavoro. In realtà le situazioni possono essere molte.

Tra le più comuni troviamo:

  • guasti all'auto;
  • spese mediche non previste;
  • riparazioni domestiche urgenti;
  • sostituzione di elettrodomestici essenziali;
  • periodi di riduzione del reddito;
  • ritardi nei pagamenti per lavoratori autonomi.

Secondo i dati delle associazioni dei consumatori, una spesa imprevista di poche migliaia di euro è una delle principali cause di ricorso al credito al consumo da parte delle famiglie italiane.

Avere una riserva dedicata permette invece di affrontare questi eventi senza compromettere il bilancio familiare.

Conclusione operativa

Costruire un fondo di emergenza non è l'aspetto più spettacolare della gestione del denaro, ma è probabilmente uno dei più importanti.

Prima di cercare rendimenti elevati o strategie complesse, è utile verificare se si dispone già di una riserva adeguata agli imprevisti. Calcola le tue spese essenziali mensili, moltiplicale almeno per tre e fissati un obiettivo progressivo.

Educazione finanziaria in pillole

Dal punto di vista finanziario, la sicurezza viene prima del rendimento. Un euro disponibile quando serve vale spesso più di un euro investito che non puoi utilizzare nel momento del bisogno.

Hai già un fondo di emergenza o stai iniziando a costruirlo? Hai un dubbio? Scrivilo nei commenti.

martedì 7 febbraio 2023

Democrazia, governo e economia.

Quando si parla di economia, siamo sempre in un terreno delicato. Siamo molto vicino ad un argomento che preme e sta a cuore del cittadino comune.

La sua vita, i suoi interessi, il suo piacere e i suoi dolori si basano anche e, a volte, in gran parte su questo argomento.

Se poi ci spostiamo di qualche metro e ci inoltriamo nel territorio della politica, entriamo veramente in un campo minato che rischia di farci saltare in aria in un attimo.

Se si studiano le cavallette o le reazioni chimiche di alcuni minerali, il coinvolgimento emotivo come essere umano è minimo.

Se si esaminano le scelte economiche di un governo, è palese che ci troviamo in uno scenario da cui è difficile sentirsi degli osservatori neutrali. Non possiamo essere neutrali perchè NOI SIAMO dentro l'oggetto che stiamo studiando o esaminando.

Di certo, nei nostri moderni strumenti di comunicazione e informazione (TV, giornali, internet, radio o social network) tutto manca tranne la politica e l'economia. Sono anzi due colonne portanti della comunicazione moderna.
Eppure questi due importanti e per molti versi bellissimi argomenti, sono trattati in modo scialbo, superficiale e caotico. Sono proposti e affrontati in modi decisamente non all'altezza della loro importanza.

Ci si chiederà come mai affermiamo questo. Avremo modo in prossimi post di dimostrarlo. Anche se girovagando per il nostro blog, ci sono vari post che lo mostrano, anche se a volte in modo un pochino più indiretto.
Come qui (http://denaroedintorni.blogspot.com/2023/01/taglio-delle-accise-e-aumento-del-costo.html) nel nostro ultimo post sull'aumento dei carburanti. 

Il concetto base è che un governo dovrebbe essere un governo. E dovrebbe governare. Con tutto ciò che significa governare.
E se è ben comprensibile che governare significa ANCHE occuparsi dell'economia di una nazione, è altrettanto vero che non significa SOLO occuparsi dell'economia di una nazione.
Sarebbe come se un padre di famiglia pensasse che il suo ruolo di genitore si limitasse solamente a portare i soldi a casa e non far mancare nulla di beni e servizi ai membri della sua famiglia.
Chi ha il coraggio di dire che questo sia sufficiente?
In una certa misura, è suo compito anche occuparsi dell'educazione etica ed emotiva dei propri figli.
E, sicuramente, ci sono anche dei valori spirituali e sentimentali che vanno coltivati.
Che tra l'altro rappresentano la parte più degna di essere vissuta dell'avere una famiglia.

