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venerdì 7 agosto 2026

Debito pubblico italiano: il vero problema non sono i 3.000 miliardi, ma la crescita che non arriva

Introduzione

L'Italia ha un debito pubblico superiore ai 3.000 miliardi di euro. A fine 2025 il debito delle Amministrazioni pubbliche era pari a circa 3.096 miliardi, corrispondenti al 137,1% del PIL. Nel 2026 il rapporto debito/PIL è previsto ancora in aumento, intorno al 138,5-138,6%.

Numeri enormi, difficili persino da immaginare. Ma c'è una domanda ancora più importante: questo debito può soffocare la crescita economica italiana?

La mia risposta è: sì, ma il debito non è necessariamente il problema numero uno. Il problema più pericoloso è la combinazione tra debito elevato e crescita economica troppo bassa.

Ed è proprio questa combinazione che può creare una sorta di circolo vizioso: poca crescita significa meno entrate e un PIL che aumenta lentamente; un debito elevato significa molti interessi da pagare; gli interessi limitano le risorse disponibili per investimenti e politiche economiche; meno investimenti possono significare ancora meno crescita.

Quanto ci costa realmente il debito?

Il debito pubblico non è un conto che lo Stato deve semplicemente "pagare" tutto insieme. È un debito che viene continuamente rifinanziato: quando arrivano a scadenza i vecchi titoli, lo Stato ne emette di nuovi.

Il problema, quindi, è soprattutto quanto costa finanziare quel debito.

Nel quadro tendenziale del Documento di finanza pubblica 2026, la spesa per interessi è indicata intorno al 4,1% del PIL nel 2026, dopo il 3,9% del 2025. Con un PIL nominale nell'ordine di 2.000 miliardi, significa una spesa per interessi nell'ordine di 80 miliardi di euro l'anno.

Per fare un esempio semplice: se un Paese spendesse 80 miliardi di interessi, sarebbe come destinare ogni anno una cifra superiore a 2.000 euro per abitante soltanto al costo finanziario del debito.

Naturalmente il confronto non significa che ogni cittadino paghi direttamente quella somma. Gli interessi sono una voce del bilancio pubblico e vengono finanziati attraverso le entrate dello Stato, comprese le imposte.

Ed è qui che il problema diventa economico: 80 miliardi destinati agli interessi non possono essere utilizzati contemporaneamente per altre finalità.

Il vero rischio: quando il debito cresce più dell'economia

Immaginiamo due Paesi.

Il primo ha un debito pari al 140% del PIL, ma cresce nominalmente del 5% ogni anno e riesce a mantenere sotto controllo il costo medio del debito.

Il secondo ha lo stesso debito, ma cresce nominalmente soltanto del 2%.

Il secondo Paese è molto più vulnerabile.

Perché? Perché il rapporto debito/PIL dipende non soltanto dalla quantità di debito, ma anche dalla capacità dell'economia di crescere.

L'Italia oggi si trova proprio davanti a questo problema. La Commissione europea prevede per il nostro Paese una crescita reale del PIL di appena 0,5% nel 2026, dopo lo stesso 0,5% nel 2025. Per il 2027 la previsione è appena dello 0,6%. Contemporaneamente il rapporto debito/PIL è previsto al 138,5% nel 2026 e al 139,2% nel 2027.

Questa è, a mio giudizio, la parte più preoccupante.

Un'economia che cresce lentamente deve comunque finanziare pensioni, sanità, stipendi pubblici, infrastrutture, istruzione, difesa e servizi. Se contemporaneamente deve destinare una quota crescente delle proprie risorse agli interessi sul debito, lo spazio per nuove politiche economiche si restringe.

Il debito può davvero "strozzare" la crescita?

Sì, ma non nel modo semplicistico con cui spesso viene raccontato.

Non è vero che "avere debito" significa automaticamente non poter crescere. Gli Stati possono avere debito elevato per molti anni senza entrare in crisi.

Il punto decisivo è il rapporto tra crescita economica, costo del debito e saldo primario.

Se lo Stato riesce a produrre un avanzo primario, cioè se incassa più di quanto spende prima degli interessi, può gradualmente stabilizzare il debito. Nel quadro del DFP 2026 il saldo primario italiano è previsto positivo e in miglioramento nei prossimi anni.

Ma c'è una difficoltà: un avanzo primario ottenuto semplicemente aumentando le tasse o riducendo gli investimenti può diventare controproducente.

Supponiamo, per esempio, che lo Stato voglia risparmiare 10 miliardi tagliando investimenti pubblici produttivi. Nel breve periodo i conti migliorano. Ma se quei 10 miliardi avrebbero contribuito a costruire infrastrutture, digitalizzazione, energia, trasporti o capitale umano, nel lungo periodo il PIL potrebbe crescere meno.

Ed ecco il paradosso: risparmiare oggi potrebbe rendere più difficile ridurre il debito domani.

Per questo la mia teoria è che l'Italia non abbia bisogno semplicemente di "tagliare la spesa". Ha bisogno soprattutto di spendere meglio e crescere di più.

Il problema numero uno dell'Italia è quindi il debito?

A mio giudizio, non esattamente.

Il debito è il grande amplificatore del problema, ma la malattia originaria è la crescita debole.

Se l'economia italiana riuscisse stabilmente a crescere del 2-2,5% reale, grazie a maggiore produttività, investimenti, occupazione qualificata e imprese più competitive, il peso del debito diventerebbe progressivamente più gestibile.

Al contrario, se il PIL continuasse a crescere intorno allo 0,5% e i tassi rimanessero relativamente elevati, anche un bilancio pubblico apparentemente sotto controllo potrebbe diventare più difficile da gestire.

Non è un caso che la Commissione europea abbia evidenziato nel 2026 un aumento della spesa per interessi e un differenziale interesse-crescita sfavorevole.

