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venerdì 4 settembre 2026

BlackRock, Vanguard e State Street: perché tre giganti sono presenti in così tante aziende?

Quando si parla dei grandi protagonisti della finanza mondiale, tre nomi ricorrono continuamente: BlackRock, Vanguard e State Street.

Sono spesso descritti come società che “possiedono tutto”, dai colossi tecnologici alle banche, dalle compagnie petrolifere alle aziende farmaceutiche. Ma è davvero così?

La risposta è più interessante di un semplice sì o no. Queste società non sono, nella maggior parte dei casi, proprietarie delle aziende nel senso tradizionale del termine. Gestiscono enormi quantità di denaro appartenente ai loro clienti, attraverso fondi comuni, ETF, fondi pensione e altri strumenti.

Il risultato, però, è sorprendente: attraverso questi investimenti possono diventare tra i maggiori azionisti di migliaia di società contemporaneamente.

E questa concentrazione del potere finanziario merita di essere capita.

Tre storie diverse, un unico fenomeno

Le tre società non sono nate insieme e nemmeno con lo stesso modello.

Vanguard nasce nel 1975 per iniziativa di John C. Bogle, ma la vera svolta arriva nel 1976, quando lancia il primo fondo indicizzato destinato agli investitori individuali, oggi noto come Vanguard 500 Index Fund. L'idea era quasi rivoluzionaria per l'epoca: anziché cercare continuamente di “battere il mercato”, acquistare un paniere molto ampio di azioni a costi estremamente contenuti.

Cinquant'anni dopo, quella che inizialmente sembrava una scommessa poco interessante è diventata uno dei pilastri della finanza mondiale. Nel 2025 Vanguard dichiarava oltre 50 milioni di investitori e un costo medio ponderato dello 0,07% per i propri fondi ed ETF statunitensi.

State Street Investment Management, invece, nasce nel 1978 all'interno del gruppo State Street. La sua grande rivoluzione arriva nel 1993 con il lancio dello SPDR S&P 500 ETF, comunemente conosciuto come SPY: il primo ETF statunitense e uno strumento destinato a trasformare radicalmente il modo di investire.

BlackRock è la più giovane delle tre. Viene fondata a New York nel 1988 da Larry Fink e altri sette soci, inizialmente con una forte specializzazione nella gestione del reddito fisso.

La sua crescita è stata alimentata non soltanto dai fondi, ma anche dalla tecnologia. Un esempio fondamentale è Aladdin, la piattaforma utilizzata per analisi del rischio, gestione dei portafogli e informazioni finanziarie.

Come sono diventate così grandi? Non comprando tutto

Qui bisogna correggere una delle idee più diffuse.

Se un ETF possiede azioni Apple, Microsoft, Coca-Cola o JPMorgan, quelle azioni appartengono economicamente agli investitori del fondo, non al patrimonio personale di BlackRock o Vanguard.

La società di gestione amministra il patrimonio per conto dei clienti.

Immaginiamo un ETF con 10 milioni di euro investiti e una partecipazione dell'1% in una società.

Se l'ETF appartiene a migliaia o milioni di investitori, il gestore può risultare formalmente tra i principali azionisti della società, pur non avendo “messo in tasca” quelle azioni.

Ed è proprio qui che nasce il fenomeno interessante.

Nel 2026, per esempio, documenti depositati presso la SEC mostrano contemporaneamente Vanguard, BlackRock e State Street tra i principali azionisti di grandi società quotate. In un caso, una società mostrava rispettivamente circa l'11,5% a Vanguard, l'8% a BlackRock e il 6% a State Street.

Non significa che i tre amministratori possiedano personalmente il 25% dell'azienda. Significa che i portafogli gestiti per conto dei loro clienti rappresentano quote molto importanti del capitale.

Ed è una distinzione fondamentale.

Il vero potere non è soltanto economico: è il voto

A questo punto emerge la questione più delicata.

Possedere azioni significa, normalmente, avere anche diritti di voto nelle assemblee.

Un grande gestore può quindi trovarsi a votare su questioni importanti: nomina degli amministratori, remunerazione dei vertici, operazioni societarie e altre decisioni di governance.

Questo crea una situazione particolare.

Da una parte, la concentrazione è il risultato apparentemente naturale di una rivoluzione positiva: fondi indicizzati economici, diversificazione, pensione integrativa e accesso ai mercati per milioni di piccoli risparmiatori.

Dall'altra, la crescita gigantesca degli asset gestiti ha prodotto una concentrazione del potere di voto che pochi decenni fa era molto meno evidente.