Purtroppo, oggi i governi non sono che pallide marionette collocate li da poteri e forze economiche talmente potenti che l'individuo comune fatica anche solo a capirlo. Un pò come quando si parla della vastità delle distanze fra le stelle. Leggiamo i dati numerici ma la cosa va oltre la nostra concreta capacità di farcene un'idea concreta.
Quando si legge che una multinazionale ha guadagnato MILIARDI di dollari, ci si chiedere cosa mai possa significare tutto ciò.
E' curioso che le grandi aziende private vivano producendo utili (per sè) mentre le organizzazioni pubbliche e statali vivano perennemente con una spada che penzola sopra di loro chiamata DEBITO.

La risposta viene data fin dagli studi universitari o addirittura dalle scuole superiori: qualunque organizzazione pubblica è difettosa e inefficiente per natura mentre le organizzazioni private sono efficienti per definizioni.
Questo è l'assioma (legge basilare quasi indimostrabile e da prendere come dato di fede) che circola da decenni nel mondo politico che ha portato a vendere importanti strutture pubbliche a gruppi privati sotto la grande campagna promozionale delle PRIVATIZZAZIONI.

La democrazia era una meta. Una meta di libertà. Libertà di discutere della città. La democrazia era il potere al popolo. Che potesse discutere dei temi importanti della polis, della città.
Ma ora i temi importanti della città vengono discussi neanche più dai politici ma dagli ESPERTI. Perchè i politici non hanno il tempo di studiare e formarsi dovendo partecipare a meeting, riunioni, campagne elettorali, cene di mediazione e rappresentanza.
Così la democrazia viene svuotata di significato.

E l'economia diventa una scienza oscura che parla di cose che il cittadino medio non capisce.

Volevamo solo avvisare il lettore che questo non accade a caso ma è senzientemente voluto da qualcuno che ha l'interesse di governare l'economia senza che nessuno capisca cosa sta facendo.

L'unica arma a disposizione del cittadino è la conoscenza.
Solo la conoscenza apre le porte alla possibilità di essere liberi.
Il possesso di beni e la ricchezza non danno la libertà. Ti danno solo una prigione con tutti i confort.

Dicci cosa ne pensi nei commenti.
GRAZIE PER L'ATTENZIONE.

martedì 3 gennaio 2023

Siamo davvero tutti uguali?

Il discorso dell'uguaglianza è un tema assai delicato e che tocca molteplici aspetti e aree della vita umana.

E' insito nella natura dell'uomo e della società umana interrogarsi e riflettere su questo aspetto. Questa è proprio una delle maggiori caratteristiche che ci contraddistingue come specie e che ci differenzia in modo sostanziale dal resto delle altre specie animali.

Nessun altro animale si interroga se lui sia uguale o diverso ad un altro membro della sua specie.

L'uomo si. Ed è giusto che così faccia. 

Ma ripartendo dal principio della correttezza della domanda, esaminiamo quanto differenti possono essere le risposte al quesito a seconda dell'ambito in cui ci collochiamo.

I diritti, ad esempio. Appare ovvio che dinnanzi al rispetto dei diritti fondamentali, tutti gli esseri umani siano uguali. Questo è il più basilare fondamento della convivenza civile. E' il principio fondante di ogni società equa e moderna.

Che appaio chiaro a qualsiasi analisi che questo tipo di uguaglianza ancora non ci sia in nessun angolo del mondo è una cosa notevole.
Da molte parti si lotta perchè ci sia maggiore uguaglianza. E se esiste una lotta è perchè da più di una parte c'è una resistenza a questo principio.

Ma la riflessione di oggi parte da questi concetti e ritorna al nostro ambito preferito. Ovvero l'economia e la finanza.

E si racchiude in una domanda. Da un punto di vista economico è giusto, corretto e utile ipotizzare che tutti gli uomini (inteso in senso generale come tutti i maschi e tutte le femmine) siano uguali?

E' corretto ipotizzare che ogni uomo non sia altro che un numero? Che un ennesimo oggetto in una sequenza di oggetti? Che non sia altro che un individuo indistinguibile da ogni altro individuo?