Il 22 aprile 2026 il Governo ha approvato il DFP 2026, documento che, nella nuova governance economica europea, rendiconta i progressi compiuti rispetto al piano strutturale di bilancio. Il Parlamento ha poi approvato la relativa risoluzione il 30 aprile.

Queste date sono importanti perché mostrano che il problema non è soltanto teorico: la sostenibilità dei conti pubblici è ormai inserita in un percorso di monitoraggio europeo pluriennale.

Conclusione operativa: la vera sfida è far crescere il denominatore

Quando sentiamo dire che "l'Italia ha 3.000 miliardi di debito", la tentazione è pensare che la soluzione consista semplicemente nel trovare 3.000 miliardi e restituirli.

Non funziona così.

La vera partita è far crescere il denominatore, cioè il PIL, più rapidamente del debito.

Per riuscirci servono produttività, investimenti privati e pubblici, infrastrutture efficienti, energia a costi competitivi, formazione, innovazione, occupazione e un sistema fiscale che non penalizzi eccessivamente chi produce reddito.

Il debito pubblico italiano è certamente un problema serio. Ma considero ancora più pericoloso uno scenario nel quale debito elevato + interessi elevati + crescita quasi zero diventino la normalità.

In quel caso lo Stato avrebbe progressivamente meno margine per affrontare una crisi, ridurre le tasse, finanziare nuovi investimenti o sostenere famiglie e imprese.

La domanda fondamentale, quindi, non dovrebbe essere soltanto: "Come riduciamo il debito?"

Dovremmo chiederci: "Come facciamo a far crescere l'economia italiana abbastanza da rendere il debito più sostenibile?"

Educazione finanziaria in pillole

Per capire la situazione dei conti pubblici basta ricordare una semplice regola: un debito elevato non è necessariamente insostenibile; diventa pericoloso quando cresce più velocemente della capacità di produrre reddito e quando il suo costo finanziario assorbe risorse sempre maggiori.

Per una famiglia è esattamente lo stesso principio: un mutuo da 200.000 euro può essere sostenibile con un reddito elevato e stabile, mentre anche un debito molto più piccolo può diventare problematico se il reddito diminuisce.

Hai un'opinione sul debito pubblico italiano o una domanda sui suoi effetti sulle tasse, sulle pensioni e sull'economia? Scrivila nei commenti.

mercoledì 22 luglio 2026

La scuola italiana prepara davvero i giovani al lavoro del futuro?

 

Introduzione

Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di competenze, intelligenza artificiale, professioni digitali e trasformazione del mercato del lavoro. Eppure, una domanda resta centrale: la scuola italiana sta davvero formando cittadini e lavoratori pronti ad affrontare il mondo che li aspetta?

Il tema non riguarda soltanto gli studenti. Coinvolge le famiglie, le imprese e, in definitiva, l'intero sistema economico. Un giovane che entra nel mercato del lavoro con competenze adeguate ha maggiori possibilità di trovare un'occupazione stabile, mentre le aziende riescono più facilmente a reperire personale qualificato. Al contrario, quando la formazione non è allineata alle esigenze del mercato, aumenta il cosiddetto mismatch, cioè il divario tra le competenze richieste dalle imprese e quelle realmente possedute dai candidati.

Un mercato del lavoro che cambia più velocemente della scuola

Negli ultimi dieci anni il mondo del lavoro ha subito una trasformazione senza precedenti. L'automazione, la digitalizzazione e l'intelligenza artificiale stanno modificando attività che fino a poco tempo fa sembravano immutabili.

Non significa che scompariranno tutti i lavori tradizionali, ma che quasi tutte le professioni richiederanno competenze nuove. Oltre alle conoscenze tecniche, diventano sempre più importanti capacità come:

  • problem solving;
  • utilizzo degli strumenti digitali;
  • comunicazione efficace;
  • lavoro in team;
  • capacità di aggiornarsi continuamente.

Pensiamo, ad esempio, a un impiegato amministrativo. Fino a qualche anno fa bastava conoscere i principali programmi di videoscrittura e i fogli di calcolo. Oggi molte attività ripetitive vengono automatizzate e cresce la richiesta di persone capaci di interpretare dati, utilizzare strumenti di intelligenza artificiale e gestire processi complessi.

La scuola italiana sta introducendo gradualmente questi temi, ma spesso con velocità diverse da territorio a territorio e con risorse non sempre sufficienti.

L'orientamento e il rapporto con le imprese stanno migliorando

Negli ultimi anni sono stati introdotti diversi interventi per avvicinare il mondo della scuola a quello del lavoro.

Tra questi rientrano il potenziamento dell'orientamento scolastico e i percorsi per le competenze trasversali e per l'orientamento (PCTO), evoluzione della precedente alternanza scuola-lavoro. L'obiettivo è permettere agli studenti di conoscere più da vicino le realtà produttive e comprendere quali competenze siano realmente richieste.

Dal punto di vista normativo, anche nel corso dell'anno scolastico 2025-2026 prosegue il rafforzamento delle attività di orientamento previste dalle recenti riforme del sistema scolastico, con particolare attenzione agli ultimi anni delle scuole secondarie superiori. Si tratta di un percorso destinato a diventare sempre più centrale nella progettazione didattica.

Naturalmente, la qualità dell'esperienza dipende molto dal territorio e dalle aziende coinvolte. In alcune realtà gli studenti partecipano a progetti concreti e formativi; in altre le attività risultano ancora troppo limitate o poco collegate agli obiettivi professionali.

Le competenze finanziarie restano un punto debole

Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda l'educazione finanziaria.

Molti ragazzi terminano gli studi senza aver mai affrontato temi come il funzionamento di una busta paga, la differenza tra stipendio lordo e netto, il significato di un mutuo, di un tasso di interesse o di una pensione contributiva.

Eppure queste conoscenze incidono direttamente sulla vita quotidiana.

