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venerdì 4 settembre 2026

BlackRock, Vanguard e State Street: perché tre giganti sono presenti in così tante aziende?

Quando si parla dei grandi protagonisti della finanza mondiale, tre nomi ricorrono continuamente: BlackRock, Vanguard e State Street.

Sono spesso descritti come società che “possiedono tutto”, dai colossi tecnologici alle banche, dalle compagnie petrolifere alle aziende farmaceutiche. Ma è davvero così?

La risposta è più interessante di un semplice sì o no. Queste società non sono, nella maggior parte dei casi, proprietarie delle aziende nel senso tradizionale del termine. Gestiscono enormi quantità di denaro appartenente ai loro clienti, attraverso fondi comuni, ETF, fondi pensione e altri strumenti.

Il risultato, però, è sorprendente: attraverso questi investimenti possono diventare tra i maggiori azionisti di migliaia di società contemporaneamente.

E questa concentrazione del potere finanziario merita di essere capita.

Tre storie diverse, un unico fenomeno

Le tre società non sono nate insieme e nemmeno con lo stesso modello.

Vanguard nasce nel 1975 per iniziativa di John C. Bogle, ma la vera svolta arriva nel 1976, quando lancia il primo fondo indicizzato destinato agli investitori individuali, oggi noto come Vanguard 500 Index Fund. L'idea era quasi rivoluzionaria per l'epoca: anziché cercare continuamente di “battere il mercato”, acquistare un paniere molto ampio di azioni a costi estremamente contenuti.

Cinquant'anni dopo, quella che inizialmente sembrava una scommessa poco interessante è diventata uno dei pilastri della finanza mondiale. Nel 2025 Vanguard dichiarava oltre 50 milioni di investitori e un costo medio ponderato dello 0,07% per i propri fondi ed ETF statunitensi.

State Street Investment Management, invece, nasce nel 1978 all'interno del gruppo State Street. La sua grande rivoluzione arriva nel 1993 con il lancio dello SPDR S&P 500 ETF, comunemente conosciuto come SPY: il primo ETF statunitense e uno strumento destinato a trasformare radicalmente il modo di investire.

BlackRock è la più giovane delle tre. Viene fondata a New York nel 1988 da Larry Fink e altri sette soci, inizialmente con una forte specializzazione nella gestione del reddito fisso.

La sua crescita è stata alimentata non soltanto dai fondi, ma anche dalla tecnologia. Un esempio fondamentale è Aladdin, la piattaforma utilizzata per analisi del rischio, gestione dei portafogli e informazioni finanziarie.

Come sono diventate così grandi? Non comprando tutto

Qui bisogna correggere una delle idee più diffuse.

Se un ETF possiede azioni Apple, Microsoft, Coca-Cola o JPMorgan, quelle azioni appartengono economicamente agli investitori del fondo, non al patrimonio personale di BlackRock o Vanguard.

La società di gestione amministra il patrimonio per conto dei clienti.

Immaginiamo un ETF con 10 milioni di euro investiti e una partecipazione dell'1% in una società.

Se l'ETF appartiene a migliaia o milioni di investitori, il gestore può risultare formalmente tra i principali azionisti della società, pur non avendo “messo in tasca” quelle azioni.

Ed è proprio qui che nasce il fenomeno interessante.

Nel 2026, per esempio, documenti depositati presso la SEC mostrano contemporaneamente Vanguard, BlackRock e State Street tra i principali azionisti di grandi società quotate. In un caso, una società mostrava rispettivamente circa l'11,5% a Vanguard, l'8% a BlackRock e il 6% a State Street.

Non significa che i tre amministratori possiedano personalmente il 25% dell'azienda. Significa che i portafogli gestiti per conto dei loro clienti rappresentano quote molto importanti del capitale.

Ed è una distinzione fondamentale.

Il vero potere non è soltanto economico: è il voto

A questo punto emerge la questione più delicata.

Possedere azioni significa, normalmente, avere anche diritti di voto nelle assemblee.

Un grande gestore può quindi trovarsi a votare su questioni importanti: nomina degli amministratori, remunerazione dei vertici, operazioni societarie e altre decisioni di governance.

Questo crea una situazione particolare.

Da una parte, la concentrazione è il risultato apparentemente naturale di una rivoluzione positiva: fondi indicizzati economici, diversificazione, pensione integrativa e accesso ai mercati per milioni di piccoli risparmiatori.

Dall'altra, la crescita gigantesca degli asset gestiti ha prodotto una concentrazione del potere di voto che pochi decenni fa era molto meno evidente.

BlackRock, per esempio, dichiarava 14.000 miliardi di dollari di patrimonio in gestione al 31 dicembre 2025. State Street dichiarava 6.300 miliardi di dollari di asset under management al 30 giugno 2026, oltre a 57.900 miliardi di dollari di attività in custodia o amministrazione, che è però una categoria diversa e non va confusa con gli asset gestiti.

Sono numeri talmente grandi da rendere evidente il cambiamento strutturale della finanza.

La nostra teoria: non è un complotto, ma nemmeno un fenomeno da sottovalutare

La nostra interpretazione è questa: non serve immaginare una cabina di regia segreta per spiegare la concentrazione finanziaria.

È sufficiente osservare gli incentivi economici.

Milioni di persone cercano investimenti diversificati e poco costosi → gli ETF crescono → gli asset dei grandi gestori aumentano → i costi possono diminuire ulteriormente grazie alle economie di scala → i prodotti diventano ancora più competitivi → arrivano nuovi investitori.

È un vero e proprio effetto valanga.

Ma c'è un secondo effetto.

Più capitale viene concentrato nei grandi gestori, maggiore diventa la loro importanza nelle assemblee societarie e nel dialogo con i consigli di amministrazione.

Questo non significa automaticamente che “controllino il mondo”. Sarebbe una conclusione semplicistica.

Significa però che la struttura proprietaria delle grandi società moderne è diventata molto più istituzionale e concentrata.

E questa situazione pone una domanda legittima: se una parte enorme dei risparmi mondiali viene investita attraverso pochi grandi intermediari, chi decide come vengono esercitati quei diritti di voto?

È probabilmente questa, più che la semplice proprietà delle azioni, la questione sulla quale dovremmo concentrare maggiormente l'attenzione nei prossimi anni.

Conclusione operativa: cosa dovrebbe capire il piccolo risparmiatore?

Per il cittadino comune, la lezione non è necessariamente “stai lontano dagli ETF” o “queste società sono cattive”.

Anzi, la diffusione della gestione passiva ha contribuito a rendere la diversificazione molto più accessibile.