Detto così, mi immagino che molti di noi storceranno il naso. A parte l'innato senso personale di sentirsi unici e quindi in una certa misura diversi dagli altri, c'è da constatare che anche in termini pratici le persone sono diverse. Hanno corpi diversi, esigenze diverse, vivono in posti diversi con necessità diverse.

La pubblicità di un assorbente femminile non è destinata ad un pubblico maschile. Quindi per quella azienda le persone non sono tutte uguali. E questo è solo un esempio. E il panorama è talmente vasto che c'è solo da perdere la testa nel vedere quante differenze ci sono.

Eppure..... in certi mercati..... si ha come la sensazione che si ritorni al concetto di essere tutti uguali.

Ad esempio nel mercato dei finanziamenti.

Così la mattina squilla il telefono e qualcuno ci chiede un finanziamento. Ovviamente siamo qui per questo. E la domanda è "Si, ma quanto è il tasso?". Domanda che presuppone automaticamente il fatto che egli pensa di essere uguale a tutti gli altri, nessuna differenza. Altrimenti non farebbe questo tipo di domanda.
Perchè un finanziamento non è un prodotto. Ma è un servizio. Ed essendo un servizio è palesemente legato alle specificità di chi lo richiede.

Altrimenti sarebbe come chiamare un meccanico e dirgli "Ho l'auto rotta, quanto mi costa aggiustarla?" senza che il meccanico abbia avuto modo di capire che tipo di auto abbiamo e quale sia il tipo di guasto.

Il problema nasce sulla questione dell'uguaglianza. Siamo tutti uguali, noi uomini, ma solo da un punto di vista teorico per quanto riguarda i diritti e il rispetto. All'atto pratico questa uguaglianza è una assurdità. E nella realtà quotidiana anche un problema. Perchè ognuno di noi è diverso e specifico. E richiede una attenzione "su misura" in qualunque tipo di relazione personale. Umana e professionale.

Cosa che la nostra agenzia, ha sempre cercato di dare.
O almeno questo è stato il nostro tentativo.

GRAZIE PER L'ATTENZIONE.

lunedì 12 dicembre 2022

Arriva Natale, quanto spenderemo quest'anno? Vediamo se questa domanda ha un senso.

Arriva Natale, per la gioia dei grandi e dei piccini.
Così almeno recitava il jingle (motivetto musicale con testo) di qualche tempo fa.

Come che sia, arriva il periodo degli anni che più di ogni altro esalta lo spirito consumistico del nostro tempo.

E' acclarato che il periodo di Natale (che si colloca a livello di calendario dalla fine di novembre fino ai primi di gennaio) sia il periodo dell'anno in cui individui e famiglie spendono di più. Non a caso è il periodo dei regali, delle cene anzi dei cenoni....

E ogni anno, si ripetono (ormai in modo quasi stucchevole e annoiato) i soliti ritornelli di giornali e Tv sull'entità delle spese (quanti soldi spenderà la famiglia media italiana?), sul menù di natale o di capodanno, su quali siano i regali più gettonati o i luoghi di villeggiatura preferiti.

Tutto visto e rivisto.

Sicuramente è questa un'occasione sociale che può dar spunto ad una riflessione più profonda sul senso dell'economia e della produzione. Non lo faremo qui ma è facile capire come riflettendo sul senso e sulla validità della tipologia dei nostri acquisti possiamo giungere facilmente ad una riflessione generale sul senso della nostra intera vita.

Ci colpisce una cosa, però.

L'economia è un equilibrio di scambi. Qualcosa va da un punto del sistema sociale ad un altro. E trattandosi di scambio questo spostamento (movimento) viene controbilanciato da uno spostamento che, almeno a livello di accordo e valutazione, deve essere di pari peso o valore. E' per questo che si parla di scambio.

Gli scambi generano un plusvalore. Ovvero il meccanismo stesso che porta a questo MOVIMENTO di oggetti, valori o energia da un punto all'altro e viceversa, crea un aumento del valore complessivo di ciò che abbiamo. Non è uno scambio a zero.