BlackRock, per esempio, dichiarava 14.000 miliardi di dollari di patrimonio in gestione al 31 dicembre 2025. State Street dichiarava 6.300 miliardi di dollari di asset under management al 30 giugno 2026, oltre a 57.900 miliardi di dollari di attività in custodia o amministrazione, che è però una categoria diversa e non va confusa con gli asset gestiti.

Sono numeri talmente grandi da rendere evidente il cambiamento strutturale della finanza.

La nostra teoria: non è un complotto, ma nemmeno un fenomeno da sottovalutare

La nostra interpretazione è questa: non serve immaginare una cabina di regia segreta per spiegare la concentrazione finanziaria.

È sufficiente osservare gli incentivi economici.

Milioni di persone cercano investimenti diversificati e poco costosi → gli ETF crescono → gli asset dei grandi gestori aumentano → i costi possono diminuire ulteriormente grazie alle economie di scala → i prodotti diventano ancora più competitivi → arrivano nuovi investitori.

È un vero e proprio effetto valanga.

Ma c'è un secondo effetto.

Più capitale viene concentrato nei grandi gestori, maggiore diventa la loro importanza nelle assemblee societarie e nel dialogo con i consigli di amministrazione.

Questo non significa automaticamente che “controllino il mondo”. Sarebbe una conclusione semplicistica.

Significa però che la struttura proprietaria delle grandi società moderne è diventata molto più istituzionale e concentrata.

E questa situazione pone una domanda legittima: se una parte enorme dei risparmi mondiali viene investita attraverso pochi grandi intermediari, chi decide come vengono esercitati quei diritti di voto?

È probabilmente questa, più che la semplice proprietà delle azioni, la questione sulla quale dovremmo concentrare maggiormente l'attenzione nei prossimi anni.

Conclusione operativa: cosa dovrebbe capire il piccolo risparmiatore?

Per il cittadino comune, la lezione non è necessariamente “stai lontano dagli ETF” o “queste società sono cattive”.

Anzi, la diffusione della gestione passiva ha contribuito a rendere la diversificazione molto più accessibile.

La lezione è un'altra: quando investiamo attraverso un fondo, non stiamo semplicemente comprando un prodotto finanziario. Stiamo entrando in una struttura molto più ampia, nella quale esistono anche problemi di governance, proprietà e potere di voto.

La finanza moderna è diventata estremamente efficiente, ma anche estremamente concentrata.

Capire questa trasformazione significa capire meglio il mondo nel quale investiamo, risparmiamo e costruiamo il nostro futuro economico.

Tu cosa ne pensi? La concentrazione del potere finanziario nelle mani dei grandi gestori è una naturale conseguenza del mercato oppure dovrebbe essere maggiormente regolamentata? Scrivilo nei commenti.

mercoledì 22 luglio 2026

La scuola italiana prepara davvero i giovani al lavoro del futuro?

 

Introduzione

Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di competenze, intelligenza artificiale, professioni digitali e trasformazione del mercato del lavoro. Eppure, una domanda resta centrale: la scuola italiana sta davvero formando cittadini e lavoratori pronti ad affrontare il mondo che li aspetta?

Il tema non riguarda soltanto gli studenti. Coinvolge le famiglie, le imprese e, in definitiva, l'intero sistema economico. Un giovane che entra nel mercato del lavoro con competenze adeguate ha maggiori possibilità di trovare un'occupazione stabile, mentre le aziende riescono più facilmente a reperire personale qualificato. Al contrario, quando la formazione non è allineata alle esigenze del mercato, aumenta il cosiddetto mismatch, cioè il divario tra le competenze richieste dalle imprese e quelle realmente possedute dai candidati.

Un mercato del lavoro che cambia più velocemente della scuola

Negli ultimi dieci anni il mondo del lavoro ha subito una trasformazione senza precedenti. L'automazione, la digitalizzazione e l'intelligenza artificiale stanno modificando attività che fino a poco tempo fa sembravano immutabili.

Non significa che scompariranno tutti i lavori tradizionali, ma che quasi tutte le professioni richiederanno competenze nuove. Oltre alle conoscenze tecniche, diventano sempre più importanti capacità come:

  • problem solving;
  • utilizzo degli strumenti digitali;
  • comunicazione efficace;
  • lavoro in team;
  • capacità di aggiornarsi continuamente.

Pensiamo, ad esempio, a un impiegato amministrativo. Fino a qualche anno fa bastava conoscere i principali programmi di videoscrittura e i fogli di calcolo. Oggi molte attività ripetitive vengono automatizzate e cresce la richiesta di persone capaci di interpretare dati, utilizzare strumenti di intelligenza artificiale e gestire processi complessi.