La lezione è un'altra: quando investiamo attraverso un fondo, non stiamo semplicemente comprando un prodotto finanziario. Stiamo entrando in una struttura molto più ampia, nella quale esistono anche problemi di governance, proprietà e potere di voto.

La finanza moderna è diventata estremamente efficiente, ma anche estremamente concentrata.

Capire questa trasformazione significa capire meglio il mondo nel quale investiamo, risparmiamo e costruiamo il nostro futuro economico.

Tu cosa ne pensi? La concentrazione del potere finanziario nelle mani dei grandi gestori è una naturale conseguenza del mercato oppure dovrebbe essere maggiormente regolamentata? Scrivilo nei commenti.

mercoledì 2 settembre 2026

Il lavoro non è solo reddito: può essere una scuola di cittadinanza

Introduzione: e se la prevenzione della microcriminalità iniziasse dal lavoro?

Quando si parla di microcriminalità, disagio giovanile, vandalismo, marginalità sociale e difficoltà di integrazione, il dibattito tende spesso a concentrarsi su sicurezza, controlli e repressione.

Sono strumenti necessari, ma possiamo porci una domanda diversa: quanto potrebbe incidere, nel lungo periodo, un migliore rapporto tra giovani, formazione e lavoro?

La mia ipotesi è che il lavoro, quando è regolare, dignitoso e accompagnato da formazione, non produca soltanto reddito. Può insegnare una serie di comportamenti fondamentali per vivere nella società: rispettare gli orari, assumersi responsabilità, collaborare con persone diverse, rispettare regole condivise, ricevere un compenso per una prestazione e comprendere concretamente il rapporto tra ciò che si dà e ciò che si riceve.

Non significa certamente che chi non lavora sia incline alla criminalità. Sarebbe una generalizzazione ingiusta e priva di fondamento. Significa, piuttosto, che l'esclusione prolungata dal mondo della formazione e del lavoro può privare soprattutto i giovani di importanti occasioni di socializzazione e responsabilizzazione.

Il problema dei giovani che rimangono ai margini

Un dato è particolarmente interessante. Secondo Eurostat, nel 2025 in Italia la quota di giovani tra 15 e 29 anni che non lavoravano e non studiavano era pari al 13,3%, in forte diminuzione rispetto al 25,7% del 2015, ma ancora superiore alla media europea dell'11%.

Il dato non racconta, naturalmente, quanti di questi giovani siano realmente in una situazione di disagio. Un NEET può trovarsi temporaneamente fuori dal sistema educativo e dal mercato del lavoro per moltissime ragioni.

Ma esiste un principio economico e sociale interessante: più a lungo una persona rimane fuori dai circuiti produttivi e relazionali, più può diventare difficile rientrarvi.

Il lavoro crea infatti una rete di relazioni. Il giovane entra in contatto con colleghi, clienti, responsabili, fornitori e istituzioni. Impara che le proprie azioni producono conseguenze sugli altri.

È una forma di educazione pratica che la scuola, da sola, difficilmente può riprodurre completamente.

Lavorare giovani sì, sfruttare giovani no

Qui occorre fare una distinzione fondamentale.

Parlare di lavoro educativo non significa proporre di mandare ragazzi giovanissimi a lavorare al posto di studiare, né giustificare lavoro nero, sfruttamento o abbandono scolastico.

La normativa italiana prevede già strumenti che cercano di combinare formazione e lavoro. Il contratto di apprendistato di primo livello, disciplinato dal D.Lgs. 81/2015, può riguardare giovani dai 15 ai 25 anni ed è finalizzato anche al conseguimento di una qualifica o di un diploma professionale.

In generale, per lavorare in Italia occorre aver compiuto 16 anni e aver assolto l'obbligo scolastico; dai 15 anni è possibile, in determinate condizioni, l'apprendistato per la qualifica e il diploma professionale.

Questa impostazione contiene già un'idea interessante: formazione e lavoro non devono necessariamente essere mondi separati.

Immaginiamo, per esempio, un ragazzo di 17 anni che frequenti un percorso professionale e contemporaneamente svolga un'attività formativa in un'azienda. Potrebbe imparare un mestiere, ricevere una retribuzione, confrontarsi con adulti e coetanei e vedere concretamente il risultato delle proprie capacità.

Non sarebbe soltanto "un ragazzo che lavora". Sarebbe un giovane che comincia a percepirsi come parte attiva della comunità.

La mia teoria: lo scambio economico come educazione alla cittadinanza

È qui che possiamo formulare una teoria più ampia.

Una società funziona attraverso migliaia di scambi quotidiani. Io produco qualcosa, qualcun altro paga; qualcuno offre un servizio, qualcun altro lo utilizza; un'impresa assume un lavoratore e riceve una prestazione; il lavoratore riceve un reddito e lo utilizza per acquistare beni e servizi.

È un sistema di interdipendenza.

Supponiamo che un giovane guadagni 1.000 euro al mese. Non sono semplicemente 1.000 euro che entrano nel suo conto. Quel reddito può trasformarsi in affitto, cibo, trasporti, vestiti, tecnologia, tempo libero e imposte. Il denaro torna quindi continuamente nell'economia.

Il giovane scopre così qualcosa che nessuna lezione teorica può spiegare altrettanto bene: per ottenere risorse bisogna generalmente offrire valore a qualcun altro.

Naturalmente l'economia reale è molto più complessa e non esiste un perfetto equilibrio tra quanto ciascuno dà e quanto riceve. Esistono welfare, trasferimenti, pensioni, servizi pubblici e situazioni personali molto differenti.

Ma il principio educativo rimane potente.

Una persona che sperimenta presto il lavoro regolare può sviluppare più facilmente il senso del tempo, del denaro, della responsabilità e dello scambio. E soprattutto può costruire identità sociale e relazioni.

Questo potrebbe essere particolarmente importante nei contesti caratterizzati da marginalità, dispersione scolastica e scarse opportunità.

Non basta creare posti di lavoro: bisogna creare percorsi

Naturalmente il lavoro, da solo, non risolve la microcriminalità.

Un ragazzo può avere un lavoro e continuare ad avere problemi familiari, dipendenze, difficoltà psicologiche, cattive compagnie o altri fattori di rischio. Allo stesso modo, una persona disoccupata non è affatto automaticamente un problema per la società.

La vera opportunità potrebbe essere quindi costruire percorsi integrati: scuola, formazione professionale, sport, associazioni, apprendistato, orientamento e primo lavoro.

Non è un'idea puramente teorica. Il programma del Ministero del Lavoro dedicato all'ingresso dei giovani nel mercato del lavoro prevede già strumenti come orientamento, tutoraggio, formazione, tirocinio, apprendistato e servizio civile, rivolgendosi anche ai giovani più lontani dal mercato del lavoro.