Cosa cambia? Riflettici! Cambia che le cose vengono allocate in un modo migliore. E questo genera benessere.

E' come se ci trovassimo di fronte ad una libreria completamente organizzata. E' di fronte a noi e tutti i libri sono impilati secondo un preciso ordine. La libreria è ordinata. Quindi sembrerebbe non ci sia bisogno di toccare alcunchè.

Ma un esame migliore della disposizione ci fa comprendere che dei miglioramenti possono essere effettuati. E quindi si prende un libro e lo si sposta in un altro punto della libreria. E da quel punto si prende il libro che li vi era posto (e che adesso non ha più un suo posto) e lo si ricolloca in un altro punto. E così via.
Dopo qualche tempo di spostamenti, otteniamo sempre una libreria con tutti i libri a posto. Ma questa volta con un criterio più logico che permette una ricerca del titolo o dell'argomento a noi caro più veloce, comodo e funzionale. La libreria ha aumentato la sua funzionalità. E quindi il potenziale di creazione di benessere.
Questo è potuto succedere con lo scambio dei libri da un punto all'altro della libreria.

Questo accade, in modo molto semplificato, nell'economia.

Ecco perchè è molto INFELICE e INFAUSTO leggere che "quest'anno gli italiani spenderanno per Natale bel 10 miliardi e 620 milioni di euro. Perchè nel linguaggio comune "spendere" è associato a qualcosa di negativo o ad una perdita. 
Perchè scrivere "gli italiani quest'anno a Natale SPENDERANNO 10 miliardi"?

Perchè non scrivere "gli italiani quest'anno a Natale GUADAGNERANNO 10 miliardi"? Sembra strano ma anche questa affermazione è vera.
Ogni euro speso viene incassato da qualcuno. Il quale con quell'euro ci paga il suo guadagno e anche quello di qualcuno che magari lavora per lui.
Lo abbiamo visto quando abbiamo chiuso le attività commerciali e ristoranti per il lockdown. Gli italiani non hanno speso (una parte) ma di fatto la mancata circolazione di denaro ha reso tutti più poveri.

Qui nasce il vero problema. Ovvero non che sia un pericolo spendere soldi per Natale. Ma in che modo e su quali cose o servizi investiamo il denaro.

Il problema è quindi non tanto spostare i libri nella libreria. Ma con quale criterio spostiamo i libri.
Perchè spesso anzichè portare più ordine, mettiamo i libri in un modo anche peggiore di quello che già avevano.
Perchè si compra qualcosa che non serve o che è di poco valore o di minore importanza.

Questa è la riflessione di oggi.
Buone Feste a tutti.

mercoledì 23 novembre 2022

L'uomo è homo consumens o homo sapiens sapiens?

Una parola nuova che ci piace molto è "homo consumens", coniata dal sociologo polacco Z. Bauman.

Di che si tratta?
Beh, sappiamo che ognuno di noi fa parte di una razza speciale di organismi viventi che si chiama homo sapiens sapiens.

Il problema è che questo termine, per quanto biologicamente azzeccato, spesso fa a cazzotti con la percezione che abbiamo nel mondo.
Suvvia... è palese che non tutti quelli che si fregiano di questo nome siano davvero così... sapienti. E addirittura sapienti al quadrato.

Si avvicina il periodo natalizio (oggi solo poco più di un mese alla festa maggiore dell'anno, il sacro natale) e in questo periodo le persone che abitano nella parte che definiamo "sviluppata" del globo si accingono a comprare e spendere come nessun altro periodo dell'anno.

Diciamo che se parliamo dell'essere umano come homo consumens invece che dell'essere umano come homo sapiens sembra che ci si possa avvicinare ad una descrizione più verosimile di noi stessi.

La grande domanda è? Siamo quello che siamo in quanto consumiamo?
Siamo perchè consumiamo?
Siamo in virtù di ciò che consumiamo?
In altre parole, il nostro valore come persone può essere misurato e dovrebbe essere misurato da ciò che acquistiamo e consumiamo?