La scuola italiana sta introducendo gradualmente questi temi, ma spesso con velocità diverse da territorio a territorio e con risorse non sempre sufficienti.

L'orientamento e il rapporto con le imprese stanno migliorando

Negli ultimi anni sono stati introdotti diversi interventi per avvicinare il mondo della scuola a quello del lavoro.

Tra questi rientrano il potenziamento dell'orientamento scolastico e i percorsi per le competenze trasversali e per l'orientamento (PCTO), evoluzione della precedente alternanza scuola-lavoro. L'obiettivo è permettere agli studenti di conoscere più da vicino le realtà produttive e comprendere quali competenze siano realmente richieste.

Dal punto di vista normativo, anche nel corso dell'anno scolastico 2025-2026 prosegue il rafforzamento delle attività di orientamento previste dalle recenti riforme del sistema scolastico, con particolare attenzione agli ultimi anni delle scuole secondarie superiori. Si tratta di un percorso destinato a diventare sempre più centrale nella progettazione didattica.

Naturalmente, la qualità dell'esperienza dipende molto dal territorio e dalle aziende coinvolte. In alcune realtà gli studenti partecipano a progetti concreti e formativi; in altre le attività risultano ancora troppo limitate o poco collegate agli obiettivi professionali.

Le competenze finanziarie restano un punto debole

Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda l'educazione finanziaria.

Molti ragazzi terminano gli studi senza aver mai affrontato temi come il funzionamento di una busta paga, la differenza tra stipendio lordo e netto, il significato di un mutuo, di un tasso di interesse o di una pensione contributiva.

Eppure queste conoscenze incidono direttamente sulla vita quotidiana.

Facciamo un esempio molto semplice.

Un giovane assunto con una retribuzione lorda annua di 28.000 euro potrebbe aspettarsi di ricevere ogni mese circa 2.300 euro. In realtà, dopo contributi previdenziali e imposte, il netto mensile può essere sensibilmente inferiore, variando in funzione del contratto e delle detrazioni spettanti.

Comprendere questi meccanismi aiuta a pianificare meglio il proprio bilancio familiare, evitare errori nelle scelte economiche e valutare con maggiore consapevolezza offerte di lavoro o finanziamenti.

L'educazione finanziaria non serve a trasformare tutti in investitori, ma a rendere ogni cittadino più autonomo nelle decisioni economiche che dovrà affrontare nel corso della vita.

Come dovrebbe evolvere la scuola nei prossimi anni

La vera sfida non consiste nell'insegnare soltanto nuove materie, ma nel cambiare il modo di apprendere.

Il mercato del lavoro richiederà sempre meno conoscenze da memorizzare e sempre più capacità di adattarsi ai cambiamenti. Chi oggi frequenta la scuola probabilmente svolgerà, nel corso della propria carriera, professioni che ancora non esistono o che subiranno profonde trasformazioni.

Per questo motivo sarà fondamentale rafforzare:

  • le competenze digitali;
  • l'educazione finanziaria;
  • la conoscenza delle regole del lavoro;
  • le competenze linguistiche;
  • la capacità di aggiornarsi durante tutta la vita professionale.

Anche gli adulti dovranno abituarsi a formarsi continuamente. La formazione non finirà più con il diploma o la laurea, ma accompagnerà l'intera carriera lavorativa.

Conclusione operativa

La scuola italiana sta compiendo alcuni passi nella direzione giusta, ma il percorso è ancora lungo. Preparare i giovani al lavoro del futuro significa fornire strumenti concreti per comprendere l'economia, utilizzare le nuove tecnologie e affrontare con consapevolezza le scelte professionali e finanziarie.

Non è una responsabilità esclusiva degli insegnanti: famiglie, imprese e istituzioni possono contribuire a costruire un sistema formativo più vicino alla realtà.

Educazione finanziaria in pillole

Dedica almeno un'ora al mese a imparare qualcosa sulla gestione del denaro: leggere una busta paga, capire come funziona un conto corrente, conoscere la differenza tra risparmio e investimento o imparare a costruire un semplice budget personale sono competenze che possono fare la differenza per tutta la vita.