Facciamo un esempio molto semplice.

Un giovane assunto con una retribuzione lorda annua di 28.000 euro potrebbe aspettarsi di ricevere ogni mese circa 2.300 euro. In realtà, dopo contributi previdenziali e imposte, il netto mensile può essere sensibilmente inferiore, variando in funzione del contratto e delle detrazioni spettanti.

Comprendere questi meccanismi aiuta a pianificare meglio il proprio bilancio familiare, evitare errori nelle scelte economiche e valutare con maggiore consapevolezza offerte di lavoro o finanziamenti.

L'educazione finanziaria non serve a trasformare tutti in investitori, ma a rendere ogni cittadino più autonomo nelle decisioni economiche che dovrà affrontare nel corso della vita.

Come dovrebbe evolvere la scuola nei prossimi anni

La vera sfida non consiste nell'insegnare soltanto nuove materie, ma nel cambiare il modo di apprendere.

Il mercato del lavoro richiederà sempre meno conoscenze da memorizzare e sempre più capacità di adattarsi ai cambiamenti. Chi oggi frequenta la scuola probabilmente svolgerà, nel corso della propria carriera, professioni che ancora non esistono o che subiranno profonde trasformazioni.

Per questo motivo sarà fondamentale rafforzare:

  • le competenze digitali;
  • l'educazione finanziaria;
  • la conoscenza delle regole del lavoro;
  • le competenze linguistiche;
  • la capacità di aggiornarsi durante tutta la vita professionale.

Anche gli adulti dovranno abituarsi a formarsi continuamente. La formazione non finirà più con il diploma o la laurea, ma accompagnerà l'intera carriera lavorativa.

Conclusione operativa

La scuola italiana sta compiendo alcuni passi nella direzione giusta, ma il percorso è ancora lungo. Preparare i giovani al lavoro del futuro significa fornire strumenti concreti per comprendere l'economia, utilizzare le nuove tecnologie e affrontare con consapevolezza le scelte professionali e finanziarie.

Non è una responsabilità esclusiva degli insegnanti: famiglie, imprese e istituzioni possono contribuire a costruire un sistema formativo più vicino alla realtà.

Educazione finanziaria in pillole

Dedica almeno un'ora al mese a imparare qualcosa sulla gestione del denaro: leggere una busta paga, capire come funziona un conto corrente, conoscere la differenza tra risparmio e investimento o imparare a costruire un semplice budget personale sono competenze che possono fare la differenza per tutta la vita.

Hai un dubbio o vuoi raccontare la tua esperienza sulla scuola e il mondo del lavoro? Scrivilo nei commenti.

giovedì 25 giugno 2026

Economia italiana sotto pressione: cosa cambia per famiglie e risparmiatori con le tensioni tra Ucraina e Iran

Negli ultimi anni l’economia mondiale ha dovuto affrontare una serie di shock geopolitici che sembravano impensabili fino a poco tempo fa. Prima la guerra in Ucraina, poi le crescenti tensioni in Medio Oriente e il coinvolgimento dell’Iran hanno riportato al centro dell’attenzione un tema spesso sottovalutato: il legame tra conflitti internazionali e portafoglio delle famiglie.

Molti cittadini si chiedono se queste crisi abbiano effetti reali sulla vita quotidiana in Italia. La risposta è sì. Anche se gli scontri avvengono a migliaia di chilometri di distanza, le conseguenze possono arrivare rapidamente sotto forma di aumento dei prezzi, rallentamento della crescita economica e maggiore incertezza per imprese e lavoratori.

Perché i conflitti influenzano l’economia italiana

L’Italia è un Paese fortemente dipendente dagli scambi internazionali. Energia, materie prime e molte componenti utilizzate dalle imprese arrivano dall’estero.

La guerra in Ucraina ha già mostrato quanto possa essere vulnerabile il sistema economico europeo quando si interrompono o si riducono le forniture energetiche. Le tensioni che coinvolgono l’Iran aggiungono un ulteriore elemento di rischio perché riguardano una delle aree più strategiche del mondo per il petrolio e per il traffico marittimo internazionale.

Quando aumenta l’incertezza sui mercati energetici, il prezzo del petrolio tende a salire. Questo si riflette sui costi di trasporto, sulla produzione industriale e, in ultima analisi, sui prezzi pagati dai consumatori.

Per fare un esempio concreto, un aumento del petrolio da 70 a 90 dollari al barile potrebbe tradursi nel giro di pochi mesi in rincari dei carburanti e in maggiori costi logistici per molte aziende. Se un'impresa sostiene 100.000 euro annui di spese per trasporti e carburanti, un incremento del 15% significherebbe 15.000 euro di costi aggiuntivi da assorbire o trasferire sui prezzi finali.

Crescita economica: il rischio di un rallentamento

Secondo le più recenti previsioni delle principali istituzioni economiche europee, l’Italia dovrebbe continuare a crescere anche nel 2026, ma con ritmi moderati.

Il problema è che ogni nuova crisi internazionale tende a ridurre la fiducia di consumatori e imprese. Quando aumenta l’incertezza, le famiglie rinviano acquisti importanti e le aziende possono decidere di posticipare investimenti e assunzioni.

Immaginiamo una famiglia che stia valutando l’acquisto di un’automobile da 25.000 euro. Se teme un peggioramento della situazione economica o un aumento delle spese energetiche, potrebbe decidere di attendere. Lo stesso ragionamento vale per molte imprese che rinviano progetti di espansione.

Il risultato è una minore domanda interna e una crescita economica più lenta.

Per il cittadino medio questo non significa necessariamente una crisi imminente, ma un contesto nel quale diventa più difficile ottenere aumenti salariali significativi e nel quale il mercato del lavoro può mostrare una minore dinamicità.

Inflazione: il pericolo che torna a farsi sentire

Dopo il forte aumento dei prezzi registrato tra il 2022 e il 2024, l’inflazione era gradualmente rientrata su livelli più gestibili.