La sfida potrebbe essere fare un passo ulteriore: considerare il primo contatto con il mondo produttivo non soltanto come una politica occupazionale, ma anche come una politica educativa e sociale.

Conclusione operativa: trasformare il primo lavoro in un investimento sulla persona

La domanda da porsi non dovrebbe essere soltanto: "Quanti posti di lavoro abbiamo creato?"

Dovremmo chiederci anche: "Quanti giovani abbiamo aiutato a sentirsi utili, responsabili e parte della società?"

Il lavoro regolare non è una medicina contro la criminalità e non deve diventare un sostituto della scuola o delle politiche sociali. Ma può essere uno degli strumenti attraverso cui una persona impara concretamente a stare nella società.

Per questo, a mio avviso, investire nell'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro significa investire contemporaneamente in reddito, competenze, autonomia, integrazione e senso di responsabilità.

E forse questa è una delle forme più intelligenti di prevenzione: non aspettare che un giovane venga escluso dalla società per poi chiedersi come recuperarlo, ma creare prima possibile occasioni concrete perché possa sentirsi parte dello scambio sociale.

Educazione finanziaria in pillole: ogni reddito nasce, direttamente o indirettamente, da uno scambio di valore. Imparare presto a comprendere il rapporto tra lavoro, reddito, consumo, risparmio e responsabilità può essere una delle basi più importanti per diventare adulti economicamente consapevoli.

Tu cosa ne pensi? Il lavoro può essere considerato anche uno strumento educativo e di integrazione sociale? Hai un'esperienza o un'opinione da condividere? Scrivila nei commenti.

mercoledì 12 agosto 2026

Perché alcuni Paesi diventano ricchi e altri rimangono indietro? Le 5 regole dell’economia che influenzano anche la nostra vita.

Introduzione

Perché una persona nata in un Paese ricco ha, mediamente, opportunità economiche molto diverse da chi nasce in un Paese povero? E soprattutto: perché alcuni Stati riescono a crescere per decenni, mentre altri rimangono bloccati in una situazione di bassa produttività, salari modesti e debito elevato?

La risposta non è semplicemente «perché hanno più risorse naturali» o «perché lavorano di più». Ci sono Paesi ricchissimi di petrolio che non hanno sviluppato economie diversificate e Paesi privi di grandi risorse naturali che sono diventati potenze economiche.

La mia tesi è che la ricchezza di una nazione dipenda soprattutto dalla capacità di trasformare persone, capitale, tecnologia e istituzioni in produttività.

Possiamo sintetizzare questo processo in cinque regole.

1. La prima ricchezza è la produttività

Immaginiamo due Paesi con un milione di lavoratori. Nel primo ogni lavoratore produce, in media, beni e servizi per 50.000 euro all'anno. Nel secondo ne produce 80.000.

Anche se i lavoratori ricevono stipendi simili e lavorano lo stesso numero di ore, il secondo Paese dispone di una quantità molto maggiore di ricchezza da distribuire.

È questo il concetto fondamentale di produttività: quanto valore riusciamo a produrre utilizzando una determinata quantità di lavoro e capitale.

L'OCSE sottolinea che i miglioramenti della produttività derivano dalla capacità di combinare meglio capitale e lavoro, attraverso innovazione tecnologica, nuove idee e nuovi modelli organizzativi.

Questo spiega anche perché lavorare semplicemente più ore non è una strategia sufficiente. Se un lavoratore produce 20 euro di valore all'ora, portarlo da 8 a 10 ore aumenta la produzione. Ma se, grazie a tecnologia, formazione e organizzazione, arriva a produrre 30 euro all'ora, l'effetto economico è molto più potente.

La vera domanda, quindi, non è "quanto lavoriamo?", ma "quanto valore riusciamo a creare per ogni ora lavorata?".

2. I Paesi ricchi investono nel capitale umano

La seconda regola riguarda le persone.

Un computer, una macchina industriale o un sistema di intelligenza artificiale possono essere disponibili in molti Paesi contemporaneamente. Ma il risultato che producono dipende anche dalla capacità delle persone di utilizzarli.

Un'impresa che acquista un macchinario da 500.000 euro ma non possiede personale adeguatamente formato potrebbe ottenere risultati inferiori rispetto a un concorrente che utilizza una macchina simile con tecnici più preparati.

L'OCSE evidenzia proprio il ruolo delle competenze, della formazione e dell'apprendimento continuo nella capacità di sostenere produttività e crescita.

Per questo considero istruzione e formazione una forma di investimento, non semplicemente una spesa pubblica.

Una nazione che investe 1 miliardo in scuole, università, formazione tecnica e competenze digitali non sta necessariamente "consumando" 1 miliardo: potrebbe creare le condizioni affinché quel capitale umano produca molti miliardi di valore nei decenni successivi.

Ed è qui che emerge una delle differenze più importanti tra Paesi che convergono verso i livelli dei Paesi ricchi e Paesi che rimangono indietro.

3. Le istituzioni contano più delle risorse naturali

La terza regola è forse la meno evidente: le regole del gioco influenzano enormemente la capacità di creare ricchezza.

Un imprenditore è più disposto a investire se sa che un contratto verrà rispettato, che la proprietà privata è tutelata, che la giustizia funziona e che le regole fiscali e amministrative non cambiano continuamente.

Al contrario, quando prevalgono corruzione, burocrazia inefficiente, incertezza normativa o scarsa tutela della proprietà, gli investimenti diventano più rischiosi.

Il capitale tende quindi a cercare ambienti nei quali possa essere utilizzato con maggiore sicurezza.

Non significa che tasse basse equivalgano automaticamente a crescita. Significa piuttosto che il sistema deve rendere conveniente produrre, investire, assumere e innovare.

È una distinzione fondamentale.

4. La tecnologia moltiplica ciò che un Paese sa già fare

La quarta regola riguarda l'innovazione.

L'intelligenza artificiale rappresenta oggi un esempio perfetto. La stessa tecnologia può produrre risultati completamente diversi in due economie.

In un Paese con lavoratori qualificati, imprese dinamiche, infrastrutture digitali e accesso ai capitali, l'AI può aumentare fortemente la produttività.

In un'economia caratterizzata da imprese molto piccole, scarsi investimenti e competenze insufficienti, la stessa tecnologia potrebbe diffondersi molto più lentamente.

Quindi la tecnologia non sostituisce automaticamente le condizioni necessarie alla crescita: spesso le amplifica.

Un Paese efficiente può diventare ancora più efficiente. Un Paese inefficiente può invece utilizzare male anche la tecnologia più avanzata.

5. La crescita deve essere abbastanza lunga da diventare ricchezza

Ed eccoci alla quinta regola: piccole differenze percentuali, mantenute per molti anni, producono enormi differenze finali.