Hai un dubbio o vuoi raccontare la tua esperienza sulla scuola e il mondo del lavoro? Scrivilo nei commenti.

mercoledì 15 luglio 2026

Turismo record: ricchezza per il territorio o rischio per chi ci vive? Come trovare il giusto equilibrio

Ogni estate si torna a parlare di turismo da record, voli pieni, strutture ricettive sold out e città prese d'assalto dai visitatori. Per molte località italiane il turismo rappresenta una delle principali fonti di reddito, ma la crescita continua dei flussi turistici porta con sé anche effetti meno visibili che incidono sulla qualità della vita dei residenti, sui prezzi delle case e persino sui servizi pubblici.

Capire i vantaggi e gli svantaggi del turismo è importante non solo per gli operatori del settore, ma anche per ogni cittadino. Dietro un numero elevato di presenze turistiche si nascondono infatti opportunità economiche, ma anche costi che meritano attenzione.

Il turismo genera lavoro e fa crescere l'economia locale

Quando aumenta il numero dei visitatori, l'effetto sull'economia è spesso immediato. Alberghi, ristoranti, stabilimenti balneari, negozi, guide turistiche e servizi di trasporto registrano un incremento del fatturato. Questo significa maggiori entrate per le imprese e nuove opportunità occupazionali.

Facciamo un esempio semplice. Immaginiamo una località che accolga 100.000 turisti in più durante l'estate. Se ogni visitatore spende mediamente 120 euro al giorno per un soggiorno di cinque giorni, sul territorio arrivano circa 60 milioni di euro di consumi. Una parte di queste risorse finisce nelle imprese locali, che possono assumere personale stagionale, investire nelle proprie attività e acquistare beni e servizi da altri fornitori del territorio.

Anche i Comuni possono beneficiare dell'aumento delle presenze grazie all'imposta di soggiorno, il cui gettito può essere destinato, secondo la normativa vigente, a interventi in materia di turismo, manutenzione urbana, valorizzazione dei beni culturali e servizi pubblici collegati all'accoglienza. Se utilizzate in modo efficace, queste risorse possono migliorare infrastrutture e qualità dei servizi per residenti e visitatori.

Quando il successo turistico diventa un problema

L'altra faccia della medaglia riguarda gli effetti collaterali di un turismo eccessivo o poco pianificato.

Uno dei fenomeni più discussi è l'aumento dei prezzi delle abitazioni. In molte città d'arte e località balneari una parte consistente degli immobili viene destinata agli affitti brevi turistici. Il risultato è una riduzione delle case disponibili per chi desidera vivere stabilmente nel territorio.

Immaginiamo un appartamento che con un affitto tradizionale renda 900 euro al mese. Se lo stesso immobile viene affittato ai turisti per gran parte dell'anno, potrebbe generare ricavi sensibilmente superiori. È comprensibile che molti proprietari scelgano questa soluzione, ma il mercato degli affitti per residenti si restringe e i canoni tendono a crescere.

Anche i servizi pubblici vengono messi sotto pressione. Più persone significano maggiore produzione di rifiuti, traffico più intenso, consumi idrici elevati e necessità di rafforzare trasporti, sicurezza e assistenza sanitaria durante i periodi di punta.

In alcune destinazioni il problema non è tanto il numero assoluto dei turisti, quanto la loro concentrazione in poche settimane dell'anno o in aree molto limitate.

Le nuove regole cercano un equilibrio

Negli ultimi anni il legislatore è intervenuto più volte per rendere più trasparente il mercato delle locazioni turistiche e contrastare l'abusivismo.

Anche nel corso del 2026 continua l'applicazione delle disposizioni introdotte per l'identificazione delle strutture ricettive e degli immobili destinati agli affitti brevi attraverso il Codice Identificativo Nazionale (CIN), obbligatorio per le strutture interessate. L'obiettivo è favorire controlli più efficaci, maggiore trasparenza nei confronti dei consumatori e una concorrenza più equilibrata tra operatori.

Per gli operatori del settore è importante rispettare gli adempimenti previsti, poiché la mancata esposizione del codice o altre irregolarità possono comportare sanzioni amministrative.

Sempre più Comuni, inoltre, stanno valutando misure per distribuire meglio i flussi turistici durante tutto l'anno, incentivando eventi culturali, percorsi naturalistici e iniziative nei periodi di bassa stagione. Questo approccio consente di sostenere l'economia locale senza concentrare tutti gli effetti positivi e negativi in pochi mesi.

Il turismo sostenibile conviene a tutti

L'obiettivo non dovrebbe essere ridurre il turismo, ma renderlo più sostenibile.

Un territorio che investe nella manutenzione, nella mobilità, nella tutela dell'ambiente e nella valorizzazione delle proprie tradizioni riesce spesso ad attrarre visitatori di qualità, interessati a permanenze più lunghe e a una maggiore spesa sul territorio.