Tuttavia, nuovi shock energetici potrebbero riaccendere la pressione sui prezzi.

L’inflazione non colpisce tutti allo stesso modo. Le famiglie con redditi più bassi tendono a subirne maggiormente gli effetti perché destinano una quota più elevata del bilancio familiare a beni essenziali come alimentari, bollette e carburanti.

Facciamo un esempio. Una famiglia che spende 1.500 euro al mese per le principali necessità potrebbe trovarsi a sostenere una spesa aggiuntiva di circa 45 euro mensili in presenza di un incremento medio dei prezzi del 3%. Su base annua significa oltre 500 euro di potere d’acquisto perso.

Per questo motivo la gestione del bilancio familiare rimane fondamentale anche in periodi nei quali l’inflazione sembra sotto controllo.

Cosa osservare nei prossimi mesi

Nei prossimi mesi saranno particolarmente importanti alcuni indicatori economici.

Il primo è l’andamento dei prezzi dell’energia. Il secondo riguarda le decisioni della Banca Centrale Europea sui tassi di interesse. Se le tensioni internazionali dovessero alimentare una nuova fase inflazionistica, la BCE potrebbe adottare una politica più prudente sui futuri tagli dei tassi.

Per chi ha un mutuo a tasso variabile o sta valutando un finanziamento, questi aspetti meritano attenzione.

Sul fronte normativo, resta inoltre importante monitorare gli aggiornamenti della Legge di Bilancio 2027, che inizierà a prendere forma già dall’autunno 2026 e che potrebbe contenere nuove misure di sostegno per famiglie e imprese in caso di peggioramento del quadro economico. Come ogni anno, il disegno di legge dovrà essere approvato entro il 31 dicembre.

Conclusione operativa

Le guerre non influenzano soltanto la politica internazionale: possono incidere direttamente sul costo della vita, sull’occupazione e sulle prospettive economiche del Paese.

In un contesto caratterizzato da elevata incertezza, la strategia più prudente per le famiglie non è cercare scorciatoie finanziarie, ma mantenere sotto controllo il proprio bilancio, costruire un fondo di emergenza adeguato e limitare l’indebitamento non necessario.

Educazione finanziaria in pillole

Un errore frequente è prendere decisioni economiche basandosi sulle notizie del giorno. I mercati e l’economia reagiscono spesso in modo diverso rispetto alle emozioni del momento. Prima di modificare le proprie scelte di risparmio o investimento, è utile valutare gli obiettivi di lungo periodo e non lasciarsi guidare esclusivamente dall’attualità.

Hai un dubbio? Scrivilo nei commenti.

giovedì 18 febbraio 2021

Cambiamenti in vista sul sistema forfettario? Ma insomma queste tasse vanno pagate o no?

Parlando di soldi e denaro non è possibile non toccare, di tanto in tanto il tema delle tasse, del sistema fiscale e dei vari regimi di tassazione esistenti.

In particolare, ovvio, in Italia, visto che è il paese in cui sia io che te viviamo.

In realtà il soggetto delle tasse è sopravvalutato. O meglio, tirato in ballo nel discorso ad un livello di importanza e urgenza superiore a quello che (invece) dovrebbe avere.

Il perchè lo abbiamo già visto in precedenti post nel corso degli anni, ma per riassumere tutto in poche righe occorre ricordare che le tasse e le imposte non sono il modo con cui uno stato si procura le entrate. In modo definitivo.

Lo stesso nome "Agenzia delle Entrate" è fuorviante. E non si sottolineerà mai abbastanza quanto si possa condizionare l'altrui pensiero con una scorretta definizione di termini e parole.

Le tasse e le imposte sono il principale strumento che uno stato sovrano usa per intervenire sugli equilibri finanziari del sistema economico di cui è responsabile. In modo ancora più semplice, possiamo dire che è la leva con la quale uno stato aumenta o diminuisce l'ammontare monetario in circolazione a seconda delle esigenze dell'economia in quel particolare momento.

C'è troppo denaro in giro rispetto alle necessità della produzione REALE? Dreno denaro dal sistema aumentando o diversificando la pressione fiscale.
C'è poca liquidità finanziaria nel sistema (in Italia siamo da un ventennio in questa tragica situazione)? Immetto denaro nel sistema diminuendo la pressione fiscale.

Non servono i ristori o i finanziamenti a pioggia senza costrutto. Oppure l'elemosina di stato. Che concettualmente e spiritualmente è un sistema degradante perchè inchioda chi riceve i sussidi in una condizione mentale di ASSISTITO e quindi di incapace di badare a se stesso. Molto compassionevole ma sul lungo periodo deleterio per un corretto sviluppo economico e sociale.

Non che i provvedimenti di aiuto di quest'ultimo anno alle attività chiuse siano state un errore. Parliamo di in generale. Non di provvedimenti presi nell'ambito di un sistema già sbagliato dal principio. Con il covid19 e l'attuale sistema fiscale italiano, il modo più semplice per impedire un disastro sociale erano i ristori effettuati come lo sono stati. Anzi si è fatto anche poco. E male.

Ma torniamo all'argomento del post. In Italia da decenni si parla di taglio delle tasse. E' un cavallo di battaglia soprattutto dei movimenti e partiti di centro-destra, supportati per lo più da imprenditori e autonomi. Ma anche da tanti italiani a cui piace la meritocrazia. Ovvero se sono bravo e produttivo perchè mi devi punire quando invece quelli che non sono bravi nè produttivi vengono premiati?

In quest'ultima frase sta tutto il dramma della giustizia sociale. Che non tocca neanche il concetto di una società che invece sta anche attenta a non dimenticare CHI per un qualsiasi motivo del mondo si dovesse trovare in un qualche frangente della sua vita in difficoltà.