Supponiamo che due economie partano entrambe da un reddito medio di 30.000 euro.

Se la prima cresce dell'1% reale all'anno e la seconda del 3%, dopo 30 anni la differenza sarà enorme.

Con una crescita composta dell'1%, 30.000 euro diventano circa 40.500 euro. Con il 3%, diventano circa 72.800 euro.

Non è magia: è l'effetto della capitalizzazione nel tempo.

Ed è proprio questo il problema di economie che crescono poco per molti anni. Un +0,5% o +1% annuo può sembrare irrilevante nella vita quotidiana, ma accumulato per decenni determina differenze enormi in salari, pensioni, servizi pubblici e capacità di investimento.

L'Italia offre un esempio interessante. Secondo le previsioni della Commissione europea pubblicate nel maggio 2026, il PIL reale italiano è atteso crescere dello 0,5% nel 2026, dopo un analogo +0,5% nel 2025.

Questo non significa che l'Italia sia destinata a impoverirsi. Significa però che una crescita così contenuta rende molto più difficile aumentare rapidamente il reddito pro capite, sostenere il welfare e ridurre il peso del debito.

Anche per questo l'Unione europea ha introdotto un nuovo quadro di governance economica, entrato in vigore il 30 aprile 2024, che lega maggiormente sostenibilità dei conti pubblici, riforme e investimenti.

La mia teoria: la ricchezza è un circolo, non un evento

La mia conclusione è che la ricchezza di un Paese non dipenda da una singola "ricetta".

È più corretto immaginarla come un circolo virtuoso:

istruzione → competenze → produttività → salari e profitti → risparmio e investimenti → innovazione → maggiore produttività.

Quando questo circolo funziona, ogni generazione può partire da una posizione leggermente migliore della precedente.

Quando invece il meccanismo si inceppa, accade l'opposto: bassa produttività significa salari più bassi, minori investimenti, minore innovazione e minori risorse disponibili per migliorare infrastrutture e formazione.

È anche per questo che il divario tra Paesi può diventare persistente.

Educazione finanziaria in pillole

Per il cittadino comune questa teoria ha una conseguenza molto concreta: il reddito personale non dipende soltanto da quanto lavoriamo, ma anche dal valore economico delle competenze che possediamo.

Imparare una nuova competenza, utilizzare meglio la tecnologia, migliorare la propria professionalità o comprendere il funzionamento dell'economia può essere considerato un investimento sul proprio capitale umano.

E c'è una seconda lezione: quando si valuta l'economia di un Paese, non bisogna guardare soltanto al PIL dell'anno corrente. Bisogna chiedersi quanto quel Paese è capace di aumentare la propria produttività nei prossimi dieci o vent'anni.

È probabilmente una delle domande economiche più importanti anche per capire il nostro futuro personale.

Secondo te, quali sono oggi i principali ostacoli che impediscono all'Italia di crescere più velocemente? Hai un'opinione o un'esperienza da raccontare? Scrivila nei commenti.

martedì 7 luglio 2026

L'intelligenza artificiale ruberà il lavoro? Cosa ci aspetta davvero nei prossimi anni.

L'intelligenza artificiale non è più una tecnologia del futuro: è già entrata nelle aziende, negli uffici pubblici, nelle banche, negli studi professionali e perfino nelle attività più piccole. Oggi è in grado di scrivere testi, analizzare documenti, creare immagini, programmare software e assistere i clienti in pochi secondi.

Di fronte a questa rivoluzione, una domanda preoccupa milioni di lavoratori: l'IA sostituirà le persone?

La risposta non è un semplice sì o no. Come accaduto con Internet e con l'automazione industriale, alcuni lavori cambieranno profondamente, altri spariranno, mentre nasceranno nuove professioni. La vera sfida sarà adattarsi a un mercato del lavoro che sta evolvendo molto più velocemente rispetto al passato.

Quali lavori sono più a rischio

L'intelligenza artificiale eccelle nelle attività ripetitive e basate sull'elaborazione di informazioni. Per questo motivo le professioni maggiormente esposte non sono necessariamente quelle manuali, ma molte attività d'ufficio.

Tra i settori che potrebbero subire le trasformazioni più importanti troviamo:

  • assistenza clienti;
  • inserimento dati;
  • contabilità di base;
  • traduzioni standard;
  • produzione di testi semplici;
  • segreteria amministrativa;
  • supporto informatico di primo livello.

Pensiamo a un'azienda che impiega dieci addetti per gestire le email dei clienti. Con un moderno sistema di IA, molte richieste possono essere risolte automaticamente. Se prima servivano dieci persone, domani potrebbero bastarne sei o sette, mentre le altre si occuperanno dei casi più complessi.

Questo non significa necessariamente licenziamenti immediati, ma una riduzione del fabbisogno di personale per alcune mansioni.

Secondo diverse analisi internazionali pubblicate negli ultimi anni, una quota significativa delle attività lavorative oggi svolte potrebbe essere automatizzata almeno in parte entro il prossimo decennio. Non si parla della scomparsa di intere professioni, ma della trasformazione delle competenze richieste.

Le professioni che cresceranno

Ogni innovazione tecnologica elimina alcuni lavori ma ne crea altri.

L'intelligenza artificiale avrà bisogno di persone che la progettino, la controllino e la utilizzino correttamente.

Crescerà la domanda di figure come:

  • specialisti di cybersecurity;
  • esperti di dati;
  • tecnici della robotica;
  • sviluppatori software;
  • professionisti della privacy;
  • consulenti per l'integrazione dell'IA nelle imprese;
  • formatori digitali.

Ma non solo.

Anche professioni tradizionali come medici, avvocati, commercialisti, architetti e insegnanti utilizzeranno sempre più strumenti di intelligenza artificiale per velocizzare il lavoro, senza essere completamente sostituiti.

Un commercialista, ad esempio, potrà far analizzare migliaia di fatture da un sistema automatico in pochi minuti, dedicando più tempo alla consulenza fiscale e alla pianificazione per il cliente.

In altre parole, il valore aggiunto dell'essere umano sarà sempre più rappresentato dal ragionamento, dall'esperienza, dall'empatia e dalla capacità decisionale.

Il rischio più grande è non aggiornare le proprie competenze

Molti pensano che il problema sia l'intelligenza artificiale. In realtà, il vero rischio è rimanere fermi.

Le competenze richieste dal mercato stanno cambiando rapidamente. Imparare a utilizzare strumenti digitali e sistemi di IA diventerà una competenza trasversale, un po' come oggi saper utilizzare un computer o la posta elettronica.

Prendiamo un esempio concreto.

Due impiegati svolgono lo stesso lavoro.