Anche i cittadini possono contribuire, sostenendo le attività locali, promuovendo comportamenti rispettosi del patrimonio ambientale e culturale e partecipando al dibattito sulle scelte di sviluppo della propria comunità.

Le amministrazioni, dal canto loro, possono utilizzare le risorse derivanti dal turismo per migliorare i servizi permanenti, evitando che i benefici economici si concentrino esclusivamente in alcuni settori.

Conclusione operativa

Il turismo rappresenta una grande opportunità economica, ma il suo successo dipende dalla capacità di trovare un equilibrio tra crescita, tutela del territorio e qualità della vita dei residenti. Un incremento delle presenze può creare lavoro, sostenere le imprese e generare nuove entrate pubbliche, ma senza una programmazione adeguata rischia di produrre effetti indesiderati sul mercato immobiliare, sui servizi e sull'ambiente.

Educazione finanziaria in pillole

Quando senti parlare di milioni di euro generati dal turismo, ricorda che il dato del fatturato non coincide con la ricchezza effettivamente prodotta. Per valutare il reale impatto economico bisogna considerare anche i costi sostenuti dalle imprese, gli investimenti necessari, le spese pubbliche aggiuntive e il valore che rimane realmente sul territorio. Distinguere tra incassi, utili e benefici economici è uno dei principi fondamentali dell'educazione finanziaria.

E tu, pensi che il turismo nella tua città rappresenti più un'opportunità o un problema? Hai un dubbio o un'esperienza da raccontare? Scrivilo nei commenti.

martedì 7 luglio 2026

L'intelligenza artificiale ruberà il lavoro? Cosa ci aspetta davvero nei prossimi anni.

L'intelligenza artificiale non è più una tecnologia del futuro: è già entrata nelle aziende, negli uffici pubblici, nelle banche, negli studi professionali e perfino nelle attività più piccole. Oggi è in grado di scrivere testi, analizzare documenti, creare immagini, programmare software e assistere i clienti in pochi secondi.

Di fronte a questa rivoluzione, una domanda preoccupa milioni di lavoratori: l'IA sostituirà le persone?

La risposta non è un semplice sì o no. Come accaduto con Internet e con l'automazione industriale, alcuni lavori cambieranno profondamente, altri spariranno, mentre nasceranno nuove professioni. La vera sfida sarà adattarsi a un mercato del lavoro che sta evolvendo molto più velocemente rispetto al passato.

Quali lavori sono più a rischio

L'intelligenza artificiale eccelle nelle attività ripetitive e basate sull'elaborazione di informazioni. Per questo motivo le professioni maggiormente esposte non sono necessariamente quelle manuali, ma molte attività d'ufficio.

Tra i settori che potrebbero subire le trasformazioni più importanti troviamo:

  • assistenza clienti;
  • inserimento dati;
  • contabilità di base;
  • traduzioni standard;
  • produzione di testi semplici;
  • segreteria amministrativa;
  • supporto informatico di primo livello.

Pensiamo a un'azienda che impiega dieci addetti per gestire le email dei clienti. Con un moderno sistema di IA, molte richieste possono essere risolte automaticamente. Se prima servivano dieci persone, domani potrebbero bastarne sei o sette, mentre le altre si occuperanno dei casi più complessi.

Questo non significa necessariamente licenziamenti immediati, ma una riduzione del fabbisogno di personale per alcune mansioni.

Secondo diverse analisi internazionali pubblicate negli ultimi anni, una quota significativa delle attività lavorative oggi svolte potrebbe essere automatizzata almeno in parte entro il prossimo decennio. Non si parla della scomparsa di intere professioni, ma della trasformazione delle competenze richieste.

Le professioni che cresceranno

Ogni innovazione tecnologica elimina alcuni lavori ma ne crea altri.

L'intelligenza artificiale avrà bisogno di persone che la progettino, la controllino e la utilizzino correttamente.

Crescerà la domanda di figure come:

  • specialisti di cybersecurity;
  • esperti di dati;
  • tecnici della robotica;
  • sviluppatori software;
  • professionisti della privacy;
  • consulenti per l'integrazione dell'IA nelle imprese;
  • formatori digitali.

Ma non solo.

Anche professioni tradizionali come medici, avvocati, commercialisti, architetti e insegnanti utilizzeranno sempre più strumenti di intelligenza artificiale per velocizzare il lavoro, senza essere completamente sostituiti.

Un commercialista, ad esempio, potrà far analizzare migliaia di fatture da un sistema automatico in pochi minuti, dedicando più tempo alla consulenza fiscale e alla pianificazione per il cliente.