Di primo acchito ci verrebbe da rispondere d'istinto e dire: "NO! Noi non siamo in quanto consumiamo ma siamo esseri senzienti che comunicano, socializzano, scoprono, dialogano, creano e ricercano nuovi orizzonti di libertà e conoscenza."

Di primo acchito. Certo. E forse, questo è anche vero.
Ma là fuori è una gara a chi compra di più. A chi consuma di più.
O così è stato fino a poco tempo fa. Perchè sembra che culturalmente stiamo iniziando a capire che non sempre PIU' è meglio, non sempre la crescita è positiva e la decrescita negativa.
In effetti c'è molta relatività in tutto ciò.

Ovviamente pagheremo lo scotto di aver abituato un paio di generazioni di persone ad una continua rincorsa all'avere cose in sostituzione del diventare persone etiche, oneste e che puntano ai valori. Perchè quando lanci un gruppo sociale in questa direzione, non è facile tirare il freno a mano e frenarsi all'improvviso.

Un tempo i bambini andavano a scuola con l'unica attenzione a imparare, giocare e qualche volta fare le marachelle.
Adesso i bambini vanno a scuola e fanno queste cose ma prima bisogna vedere che abbiano tutto: il quaderno giusto (con la copertina giusta, perchè per imparare è fondamentale che i quaderni siano griffati....), il diario giusto, la riga giusta, il compasso, la gomma dura, la gomma pane, la gomma bisdrucciola e quella anfetaminica.
E poi bisogna che i bambini siano ben vestiti. Che fai scherzi? Vorresti mai che qualcuno pensi male della famiglia. E poi i capelli a posto, il giubbottino, la sciarpina, i guantini, le scarpine, gli occhialini e chi più ne ha ne metta.
Non sia mai che qualcuno osservi il bambino e verifichi se è educato, pulito e bravo.

No, il giudizio è su quello che ha.
Perchè siamo homo consumens.

E so cosa dirai.
E' curioso che chi di lavoro aiuta le persone ad avere finanziamenti per le proprie esigenze di consumo, dica queste cose.
Ma le dico proprio perchè da quasi 20 anni faccio questo lavoro.
Anche un chirurgo estetico guadagna da questo ma dovrebbe essere abbastanza etico da consigliare nel modo giusto chi gli presenta davanti.

Come faccio io. Come fa la mia struttura.
Perchè per me l'uomo non è homo consumens. Anche se purtroppo non è ancora così sapiens come dovrebbe.

GRAZIE PER L'ATTENZIONE.

martedì 15 novembre 2022

Una storia: Gigetto, Beppe, Francolino e un estintore che deve essere venduto.

Salve, oggi raccontiamo una storia. Una storia sentita da un grande formatore e coaching, mister Fabio Gallarani.

Da una parte c'è Gigetto, che è un signora con una casa. Bella o brutta, non è cosa da sapere ai fini della nostra storia. Lui ha una casa.

Dall'altra parte c'è Beppe, che è un venditore di estintori. Molto appassionato del suo lavoro sa che gli estintori sono utili e quindi lui li vende con grande passione e trasporto. I suoi estintori sono perfetti e funzionano benissimo, costando il giusto. Va di casa in casa a procacciarsi delle vendite. 

Un giorno Beppe, suona alla casa di Gigetto.

"Buongiorno, sono Beppe della Estintori e affini spa, vendiamo estintori. Lei ha una bella casa e sarebbe l'ideale proteggerla da qualsiasi principio di incendio e bla bla bla."  Il nostro Beppe prova a fare la vendita.

Gigetto lo interrompe. Non ama i venditori. E poi proprio in quel giorno ha da fare, deve portare la moglie a fare compere. E' di malumore perchè sa che pomeriggio gli aspetta e poi... ma questi venditori.... non possono starsene a casa loro?

Insomma, per farla breve, Beppe prova a fare la sua vendita e cerca di usare tutte le armi a sua disposizione. In effetti cerca di forzare la vendita. Gigetto è spazientito, vorrebbe essere lasciato in pace ed esercita anche lui forza per mandar via il venditore e chiuderla li.