Il primo continua a lavorare come dieci anni fa.

Il secondo impara a utilizzare strumenti di IA per preparare report, analizzare dati e automatizzare le attività ripetitive.

A parità di stipendio, il secondo riesce a svolgere in una giornata il lavoro che prima richiedeva due giorni.

È facile immaginare quale dei due sarà considerato più prezioso dall'azienda.

Per questo motivo la formazione continua non rappresenta più un'opzione, ma un investimento sul proprio futuro professionale.

Cosa stanno facendo governi e imprese

Anche le istituzioni stanno cercando di accompagnare questa trasformazione.

Dal 2 febbraio 2025 sono diventati applicabili i primi obblighi previsti dall'AI Act, il regolamento europeo che introduce un quadro comune per l'utilizzo dell'intelligenza artificiale nell'Unione Europea. Nei prossimi anni entreranno progressivamente in vigore ulteriori disposizioni, con l'obiettivo di garantire maggiore trasparenza, sicurezza e tutela dei cittadini.

Parallelamente, molti programmi finanziati dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) continuano a sostenere la formazione digitale e l'aggiornamento delle competenze dei lavoratori, mentre imprese e università stanno investendo sempre di più nella riqualificazione del personale.

Le aziende hanno infatti compreso che sostituire completamente i lavoratori è spesso più costoso che formarli all'utilizzo delle nuove tecnologie.

Per questo motivo, in molti casi assisteremo non tanto a una sostituzione dell'uomo, quanto a una collaborazione tra persone e intelligenza artificiale.

Conclusione operativa

È comprensibile guardare con preoccupazione all'avanzata dell'intelligenza artificiale. Ogni grande rivoluzione tecnologica ha portato cambiamenti profondi nel mondo del lavoro, e anche questa volta non sarà diverso.

La domanda più importante, però, non è se l'IA sostituirà alcune professioni, ma quanto saremo pronti ad adattarci.

Chi investirà nella propria formazione, svilupperà competenze digitali e imparerà a utilizzare questi strumenti avrà maggiori possibilità di cogliere le opportunità offerte dal nuovo mercato del lavoro. Chi invece ignorerà il cambiamento rischierà di trovarsi sempre meno competitivo.

Educazione finanziaria in pillole

Il capitale più importante che possiedi non è il denaro sul conto corrente, ma le tue competenze. Destinare ogni anno anche solo qualche centinaio di euro a corsi di formazione, certificazioni o aggiornamento professionale può produrre un rendimento molto maggiore di molti investimenti finanziari, perché aumenta il tuo valore sul mercato del lavoro e la tua capacità di generare reddito nel tempo.

L'intelligenza artificiale cambierà il lavoro, ma saranno le persone preparate a guidare il cambiamento, non a subirlo. Tu come pensi che cambierà la tua professione nei prossimi anni? Hai un dubbio o un'opinione? Scrivilo nei commenti.

giovedì 25 giugno 2026

Economia italiana sotto pressione: cosa cambia per famiglie e risparmiatori con le tensioni tra Ucraina e Iran

Negli ultimi anni l’economia mondiale ha dovuto affrontare una serie di shock geopolitici che sembravano impensabili fino a poco tempo fa. Prima la guerra in Ucraina, poi le crescenti tensioni in Medio Oriente e il coinvolgimento dell’Iran hanno riportato al centro dell’attenzione un tema spesso sottovalutato: il legame tra conflitti internazionali e portafoglio delle famiglie.

Molti cittadini si chiedono se queste crisi abbiano effetti reali sulla vita quotidiana in Italia. La risposta è sì. Anche se gli scontri avvengono a migliaia di chilometri di distanza, le conseguenze possono arrivare rapidamente sotto forma di aumento dei prezzi, rallentamento della crescita economica e maggiore incertezza per imprese e lavoratori.

Perché i conflitti influenzano l’economia italiana

L’Italia è un Paese fortemente dipendente dagli scambi internazionali. Energia, materie prime e molte componenti utilizzate dalle imprese arrivano dall’estero.

La guerra in Ucraina ha già mostrato quanto possa essere vulnerabile il sistema economico europeo quando si interrompono o si riducono le forniture energetiche. Le tensioni che coinvolgono l’Iran aggiungono un ulteriore elemento di rischio perché riguardano una delle aree più strategiche del mondo per il petrolio e per il traffico marittimo internazionale.

Quando aumenta l’incertezza sui mercati energetici, il prezzo del petrolio tende a salire. Questo si riflette sui costi di trasporto, sulla produzione industriale e, in ultima analisi, sui prezzi pagati dai consumatori.

Per fare un esempio concreto, un aumento del petrolio da 70 a 90 dollari al barile potrebbe tradursi nel giro di pochi mesi in rincari dei carburanti e in maggiori costi logistici per molte aziende. Se un'impresa sostiene 100.000 euro annui di spese per trasporti e carburanti, un incremento del 15% significherebbe 15.000 euro di costi aggiuntivi da assorbire o trasferire sui prezzi finali.

Crescita economica: il rischio di un rallentamento

Secondo le più recenti previsioni delle principali istituzioni economiche europee, l’Italia dovrebbe continuare a crescere anche nel 2026, ma con ritmi moderati.

Il problema è che ogni nuova crisi internazionale tende a ridurre la fiducia di consumatori e imprese. Quando aumenta l’incertezza, le famiglie rinviano acquisti importanti e le aziende possono decidere di posticipare investimenti e assunzioni.

Immaginiamo una famiglia che stia valutando l’acquisto di un’automobile da 25.000 euro. Se teme un peggioramento della situazione economica o un aumento delle spese energetiche, potrebbe decidere di attendere. Lo stesso ragionamento vale per molte imprese che rinviano progetti di espansione.

Il risultato è una minore domanda interna e una crescita economica più lenta.

Per il cittadino medio questo non significa necessariamente una crisi imminente, ma un contesto nel quale diventa più difficile ottenere aumenti salariali significativi e nel quale il mercato del lavoro può mostrare una minore dinamicità.

Inflazione: il pericolo che torna a farsi sentire

Dopo il forte aumento dei prezzi registrato tra il 2022 e il 2024, l’inflazione era gradualmente rientrata su livelli più gestibili.

Tuttavia, nuovi shock energetici potrebbero riaccendere la pressione sui prezzi.

L’inflazione non colpisce tutti allo stesso modo. Le famiglie con redditi più bassi tendono a subirne maggiormente gli effetti perché destinano una quota più elevata del bilancio familiare a beni essenziali come alimentari, bollette e carburanti.

Facciamo un esempio. Una famiglia che spende 1.500 euro al mese per le principali necessità potrebbe trovarsi a sostenere una spesa aggiuntiva di circa 45 euro mensili in presenza di un incremento medio dei prezzi del 3%. Su base annua significa oltre 500 euro di potere d’acquisto perso.