In altre parole, il valore aggiunto dell'essere umano sarà sempre più rappresentato dal ragionamento, dall'esperienza, dall'empatia e dalla capacità decisionale.

Il rischio più grande è non aggiornare le proprie competenze

Molti pensano che il problema sia l'intelligenza artificiale. In realtà, il vero rischio è rimanere fermi.

Le competenze richieste dal mercato stanno cambiando rapidamente. Imparare a utilizzare strumenti digitali e sistemi di IA diventerà una competenza trasversale, un po' come oggi saper utilizzare un computer o la posta elettronica.

Prendiamo un esempio concreto.

Due impiegati svolgono lo stesso lavoro.

Il primo continua a lavorare come dieci anni fa.

Il secondo impara a utilizzare strumenti di IA per preparare report, analizzare dati e automatizzare le attività ripetitive.

A parità di stipendio, il secondo riesce a svolgere in una giornata il lavoro che prima richiedeva due giorni.

È facile immaginare quale dei due sarà considerato più prezioso dall'azienda.

Per questo motivo la formazione continua non rappresenta più un'opzione, ma un investimento sul proprio futuro professionale.

Cosa stanno facendo governi e imprese

Anche le istituzioni stanno cercando di accompagnare questa trasformazione.

Dal 2 febbraio 2025 sono diventati applicabili i primi obblighi previsti dall'AI Act, il regolamento europeo che introduce un quadro comune per l'utilizzo dell'intelligenza artificiale nell'Unione Europea. Nei prossimi anni entreranno progressivamente in vigore ulteriori disposizioni, con l'obiettivo di garantire maggiore trasparenza, sicurezza e tutela dei cittadini.

Parallelamente, molti programmi finanziati dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) continuano a sostenere la formazione digitale e l'aggiornamento delle competenze dei lavoratori, mentre imprese e università stanno investendo sempre di più nella riqualificazione del personale.

Le aziende hanno infatti compreso che sostituire completamente i lavoratori è spesso più costoso che formarli all'utilizzo delle nuove tecnologie.

Per questo motivo, in molti casi assisteremo non tanto a una sostituzione dell'uomo, quanto a una collaborazione tra persone e intelligenza artificiale.

Conclusione operativa

È comprensibile guardare con preoccupazione all'avanzata dell'intelligenza artificiale. Ogni grande rivoluzione tecnologica ha portato cambiamenti profondi nel mondo del lavoro, e anche questa volta non sarà diverso.

La domanda più importante, però, non è se l'IA sostituirà alcune professioni, ma quanto saremo pronti ad adattarci.

Chi investirà nella propria formazione, svilupperà competenze digitali e imparerà a utilizzare questi strumenti avrà maggiori possibilità di cogliere le opportunità offerte dal nuovo mercato del lavoro. Chi invece ignorerà il cambiamento rischierà di trovarsi sempre meno competitivo.

Educazione finanziaria in pillole

Il capitale più importante che possiedi non è il denaro sul conto corrente, ma le tue competenze. Destinare ogni anno anche solo qualche centinaio di euro a corsi di formazione, certificazioni o aggiornamento professionale può produrre un rendimento molto maggiore di molti investimenti finanziari, perché aumenta il tuo valore sul mercato del lavoro e la tua capacità di generare reddito nel tempo.

L'intelligenza artificiale cambierà il lavoro, ma saranno le persone preparate a guidare il cambiamento, non a subirlo. Tu come pensi che cambierà la tua professione nei prossimi anni? Hai un dubbio o un'opinione? Scrivilo nei commenti.

venerdì 3 luglio 2026

Tutela ambientale e sviluppo economico: perché trovare il giusto equilibrio è la vera sfida dei prossimi anni

Ogni volta che si parla di ambiente e sviluppo economico, il dibattito si divide rapidamente in due schieramenti. Da una parte c'è chi ritiene che siano necessarie regole sempre più severe per proteggere il pianeta; dall'altra chi teme che vincoli eccessivi possano rallentare la crescita, mettere in difficoltà le imprese e ridurre l'occupazione.

La realtà, però, è molto più complessa. Ambiente ed economia non sono due mondi separati: sono strettamente collegati. Un territorio degradato genera costi economici enormi, così come una transizione ecologica troppo rapida e non pianificata può creare difficoltà per famiglie e aziende. La vera sfida consiste quindi nel trovare un compromesso che permetta di crescere senza compromettere le risorse delle future generazioni.