Si parla in questo momento, con l'avvento di una nuova stagione politica targata DRAGHI, di riforme fiscali ma nella direzione un pò contraria agli slogan sentiti ultimamente. Che però, appunto, sempre slogan sono rimasti. Si parla di modificare il sistema forfettario (una tassazione fissa al 15% per piccole attività e autonomi) per reintrodurre meccanismi di progressività.

Ora non essendoci ancora provvedimenti concreti, mi astengo dal commentare qualcosa. Ma mi inquieta il cambio di rotta. Che non mi sorprende più di tanto, in quanto il nuovo presidente del consiglio è stato scelto proprio perchè esponente di punta del movimento filosofico-economico di stampo europeo che è incline all'Austerity,  ovvero alla parsimonia e regolarità dei conti pubblici e della guerra totale al DEBITO PUBBLICO. Come se questo fosse il problema.

Il problema sono (per loro) i conti. Non le persone in difficoltà. Non un'economia basata su meccanismi sociali iniqui che portano a disparità enormi di ricchezze e quindi conflitti sociali. In cui vince chi ha la possibilità di attivare leve finanziarie speculative e perde chi lavora rimboccandosi le maniche e alzandosi alle 5 del mattino. 
La finanza vince sull'economia reale. Ma la finanza non crea cibo, nè un tetto sulla testa.

Quello lo fa l'economia reale.

Quindi niente. Aspettiamo come al solito i nuovi provvedimenti. E qui, cercheremo ancora di spiegare perchè è necessario che il sistema fiscale venga demolito e ricostruito in modo equo dalla base.
In modo che chi produce sia premiato e non derubato di ciò che prodotto e che invece siano penalizzati i parassiti. Non chi è in difficoltà. Ma chi strutturalmente ha stipendi e guadagni senza fare niente di valore.

Grazie per l'attenzione.

venerdì 22 gennaio 2021

Debito buono e debito cattivo: differenti?

Sicuramente avrai sentito parlare della contrapposizione fra debito buono e debito cattivo.

Ma in assenza di una corretta definizione del concetto stesso di debito, questa distinzione rischia di diventare sterile.

Quindi prima di dire cosa è buono e cosa cattivo, prima di addentrarci in un esame cosa sia costruttivo e cosa sia distruttivo, occorre fermarci al concetto stesso di DEBITO.

Debito viene dal verbo latino "debere" che significa essere obbligare a dare qualcosa a qualcuno.

Quindi un debito è sostanzialmente un obbligo a dover fare qualcosa. Tant'è che effettivamente, anche nel linguaggio comune, si parla di "essere in debito" con qualcuno quando ci fa un favore o ci aiuta.

Ma nel linguaggio comune, l'uso predominante della parola è quella di essere obbligati a rendere del denaro a qualcuno.

Da questo punto di vista, ad una prima analisi, sembrerebbe che l'essere obbligati a fare qualcosa sia SEMPRE una fattore negativo e che, addirittura, dover rendere dei soldi sia anche peggio.

Ma tutto ciò, essendo basato su molta emotività che esula dal discorso, non ci aiuta nè ci spiana la strada ad una maggiore comprensione.

Quando un oggetto, una quantità di cose, una attività viene svolta da qualcuno a favore di qualcun altro nasce sempre un meccanismo di SCAMBIO. Diciamo che A da o fa qualcosa per B e quest'ultimo pareggia il movimento di oggetti o di attività (FLUSSO) che riceve facendo muovere verso A qualche altro flusso.

Non vi è niente di sbagliato in questo. Niente.
Neppure quando A da a B del denaro. 

In questo caso occorre esaminare gli accordi fra A e B. Un genitore che da 20 euro a suo figlio perchè sta uscendo con gli amici, fa fluire dell'energia (denaro) da A (genitore) a B (figlio). La cosa finisce li.
Ma....

Se il genitore dovesse continuare a far fluire denaro da lui (A) al figlio (B) senza che mai, in alcun modo e in nessuna forma (B) potesse far fluire qualcosa da lui verso il genitore, questa situazione di dis-equilibrio, prima o poi, sfocerà in un qualche aspetto negativo.

Quindi....
Cosa è un debito buono e cosa un debito cattivo?

Un debito buono è un flusso di denaro che riceviamo (e che dobbiamo restituire) che ci aiuta a migliorare la nostra condizione operativa.
Un debito cattivo è un flusso di denaro che riceviamo (e che dobbiamo restituire) che NON ci aiuta a migliorare la nostra condizione operativa.

Ora... Nella vita nessun individuo vive solamente per essere un macchinario produttivo. Non siamo delle macchine. E viviamo anche di azioni e attività fini a se stessa.

Così, non è IN ASSOLUTO un crimine procurarsi e possedere un qualche giocattolo con cui semplicemente ci svaghiamo e passiamo il nostro tempo in una attività che non porta da nessuna parte.
Si vive anche per queste cose.

Ma ogni situazione deve essere analizzata caso per caso. Ed è il fattore equilibrio quello che conta.

Se vado in banca e mi faccio dare 30.000 euro e con questa ci compro una bella auto, questo debito potrebbe essere allo stesso tempo un debito cattivo e un debito buono. Senza altri dettagli sulla situazione in generale, è difficile dare un giudizio.

In linea di massima una bella auto non è esattamente un fattore produttivo e più frequentemente rientra nella categoria dei "giocattoli". E' uno sfizio per la maggior parte delle volte.
Ma non sempre.

Se fossimo degli agenti di commercio o svolgessimo un qualsiasi lavoro in cui la mobilità in confort è importate o un lavoro in cui l'immagine è un aspetto promozionale (un agente immobiliare ad esempio), l'acquisto di una bella macchina non è SOLO uno sfizio ma un investimento in promozione. E quindi foriero di maggiore produzione futura.
Ma anche questo dipende da altri fattori. Nel nostro (facciamo l'esempio dell'agente immobiliare che si compra una nuova macchina) bilancio la copertura delle altre spese prioritarie è a posto? Il livello di produzione mi permette una spesa di 30.000 € o sono al di là di quello che mi potrei permettere? L'acquisto è fatto al momento giusto? Non c'erano altre modalità più utili per risolvere il problema promozionale? E via discorrendo.