Per questo motivo la gestione del bilancio familiare rimane fondamentale anche in periodi nei quali l’inflazione sembra sotto controllo.

Cosa osservare nei prossimi mesi

Nei prossimi mesi saranno particolarmente importanti alcuni indicatori economici.

Il primo è l’andamento dei prezzi dell’energia. Il secondo riguarda le decisioni della Banca Centrale Europea sui tassi di interesse. Se le tensioni internazionali dovessero alimentare una nuova fase inflazionistica, la BCE potrebbe adottare una politica più prudente sui futuri tagli dei tassi.

Per chi ha un mutuo a tasso variabile o sta valutando un finanziamento, questi aspetti meritano attenzione.

Sul fronte normativo, resta inoltre importante monitorare gli aggiornamenti della Legge di Bilancio 2027, che inizierà a prendere forma già dall’autunno 2026 e che potrebbe contenere nuove misure di sostegno per famiglie e imprese in caso di peggioramento del quadro economico. Come ogni anno, il disegno di legge dovrà essere approvato entro il 31 dicembre.

Conclusione operativa

Le guerre non influenzano soltanto la politica internazionale: possono incidere direttamente sul costo della vita, sull’occupazione e sulle prospettive economiche del Paese.

In un contesto caratterizzato da elevata incertezza, la strategia più prudente per le famiglie non è cercare scorciatoie finanziarie, ma mantenere sotto controllo il proprio bilancio, costruire un fondo di emergenza adeguato e limitare l’indebitamento non necessario.

Educazione finanziaria in pillole

Un errore frequente è prendere decisioni economiche basandosi sulle notizie del giorno. I mercati e l’economia reagiscono spesso in modo diverso rispetto alle emozioni del momento. Prima di modificare le proprie scelte di risparmio o investimento, è utile valutare gli obiettivi di lungo periodo e non lasciarsi guidare esclusivamente dall’attualità.

Hai un dubbio? Scrivilo nei commenti.

lunedì 4 maggio 2026

Qui è quasi sicuro che con il prezzo della benzina ci stanno prendendo per il naso....

Io non lo so ma tu cosa ne pensi?
Parlo della benzina, degli aumenti della benzina in ogni distributore di carburante d'Italia.
Non solo benzina, ovviamente. Benzina e gasolio.

Non è la prima volta che succede.
Eppure ogni volta che accade un cittadino ci rimane male.
Deluso, sconfortato, in un certo senso veramente tradito da questo sistema e da qualcuno che, in realtà, non si sa neanche chi è.

E' forse questo è il problema più grande: non sai neppure contro chi prendertela.

Senti i TG e le testate giornalistiche e ti spiegano per filo e per segno come la guerra USA/Israele verso l'IRAN sia la causa di questi aumenti.
E ti fai una cultura dello stretto di Hormuz e dei meccanismi di trasporto marittimo del greggio che neanche un ingegnere alle prese con un esame universitario.
E giù di geo-politica, di scacchiere internazionale, di studio delle risorse e degli equilibri economico-finanziari del panorama mondiale.
E via dicendo.

Ma la sensazione è che ti stiano prendendo per il c... cioè per il naso, volevo dire.
Sensazione molto forte.

Il sospetto è che qualcuno ci marci sopra ma non appena esponi i tuoi dubbi, perplessità e paure, interviene qualcuno che "normalizza" la situazione indicando la ineluttabilità di ciò che sta accadendo.
Come se fosse una cosa normale o comunque un meccanismo quasi naturale a cui non vi è possibilità di rimedio.

Tu ti occupi di altro, non fai il ministro dell'economia. Nè degli esteri. Non lavori per una commissione di studio del parlamento o di qualche università che collabora con il ministero. E quindi ti fidi. 
Anche perchè in TV e sui social, gli "esperti" dissertano senza alcun dubbio e con mille certezze della cosa e.... capista.... quante ne sanno.

O meglio, non sembrano saperne tanto ma le cose che dicono sembrano così veritiere e loro sembrano così sicuri... Non andrebbero in TV a dire quelle cose se non fossero oltremodo sicuri di ciò che dicono.

Poi però il dubbio ci spinge ad andare a guardare alcuni dati. Oggettivi, facili da trovare, impossibili da nascondere.

Andiamo su Google e digitiamo: "prezzo storico del petrolio". Troviamo dati e grafici. Poi digitiamo "prezzo storico benzina". Troviamo i dati e i grafici. Mettiamoli a confronto.

Anno 2002: prezzo petrolio > 31 dollari al barile. Prezzo benzina 1,06 euro.

Anno 2004: prezzo petrolio > 52 dollari al barile. Prezzo benzina 1,22 euro. 
- dal 2002 al 2004: aumento petrolio> 68% / aumento benzina> 15%

Anno 2006: prezzo petrolio > 78 dollari al barile. Prezzo benzina 1,35 euro.
- dal 2004 al 2006: aumento petrolio> 50% / aumento benzina> 11%
- dal 2002 al 2006: aumento petrolio> 152% / aumento benzina> 27%

Anno 2008: prezzo petrolio > 147 dollari al barile. Prezzo benzina 1,55 euro. 
- dal 2006 al 2008: aumento petrolio> 88% / aumento benzina> 15%
- dal 2002 al 2008: aumento petrolio> 374% / aumento benzina> 46% 

Anno 2010: prezzo petrolio > 95 dollari al barile. Prezzo benzina 1,56 euro. 
- dal 2008 al 2010: aumento petrolio> -35% / aumento benzina> 1%
- dal 2002 al 2010: aumento petrolio> 206% / aumento benzina> 47%

Anno 2012: prezzo petrolio > 128 dollari al barile. Prezzo benzina 1,90 euro. 
- dal 2010 al 2012: aumento petrolio> 35% / aumento benzina> 22%
- dal 2002 al 2012: aumento petrolio> 313% / aumento benzina> 79%

Anno 2014: prezzo petrolio > 115 dollari al barile. Prezzo benzina 1,88 euro. 
- dal 2012 al 2014: aumento petrolio> -10% / aumento benzina> -1%
- dal 2002 al 2014: aumento petrolio> 271% / aumento benzina> 77% 

Anno 2016: prezzo petrolio > 57 dollari al barile. Prezzo benzina 1,65 euro. 
- dal 2014 al 2016: aumento petrolio> -50% / aumento benzina> -12%
- dal 2002 al 2016: aumento petrolio> 84% / aumento benzina> 56%