Quando la tutela dell'ambiente diventa anche un investimento economico

Proteggere l'ambiente non significa soltanto ridurre l'inquinamento. Significa anche limitare i danni economici provocati da eventi climatici estremi, dissesto idrogeologico, siccità e perdita di biodiversità.

Basti pensare a un'azienda agricola che produce un fatturato annuo di 500.000 euro. Una grave siccità o una grandinata eccezionale possono ridurre il raccolto del 30%, con una perdita di circa 150.000 euro in una sola stagione. Lo stesso vale per un'impresa manifatturiera costretta a interrompere la produzione a causa di alluvioni o problemi nella rete energetica.

Secondo numerose analisi economiche europee, investire oggi nella prevenzione e nell'adattamento climatico può evitare costi molto più elevati negli anni successivi. Per questo motivo sempre più fondi pubblici e privati vengono destinati all'efficientamento energetico, alle infrastrutture resilienti e alle energie rinnovabili.

Naturalmente questi investimenti richiedono risorse importanti e tempi lunghi, motivo per cui è fondamentale che siano accompagnati da una programmazione chiara e stabile.

Il costo della transizione per imprese e famiglie

Se da un lato la sostenibilità rappresenta un'opportunità, dall'altro comporta inevitabilmente dei costi.

Un'impresa che deve sostituire macchinari obsoleti con impianti meno inquinanti potrebbe dover investire, ad esempio, 800.000 euro. Anche se nel tempo il risparmio energetico ridurrà le spese di produzione, l'investimento iniziale può risultare difficile da sostenere, soprattutto per una piccola o media impresa.

Lo stesso discorso vale per le famiglie.

Sostituire una vecchia caldaia, installare pannelli fotovoltaici o acquistare un'auto a basse emissioni richiede una disponibilità economica che non tutti possiedono. Per questo motivo gli incentivi pubblici assumono un ruolo fondamentale nel favorire la transizione senza creare nuove disuguaglianze.

Le politiche economiche devono quindi trovare un equilibrio: incentivare comportamenti virtuosi senza imporre costi insostenibili ai cittadini.

Le regole europee e italiane stanno cambiando il modo di fare economia

Negli ultimi anni l'Unione Europea ha accelerato il percorso verso la neutralità climatica prevista entro il 2050 attraverso il Green Deal europeo e una serie di direttive che coinvolgono imprese, banche e pubbliche amministrazioni.

Anche in Italia continuano ad aggiornarsi le norme relative all'efficienza energetica degli edifici, alla rendicontazione della sostenibilità e agli investimenti collegati al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Inoltre, dal 2026 prosegue l'attuazione di numerose misure finanziate con fondi europei, mentre molte imprese sono chiamate ad adeguarsi gradualmente ai nuovi obblighi in materia di sostenibilità e trasparenza.

Questi cambiamenti non rappresentano soltanto nuovi adempimenti burocratici. Influenzano l'accesso al credito, le scelte di investimento delle aziende e perfino il valore degli immobili, sempre più legato alle prestazioni energetiche.

È quindi importante che cittadini e imprese restino aggiornati sulle novità normative e sulle eventuali scadenze previste dai singoli incentivi o bandi, che spesso fissano termini precisi per la presentazione delle domande.

Il vero compromesso non è scegliere tra ambiente ed economia

L'errore più comune è pensare che esista una scelta obbligata tra crescita economica e tutela ambientale.

In realtà un'economia moderna deve riuscire a conciliare entrambe le esigenze.

Una transizione troppo lenta rischia di aumentare i costi futuri legati ai cambiamenti climatici. Una transizione troppo rapida, invece, può mettere in crisi interi settori produttivi e creare tensioni sociali.

Il compromesso passa attraverso alcuni principi fondamentali: gradualità, innovazione tecnologica, sostegno agli investimenti, formazione dei lavoratori e politiche fiscali che accompagnino il cambiamento invece di subirlo.

Le imprese hanno bisogno di regole certe e stabili per programmare gli investimenti. I cittadini devono poter affrontare le trasformazioni senza vedere compromesso il proprio bilancio familiare. Solo così la sostenibilità può diventare un fattore di crescita e non un ostacolo allo sviluppo.

Conclusione operativa

La tutela ambientale e lo sviluppo economico non sono avversari, ma due elementi che devono procedere insieme. Ignorare uno dei due significa creare problemi destinati a pesare sulle generazioni future.

Per cittadini e imprese il consiglio è semplice: informarsi prima di prendere decisioni importanti, valutare con attenzione costi e benefici degli investimenti e monitorare gli incentivi disponibili. Una scelta sostenibile è davvero efficace quando è anche economicamente sostenibile nel lungo periodo.