In dottrina si chiama il debito cattivo quello fatto per una SPESA e il debito buono quello che porta ad un INVESTIMENTO.

La spesa si fa per qualcosa che si consuma e basta. L'investimento si fa per qualcosa che, in seguito, produrrà qualcosa.

Certo, non sempre è facile capire quando mettere i soldi su qualcosa sia una spesa o un investimento. Spesso la distinzione non è così netta e si può parlare di scale di grigio anzichè di un preciso "o bianco o nero".

Cosa ci rimane alla fine dell'articolo? Che indebitarsi non è sempre qualcosa di SICURAMENTE negativo. Anzi.
Lo spiegheremo meglio in un prossimo post che spiegherà perchè è giusto che in una società si prestino i soldi. E cercheremo di capire perchè, anche quando questo viene fatto, spesso viene fatto nel modo sbagliato.
Scrivete nei commenti o mandate delle mail per dirci se quanto scritto è chiaro, comprensibile e utilizzabile. O se ci sono domande.

Grazie per l'attenzione.

lunedì 6 gennaio 2020

Tanto lavoro = tanti soldi?

Fin da piccoli ci siamo sentiti dire alcune cose che, a prima vista,  sembrerebbe che non ci abbiano influenzato più di tanto.

Ci sono molte informazioni che ci arrivano dall'ambiente esterno. Quando si è piccoli e si cresce non è possibile conoscere tutto ciò che c'è da conoscere tramite esperienza diretta.
Così familiari, vicini, insegnanti, amici, conoscenti e poi (per la verità sempre con maggiore impatto) TV, giornali e internet cominciano a fornirci dati, insegnamenti, regole, notizie, schemi mentali e via dicendo.

Quanto queste informazioni sono corrette?
E quanto chi le riceve è in grado di fare un esame, uno screening di validità di ciò che riceve?

Trovare subito e in modo diretto tutte le risposte ai perchè della vita da soli NON E' POSSIBILE.
Ma neppure sembra funzionare il fatto di diventare una sorta di pattumieria che raccoglie ogni tipo di informazione, consiglio e verità.

Tra l'altro, più è vecchia l'informazione o la verità che ci hanno dato, più essa va a seppellirsi in profondità negli schemi del nostro pensiero. E quindi ormai lontano da un ri-esame critico della stessa.
Soprattutto quando quell'informazione viene detta, ripetuta e ripetuta continuamente.

E' possibile riesaminare ogni informazione che abbiamo ricevuto. E rielaborarla in modo funzionale. 
Prendiamone una: Tanto lavoro porta ad avere tanti soldi? Ovvio che no.
A meno che non definiamo in modo corretto che significa lavoro.
Se lavoro è uno sforzo fisico o mentale fatto per svolgere una mansione, tanto lavoro non porterà necessariamente tanti soldi. Anzi, il più delle volte porterà ad un esaurimento nervoso del lavoratore.

Ma se definiamo lavoro come "l'ottenimento di prodotti (beni o servizi) desiderati dal nostro referente che ci paga (datore di lavoro e/o cliente)", allora si.
Allora la frase "tanto lavoro uguale tanti soldi" diventerà realtà.

Quindi il fatto non è se occorre lavorare tanto. Ma se potremmo riuscire a produrre tanto. Cioè ottenere tanta produzione.

A scanso di equivoci, avremmo che la regola tanto lavoro = tanti soldi non è molto funzionale e ci porta a clamorosi vicoli ciechi.
La sostituiremo con la regola tanta produzione = tanti soldi.
E qui il discorso diventa semplicissimo.

Cosa produco nel mio lavoro? Quale è la richiesta che mi viene fatta (da chi mi paga, cliente o datore di lavoro che sia)?

Quindi, prima di capire cosa devo fare per produrre di più, devo assolutamente avere una idea chiara e precisa di cosa mi viene richiesto dal mio lavoro. Quale sia l'esatto tipo di azione o risultato che mi viene richiesto.

Definito con precisione quello, è abbastanza facile capire cosa occorra fare per produrre di più.

mercoledì 21 ottobre 2015

Avere clienti e avere denaro: l'etica e l'economia!

Avere clienti è il problema supremo delle attività commerciali e industriali.
La realtà è che un grande, grande passo indietro va fatto.

Infatti dare un consiglio o una cura in un quadro clinico molto compromesso può essere un tremendo errore.
Se arrivasse da te una persona che da anni mangia male, non fa attività fisica di alcun tipo, prende tantissimi medicinali e conduce una vita sregolata, tu sapresti dove viene il problema.
E sapresti anche cosa fare a riguardo.

Ma se costui volesse risolvere la situazione in un giorno o due, cosa mai potresti dirgli?

Potrebbe anche essere che ogni cosa tu gli proponi possa essere usata contro di te. Perchè se il risultato (la cura) non arriva, allora la colpa è tua.

Lavoro come consulente aziendale e formatore.
E di situazioni del genere ne trovo tantissime ogni giorno.

Quale è il passo indietro che occore fare?
Questo passo è stabilire esattamente l'utilità di quello che si sta facendo o si sta vendendo in relazione all'insieme di persone (o gruppi) a cui ci si sta potenzialmente rivolgendo.
Lo so. Lo so.
Questo tipo di ragionamento ci porta in un ambito etico che sembra abbandonare il raggio ristretto dell'economia per entrare in quello della filosofia.
Ma di un'economia senza etica e senza criterio non ci siamo ancora stufati?
Fino a quando e fino a che punto occorrerà arrivare per comprendere che l'economia non può essere compresa e progettata senza essere inserita in binari di natura etica?
E che procedere (come in effetti si sta procedendo) in realtà, a medio termine, non farà anche che mostrare le sue inefficienze anche economiche.