Anno 2018: prezzo petrolio > 86 dollari al barile. Prezzo benzina 1,68 euro. 
- dal 2016 al 2018: aumento petrolio> 51% / aumento benzina> 2%
- dal 2002 al 2018: aumento petrolio> 177% / aumento benzina> 58%

Anno 2020: prezzo petrolio > 70 dollari al barile. Prezzo benzina 1,63 euro. 
- dal 2018 al 2020: aumento petrolio> -19% / aumento benzina> -3%
- dal 2002 al 2020: aumento petrolio> 126% / aumento benzina> 54%

Anno 2022: prezzo petrolio > 139 dollari al barile. Prezzo benzina 2,20 euro. 
- dal 2020 al 2022: aumento petrolio> 99% / aumento benzina> 35%
- dal 2002 al 2022: aumento petrolio> 348% / aumento benzina> 107%

Anno 2024: prezzo petrolio > 92 dollari al barile. Prezzo benzina 1,95 euro. 
- dal 2022 al 2024: aumento petrolio> -34% / aumento benzina> 1%
- dal 2002 al 2024: aumento petrolio> 197% / aumento benzina> 85%

Anno 2026: prezzo petrolio > 127 dollari al barile. Prezzo benzina 1,97 euro. 
- dal 2024 al 2026: aumento petrolio> 38% / aumento benzina> 1%
- dal 2002 al 2026: aumento petrolio> 301% / aumento benzina> 86%

Ora, cosa possiamo dedurre? Che gli aumenti e le diminuzioni del prezzo del petrolio non hanno una correlazione significativa con il prezzo della benzina. Al punto che in anni differenti, a parità del prezzo del petrolio, abbiamo prezzi della benzina completamente (e sottolineo completamente) diversi.
Nel 2008 (ad esempio) il petrolio era a 147 dollari (molto di più di quanto costi ora) ma la benzina SOLO a 1,55 euro (molto, molto meno di quanto cosa ora).
Lo stesso possiamo dire fra il 2024 (petrolio a 92 dollari al barile e benzina a 1,95 euro) e il 2010 (petrolio a 95 dollari e benzina a 1,56 euro)

Se osserviamo le variazione dei prezzi del petrolio, vediamo spesso grandi spostamenti percentuali. Lo stesso non si può dire della benzina, che ha fluttuazioni molto limitate. Ci sono anni in cui il petrolio è aumentato del 51% e il prezzo della benzina solo del 2%.
Ma anche anni in cui il prezzo del petrolio è diminuito del 35% mentre il prezzo della benzina ha continuato (di poco sicuramente ma ugualmente sempre aumento è)a salire.

Cosa ne deduciamo?
Che effettivamente ci sono dinamiche diverse fra petrolio (che non è solo una materia prima che si usa per molti usi e applicazioni) e benzina. Dinamiche spesso dirette anche da questioni speculative in quanto il petrolio viene usato anche come strumento di investimento.

Qualcuno potrà far notare che in ballo ci sono anche le quantità prodotte e commercializzate. Ma anche su questo non ci sono riscontri oggettivi e matematici. Presso lo stretto di Hormuz, secondo le stime, passerebbe solo il 20% del petrolio mondiale. Che è una quantità molto importante ma che non giustifica gli aumenti.

Che se andiamo a ben vedere, se proprio ci fosse una necessità impellente di benzina e gasolio, ci sono riserve e possibilità di aumentare le estrazioni per compensare ciò che in questo momento è stato bloccato. Questo sempre se SI FOSSE SICURI che non ci sono interessi nascosti e non ci siano persone che da tutto questo trambusto ricavano montagne di guadagni alle spalle della popolazione comune.

Ma d'altronde non c'era bisogno di fare questa analisi precisa.
La guerra con l'Iran è iniziata il 28 febbraio. Gli aumenti (vertiginosi) sono iniziati nei distributori solo 2 o 3 giorni dopo. Cioè gli aumenti sono stati applicati a benzina e gasolio che erano già fisicamente presenti nei serbatoi dei distributori di benzina. Quando si sa benissimo che ci vogliono settimane e mesi prima che il petrolio estratto diventi concretamente benzina da mettere nelle auto.
La cosa mostrava già, quindi, un aumento SPECULATIVO. 
Si sfruttava il momento di tensione emotiva, la confusione mediatica per far accettare controvoglia un aumento del costo della benzina. Su una materia prima pagata con il prezzo antecedente la guerra e quindi guadagni mostruosi.

E quando le persone si abitueranno a pagare la benzina 1,70 - 1,80 o anche 1,90.... quando il petrolio diminuirà anche della metà, accetteranno di buon grado che il costo diminuisca solo del 10 o 20%, portandosi a 1,50 anzichè dimezzarsi.

Capite come guadagnano?
GRAZIE PER L'ATTENZIONE.

martedì 7 febbraio 2023

Democrazia, governo e economia.

Quando si parla di economia, siamo sempre in un terreno delicato. Siamo molto vicino ad un argomento che preme e sta a cuore del cittadino comune.

La sua vita, i suoi interessi, il suo piacere e i suoi dolori si basano anche e, a volte, in gran parte su questo argomento.

Se poi ci spostiamo di qualche metro e ci inoltriamo nel territorio della politica, entriamo veramente in un campo minato che rischia di farci saltare in aria in un attimo.

Se si studiano le cavallette o le reazioni chimiche di alcuni minerali, il coinvolgimento emotivo come essere umano è minimo.

Se si esaminano le scelte economiche di un governo, è palese che ci troviamo in uno scenario da cui è difficile sentirsi degli osservatori neutrali. Non possiamo essere neutrali perchè NOI SIAMO dentro l'oggetto che stiamo studiando o esaminando.

Di certo, nei nostri moderni strumenti di comunicazione e informazione (TV, giornali, internet, radio o social network) tutto manca tranne la politica e l'economia. Sono anzi due colonne portanti della comunicazione moderna.
Eppure questi due importanti e per molti versi bellissimi argomenti, sono trattati in modo scialbo, superficiale e caotico. Sono proposti e affrontati in modi decisamente non all'altezza della loro importanza.

Ci si chiederà come mai affermiamo questo. Avremo modo in prossimi post di dimostrarlo. Anche se girovagando per il nostro blog, ci sono vari post che lo mostrano, anche se a volte in modo un pochino più indiretto.
Come qui (http://denaroedintorni.blogspot.com/2023/01/taglio-delle-accise-e-aumento-del-costo.html) nel nostro ultimo post sull'aumento dei carburanti. 