Beppe alla fine va via con le pive nel sacco. E' scontento. Perchè non è neanche riuscito a parlare o spiegare le sue ragioni e le ragioni del suo prodotto. Non ha fatto la vendita. Non ha guadagnato e anzi, sa anche di aver disturbato.

Gigetto alla fine rientra in casa. E' scontento. Perchè lo hanno disturbato e hanno invaso la sua privacy. Non ha acquistato. Ed è di malumore per questa visita e perchè il pomeriggio deve andare a fare shopping con la moglie.

DUE PERSONE SCONTENTE, NESSUNO SCAMBIO, NESSUN AUMENTO DI PRODUZIONE PER L'AZIENDA, NESSUN MIGLIORAMENTO DI QUALITA' DELLA VITA PER IL POTENZIALE COMPRATORE.

Qualche tempo dopo, scoppia un principio di incendio a casa di Gigetto. Cazzarola che disastro, presto.... Ci vuole un qualcosa per bloccare l'incendio prima che devasti la casa. Ma cosa? Una coperta? Macchè! Un secchio d'acqua? Ma che scherziamo, c'è il quadro elettrico e rischio di fare un macello.
Che si fa?

AIUTO! AIUTO! AIUTO! Qualcuno nei dintorni ha un estintore?

Francolino abita nei pressi di Gigetto. Francolino ha alcuni estintori in casa. Francolino va con un estintore da Gigetto e gli dice
"SERVE UN ESTINTORE? IO NE POSSIEDO VARI!"
Gigetto spalanca gli occhi: lui HA BISOGNO DELL'ESTINTORE. Così risponde:
"Si, mi serve. Pago quello che vuoi. Ma ora spegniamo l'incendio".

E così va. Francolino usa l'estintore, spegne l'incendio. Tutto è risolto.
Gigetto è felicissimo. E ringrazia Francolino. E ovviamente chiede quanto deve per il disturbo.

Francolino gli dice che l'estintore usato glielo da a prezzo di favore e in più gli consiglia di prendere un altro estintore. Non si sa mai nella vita.

Gigetto non batte ciglio. Paga per l'estintore usato e ne prende uno in più.

Non ha chiesto quanto costavano, non ha fatto preventivi, non ha fatto discussioni, non ha chiesto sconti nè dilazioni di pagamento.

COSA E' SUCCESSO QUI?

In una scenetta è successo ciò che succede tutti i giorni con la vendita e consumo di beni e servizi nella società. Ovvero il valore di qualcosa cambia a seconda delle situazioni. E il rapporto fra chi ha un problema o esigenza e chi offre una soluzione tramite un prodotto/servizio cambia a seconda delle situazioni.

Non c'è niente di giusto o sbagliato in entrambe le situazioni (Gigetto vs Beppe e Gigetto Vs Francolino). Semplicemente in contesti diversi si attuano comportamenti diversi.

Un contro è comprare un prodotto quando non ci sembra che ci serva. Si percepisce la vendita da parte di un altro come una forzatura e ciò ci infastidisce. Un conto è comprare un prodotto quando ci serve. Quando abbiamo la consapevolezza che abbiamo una necessità.

Ci sono molti insegnamenti che si possono trarre da questa storia. Come quello che ci fa vedere che il mondo della vendita tramite stimolo a comprare ha fatto il suo tempo.
E ora, in una società consumista avanzata, è giunto il tempo di creare i presupposti per ottenere richieste di aiuto. Non più il venditore che propone ma il (ex) venditore che fa in modo che il potenziale cliente lo contatti quando ha una esigenza.

Se ci pensate, un pò quello che facciamo in questo blog.

Noi siamo qui a parlare di cose di economia e finanza. Offriamo un servizio. Offriamo informazioni. Offriamo consulenza. Un giorno, uno dei lettori, avrà bisogno di un servizio finanziario. Magari di un finanziamento. E chiederà a qualche consulente che lavora per questo blog.

Speriamo che la storiella vi sia piaciuta.

GRAZIE MILLE PER L'ATTENZIONE.

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