Avere denaro è ciò che gli imprenditori vogliono.
Ma abbiamo più e più volte ribadito che il denaro è il risultato di un'azione economica che si chiama scambio. E che lo scambio si basa sul presupposto di incremento di valore delle persone incluse nello stesso al netto dei costi per far avvenire lo scambio.
Quindi avere più denaro senza avere più scambio non è possibile.
Ed ecco dove intervengono i clienti!!

Senza clienti non c'è scambio.
Per avere scambio occorrono i clienti. E che fare se i clienti non ci sono?

Questa è la vera domanda che ogni imprenditore si dovrebbe fare....
Perchè i clienti sono spariti? Perchè è diventato così difficile trovarli?
Dipende anche questo solo da una carenza di denaro?
Se si analizza cosa il denaro è, si comprende che la definizione è qualcosa di circolare e quindi inutile.
I clienti non sono spariti perchè è sparito il denaro. In quanto il denaro è il risultato degli scambi.
Qualcosa è successo.
Ma ne parleremo in un prossimo articolo:

Il denaro di serie A e il denaro di serie B
Grazie per l'attenzione.

venerdì 29 maggio 2015

Quanto costa ad un'azienda essere innovativa?

In economia l'innovazione è un concetto apparentemente complesso e ad una prima analisi da relegare solo ad alcuni specifici ambiti estremamente tecnici.

Si è parlato così tanto e così spesso di innovazione accostando il concetto alla tecnologia, ai computer, alle fonti energetiche, alla telefonia e via discorrendo che si è perso di vista la semplicità e basilarietà di questa idea.

Innovare significa semplicemente fare qualcosa che fino a quel momento non si faceva.

Non necessariamente l'innovazione è qualcosa di legato ad una mirabolante invenzione tecnologica o alla scoperta di chissà quale nuovo materiale o sostanza.

L'innovazione è talmente legata al concetto di sopravvivenza che sembra quasi ridicolo doverne parlare.
Ma in un modo in cui la presunzione di sapere sta prendendo sempre più spazio a discapito della conoscenza effettiva (teoria + pratica), appare evidente che non si debba dare niente per scontato.

In un periodo storico in cui le aziende stanno incontrando grandi difficoltà attorno a loro, INNOVARE non è solo uno sfizio o un lusso.
E' una assoluta necessità.
Innovare non significa stavolgere o rivoluzionare. Chi pensa che questi verbi siano sinonimi dovrebbe prendere in mano un dizionario e controllare.
Innovare significa prendere atto che qualcosa non sta andando bene e occorre trovare delle soluzioni.

Queste innovazioni possono essere
a. di Amministrazione.
b. di Marketing.
c. di Organizzazione interna.
d. di Produzione.
e. di Formazione.r
f. di Sviluppo nuovi mercati.

solo per citarne alcune.....
Un'azienda si può innovare, investendo nella formazione, proponendosi sul mercato in un modo nuovo, sperimentando nuove strategie, lanciando nuovi prodotti affini a quelli precedenti.
Non ci sono molti limiti all'innovazione. Tutt'altro.

Questo ha un costo?

Se per costo intendiamo delle uscite di denaro, certamente si. L'azienda che stia ferma o si muova, ha dei costi e delle uscite di denaro. Alcune uscite di denaro sono produttive di maggiori entrate future. Sono dei costi particolari: si chiamano investimenti.
L'innovazione è un investimento. Si.

Ma fermiamoci a riflettere su quali siano i costi che una azienda affronterà se NON innova, se NON cambia, se si FERMA a pensare che è dalla parte della ragione.

Esistono persone che staranno ore a spiegarti quanto loro siano dalla parte della ragione mentre piangono o si lamentano di ciò che non va nella loro vita. Ci sono aziende che ti spiegheranno per ore quanto siano bravi e competenti mentre le loro entrate e le loro vendite continuano a calare.

Un organismo che non cambia quando cambiano le cose attorno a lui è destinato a subire il destino. Se è fortunato, sopravviverà con qualche ferita e qualche abito stracciato. Se non è fortunato (tanti) semplicemente morirà.
Un'azienda che non innova in un periodo di crisi, attendendo l'abbondanza per innovare, non vedrà mai quell'abbondanza.

Quindi la domanda diventa...... quanto può costare ad un'azienda non essere innovativa?
Tutto, anche la propria stessa esistenza.

Grazie per l'attenzione.

lunedì 25 maggio 2015

Può una singola azienda andar bene mentre tutte le altre vanno male?

Salve, spesso durante i corsi che tengo in materia di marketing o ri-organizzazione aziendale ci capita di parlare di strumenti che l'azienda può usare per riuscire da questo periodo di difficoltà.

Prima ancora di comprendere a fondo questi strumenti e, ovviamente, prima ancora di metterli alla prova per verificare di persona la loro funzionalità......
questi concetti vengono bloccati da una sorta di disfattismo pre-giudiziale in cui la nota dominante è la seguente:
"E' inutile mettere in atto qualsiasi strumento perchè il problema risiede in fattori molto più grandi e che esulano le possibilità di intervento della piccola azienda. Il problema risiede nella macroeconomia, ovvero in ciò che il governo, le istituzioni e gli altri stati decidono e fanno".

Ad esempio, se ci riferiamo ad un territorio a forte vocazione turistica sembra quasi che qualsiasi iniziativa sia impossibile a meno che il mercato non ri-cominci di nuovo a fornire nuove presenze turistiche sul territorio.
Un ristoratore mi dice: "E' inutile che io faccia promozione e marketing, tanto se i turisti non ci sono non dipende da me!!"