Il concetto base è che un governo dovrebbe essere un governo. E dovrebbe governare. Con tutto ciò che significa governare.
E se è ben comprensibile che governare significa ANCHE occuparsi dell'economia di una nazione, è altrettanto vero che non significa SOLO occuparsi dell'economia di una nazione.
Sarebbe come se un padre di famiglia pensasse che il suo ruolo di genitore si limitasse solamente a portare i soldi a casa e non far mancare nulla di beni e servizi ai membri della sua famiglia.
Chi ha il coraggio di dire che questo sia sufficiente?
In una certa misura, è suo compito anche occuparsi dell'educazione etica ed emotiva dei propri figli.
E, sicuramente, ci sono anche dei valori spirituali e sentimentali che vanno coltivati.
Che tra l'altro rappresentano la parte più degna di essere vissuta dell'avere una famiglia.

Purtroppo, oggi i governi non sono che pallide marionette collocate li da poteri e forze economiche talmente potenti che l'individuo comune fatica anche solo a capirlo. Un pò come quando si parla della vastità delle distanze fra le stelle. Leggiamo i dati numerici ma la cosa va oltre la nostra concreta capacità di farcene un'idea concreta.
Quando si legge che una multinazionale ha guadagnato MILIARDI di dollari, ci si chiedere cosa mai possa significare tutto ciò.
E' curioso che le grandi aziende private vivano producendo utili (per sè) mentre le organizzazioni pubbliche e statali vivano perennemente con una spada che penzola sopra di loro chiamata DEBITO.

La risposta viene data fin dagli studi universitari o addirittura dalle scuole superiori: qualunque organizzazione pubblica è difettosa e inefficiente per natura mentre le organizzazioni private sono efficienti per definizioni.
Questo è l'assioma (legge basilare quasi indimostrabile e da prendere come dato di fede) che circola da decenni nel mondo politico che ha portato a vendere importanti strutture pubbliche a gruppi privati sotto la grande campagna promozionale delle PRIVATIZZAZIONI.

La democrazia era una meta. Una meta di libertà. Libertà di discutere della città. La democrazia era il potere al popolo. Che potesse discutere dei temi importanti della polis, della città.
Ma ora i temi importanti della città vengono discussi neanche più dai politici ma dagli ESPERTI. Perchè i politici non hanno il tempo di studiare e formarsi dovendo partecipare a meeting, riunioni, campagne elettorali, cene di mediazione e rappresentanza.
Così la democrazia viene svuotata di significato.

E l'economia diventa una scienza oscura che parla di cose che il cittadino medio non capisce.

Volevamo solo avvisare il lettore che questo non accade a caso ma è senzientemente voluto da qualcuno che ha l'interesse di governare l'economia senza che nessuno capisca cosa sta facendo.

L'unica arma a disposizione del cittadino è la conoscenza.
Solo la conoscenza apre le porte alla possibilità di essere liberi.
Il possesso di beni e la ricchezza non danno la libertà. Ti danno solo una prigione con tutti i confort.

Dicci cosa ne pensi nei commenti.
GRAZIE PER L'ATTENZIONE.

martedì 3 gennaio 2023

Siamo davvero tutti uguali?

Il discorso dell'uguaglianza è un tema assai delicato e che tocca molteplici aspetti e aree della vita umana.

E' insito nella natura dell'uomo e della società umana interrogarsi e riflettere su questo aspetto. Questa è proprio una delle maggiori caratteristiche che ci contraddistingue come specie e che ci differenzia in modo sostanziale dal resto delle altre specie animali.

Nessun altro animale si interroga se lui sia uguale o diverso ad un altro membro della sua specie.

L'uomo si. Ed è giusto che così faccia. 

Ma ripartendo dal principio della correttezza della domanda, esaminiamo quanto differenti possono essere le risposte al quesito a seconda dell'ambito in cui ci collochiamo.

I diritti, ad esempio. Appare ovvio che dinnanzi al rispetto dei diritti fondamentali, tutti gli esseri umani siano uguali. Questo è il più basilare fondamento della convivenza civile. E' il principio fondante di ogni società equa e moderna.

Che appaio chiaro a qualsiasi analisi che questo tipo di uguaglianza ancora non ci sia in nessun angolo del mondo è una cosa notevole.
Da molte parti si lotta perchè ci sia maggiore uguaglianza. E se esiste una lotta è perchè da più di una parte c'è una resistenza a questo principio.

Ma la riflessione di oggi parte da questi concetti e ritorna al nostro ambito preferito. Ovvero l'economia e la finanza.

E si racchiude in una domanda. Da un punto di vista economico è giusto, corretto e utile ipotizzare che tutti gli uomini (inteso in senso generale come tutti i maschi e tutte le femmine) siano uguali?

E' corretto ipotizzare che ogni uomo non sia altro che un numero? Che un ennesimo oggetto in una sequenza di oggetti? Che non sia altro che un individuo indistinguibile da ogni altro individuo?

Detto così, mi immagino che molti di noi storceranno il naso. A parte l'innato senso personale di sentirsi unici e quindi in una certa misura diversi dagli altri, c'è da constatare che anche in termini pratici le persone sono diverse. Hanno corpi diversi, esigenze diverse, vivono in posti diversi con necessità diverse.

La pubblicità di un assorbente femminile non è destinata ad un pubblico maschile. Quindi per quella azienda le persone non sono tutte uguali. E questo è solo un esempio. E il panorama è talmente vasto che c'è solo da perdere la testa nel vedere quante differenze ci sono.

Eppure..... in certi mercati..... si ha come la sensazione che si ritorni al concetto di essere tutti uguali.

Ad esempio nel mercato dei finanziamenti.

Così la mattina squilla il telefono e qualcuno ci chiede un finanziamento. Ovviamente siamo qui per questo. E la domanda è "Si, ma quanto è il tasso?". Domanda che presuppone automaticamente il fatto che egli pensa di essere uguale a tutti gli altri, nessuna differenza. Altrimenti non farebbe questo tipo di domanda.
Perchè un finanziamento non è un prodotto. Ma è un servizio. Ed essendo un servizio è palesemente legato alle specificità di chi lo richiede.

Altrimenti sarebbe come chiamare un meccanico e dirgli "Ho l'auto rotta, quanto mi costa aggiustarla?" senza che il meccanico abbia avuto modo di capire che tipo di auto abbiamo e quale sia il tipo di guasto.

Il problema nasce sulla questione dell'uguaglianza. Siamo tutti uguali, noi uomini, ma solo da un punto di vista teorico per quanto riguarda i diritti e il rispetto. All'atto pratico questa uguaglianza è una assurdità. E nella realtà quotidiana anche un problema. Perchè ognuno di noi è diverso e specifico. E richiede una attenzione "su misura" in qualunque tipo di relazione personale. Umana e professionale.

Cosa che la nostra agenzia, ha sempre cercato di dare.
O almeno questo è stato il nostro tentativo.

GRAZIE PER L'ATTENZIONE.

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