Perchè questo pensiero?
In primo luogo perchè l'imprenditore, bersagliato continuamente dagli effetti deleteri della (pseudo)-informazione dei mass-media, ha ormai concentrato la sua attenzione sui problemi (EFFETTO) anzichè sulle possibili soluzioni (CAUSA).
E in secondo luogo perchè c'è una grande confusione fra due approcci ai problemi economici molto differenti seppur parzialmente interconnessi: ovvero l'approccio micro-economico e l'approccio macro-economico.

In termini semplici di che parliamo?
La microeconomia studia (essenzialmente) l'economia in piccolo ovvero il comportamento del singolo prodotture e del singolo consumatore pur se riunisce questi risultati in leggi di mercato.
La macroeconomia studia l'economia in grande ovvero il comportamento di stati, governi, leggi di mercato e tassi di cambio.
Il tutto semplificando all'osso le due disciplina.

E' ovvio che attualmente ci siano problemi economici dovuti a fattori che vanno molto al di là delle possibilità di intervento di una singola azienda. Ma anche di un gruppo di aziende associate. A volte anche dell'intervento di un singolo stato.
Se in una certa area economica ci sono difficoltà perchè la domanda è crollata, ci sono ovviamente fattori macroeconomici al lavoro. Potrebbero essere leggi errati sul lavoro, pressione fiscale scorretta sulle aziende, mancanza di finanziamenti pubblici o bancari, mancanza di infrastrutture e via dicendo.

Ma il fatto che questi fattori esistano, non dice nient'altro se non quanto sia duro l'ambiente in cui dobbiamo operare.
E una volta stimate le difficoltà, sopravvivvere e prosperare è sempre compito e responsabilità del singolo imprenditore.

Esempio.
In una zona turistica abbiamo un improvviso calo di presenze del 30%. Nella zona esistono 6 ristoranti.
Prima della "crisi" si registra la presenza di 1.000 turisti. Che ovviamente vanno a mangiare in più ristoranti nel loro periodo di permanenza. Per semplicità diciamo che ogni turista visita almeno 3 ristoranti (3.000 coperti). Abbiamo questa ipotesi.
Ristorante A - 500 coperti
Ristorante B - 300 coperti
Ristorante C - 700 coperti
Ristorante D - 250 coperti
Ristorante E - 900 coperti
Ristorante F - 350 coperti

Ovviamente i ristoranti avranno capienze diverse e costi di gestione diversi. Ma per semplicità vedremo che, a parte il ristorante B e quello E, gli altri lavorano più o meno nello stesso modo.
Dopo un qualche fattore MACROECONOMICO, i turisti spariscono e invece di 1.000 presenze se ne registrano 700. 
Secondo voi, questa diminuzione di presenze interesserà in modo UGUALE tutti i ristoranti? Forsi si o forse no. Non c'è diretta conseguenza. Ma molto probabilmente i ristoranti che lavoravano meglio perderanno meno clienti e coperti di quelli che lavoravamo peggio. Potremmo ipotizzare questo.

Ristorante A - 250 coperti
Ristorante B - 100 coperti
Ristorante C - 750 coperti
Ristorante D -  50 coperti
Ristorante E - 750 coperti
Ristorante F - 200 coperti

Cosa se ne deduce? Che su 6 ristoranti, ben 5 hanno avuto una diminuzione di presenze e coperti. Ma 1 ha addirittura avuto un aumento. Chi? Probabilmente quello più efficente che ha lavorato meglio o ha colto meglio alcune nuove opportunità. Magari quello che ha promosso di più, nonostante la crisi.
Ora, da un punto di vista macro-economico, il territorio è in crisi. E sicuramente molti posti di lavoro sono a rischio.
Il ristorante D e quello B probabilmente chiuderanno. O si dovranno indebitare per rimanere aperti e sperare che la crisi passi.
Anche il ristorante A e il ristorante F sono in gravi difficoltà.
Mentre il ristorante E ha avuto una diminuzione di entrate ma alla fine non si strappa i capelli.

Vedete quante scene differenti? Ognuna di esse può essere esaminata in un ambito diverso. C'è chi è andato male, chi malissimo, chi così-così e chi addirittura bene.

Il punto è che ogni Ristorante ha il potere di andare meglio se applica i giusti interventi nonostante la crisi. Chi lo farà? Chi lavorerà meglio, è ovvio. Chi farà la migliore promozione o offrirà il miglior prodotto. O entrambi.
E' possibile che tutti e sei i ristoranti lavorino meglio nonostante la crisi?
Si. Certo.
Lavorando bene, promuovendo, offrendo un servizio di qualità e così via, potrebbero portare i 700 turisti presenti ad andare più volte al ristorante portano a 4 visite di media per stagione contro le 3 dell'anno prima.
E così i ristoranti avrebbero 2.800 coperti da distribuirsi anzichè 2.100.
Vedete come può funzionare?
Ovviamente i soldi in più che i turisti spenderanno nel ristorante forse verranno tolti da gite in barca, o spese nei negozi o ..... non si sa. Ma così funziona il mercato. E' una questione di concorrenza.
Le aziende che gestiscono le linee telefoniche cellulari hanno cambiato il modo di spendere degli italiani. Se si esamina come è composto il paniere di spesa di una famiglia del 2015 è ben diverso da quello di una famiglia del 1985 ad esempio.

Una singola azienda può sempre migliorare le sue condizioni e la sua produzione. Anche in un momento di crisi. Sarà più difficile e dovrà erodere clienti ai concorrenti. Ma funziona così anche in momenti in cui la crisi non c'è.
Anche perchè se c'è mercato, nuove aziende apriranno per farci la concorrenza. Quindi non è possibile pensare di non doversi confrontare con qualcuno sul mercato.
Che sia una azienda simile alla nostra o un'azienda di un mercato complementare.

Spero di aver chiarito il concetto. Grazie per l'attenzione.
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