Educazione finanziaria in pillole

Quando senti parlare di nuove norme ambientali o incentivi "green", non fermarti al titolo della notizia. Verifica sempre chi può beneficiarne, quali sono i requisiti richiesti, le eventuali scadenze e il costo complessivo dell'intervento. Un investimento conveniente non è quello con il contributo più elevato, ma quello che migliora realmente il bilancio familiare o aziendale nel tempo.

E tu, pensi che oggi si stia trovando il giusto equilibrio tra tutela dell'ambiente e sviluppo economico? Hai un dubbio o un'opinione? Scrivilo nei commenti.

mercoledì 6 luglio 2022

Indebitamento e produzione

La parola indebitamento non è molto gradita nè amata dalle persone.

Quando si parla di indebitarsi, subito la mente va a situazioni non piacevoli e ad una condizione operativa non ottimale.

Non è per niente un caso che qualcuno usi l'espressione "Brutto come un debito" quando vuole esprimere un giudizio sulla bellezza di un'altra persona.

Tralasciando questo argomento di gustosa conversazione, il punto che volevamo sottolineare è come, facilmente, si confondano i termini DEBITO e INVESTIMENTO.

Ma forse stiamo correndo troppo. Facciamo un passo indietro. Cosa è un debito?

La parola debito non è un termine di solo uso finanziario. Non riguarda solo i soldi. Tant'è che si parla di "debiti formativi" nell'ambito della scuola quando uno studente non è andato bene oppure di parla di "debito morale" quando qualcuno ha fatto qualcosa per noi e ci tocca restituire il favore.
Un debito è una obbligazione di dare o restituire qualcosa, spesso riferito a entità monetarie (fonte TRECCANI).

Faccio debito quando qualcuno mi fornisce (presta) qualcosa e io lo debbo restituire. La situazione è classica nel mondo della finanza.
Ho necessità (per qualsiasi motivo, e dopo approfondiremo questo) di denaro e qualcuno me lo presta. Con l'accordo che glielo debba restituire in modo e tempi da stabilire. Qualche volta senza dover pagare il servizio e molto spesso dovendo pagare il servizio.

Ma cosa è un INVESTIMENTO? 
Un investimento è l'utilizzo di una certa quantità di denaro (ma può essere esteso anche all'utilizzo di cose, attrezzature, lavoro e conoscenza) per ottenere/realizzare un qualcosa che più avanti nel tempo mi consenta di guadagnare più denaro.
L'esempio arriva dalla natura. Ed è la prima forma di investimento che l'uomo ha conosciuto.

Si parla di agricoltura. Io ho un tot di semenze e le pianto. Pianto dei semi per avere delle piantagioni che poi produrranno un raccolto di qualcosa per cui avrò un rientro maggiore del valore di ciò che mi sono privato in un primo momento.
Questa è la teoria dei fagioli. Uso dei fagioli per far si che un domani abbia molti più fagioli.

Alcune volte ci si trova in una situazione in cui non si hanno semi da piantare ovvero, nella pratica, non si hanno soldi per effettuare un certo investimento.
E' in questi casi che si va da qualcuno che i soldi li ha e ne ha in eccesso (relativamente). Per farseli prestare.
Si fa, quindi, un debito per realizzare un investimento.
Realizzato l'investimento si avranno i soldi per ripagare il debito e (si spera) ne avanzeranno per noi.

Questo è il processo imprenditoriale. In cui un soggetto assume su di se il rischio di questa iniziativa. Ma se le cose vanno bene anche i benefici.

Che comunque non saranno solo a suo vantaggio. Perchè quando si realizza qualcosa di utile, anche se i profitti vanno solo a chi ha realizzato l'opera, spesso i vantaggi vengono distribuiti in tutta la popolazione e società. Immaginiamo che in città apra un nuovo negozio particolare. Una fumetteria o un negozio particolare di artigianato.
Il fatto stesso che questo negozio esista e che potenzialmente ci possa comprare qualcosa migliora automaticamente la mia qualità di vita. E quindi rende tutti un pò più "ricchi".

Indebitarsi non dovrebbe essere quindi una cosa spaventosa. Non di per se.
Spesso è stato il motore della crescita di società e nazioni.
Ci sono motivi e motivi per indebitarsi.

Una persona può prendere dei soldi in prestito per migliorare la qualità della sua vita, per fronteggiare una emergenza, per assicurare gli studi di un figlio e per realizzare un investimento.
In questo caso indebitarsi non è una cosa negativa.
In generale.

Che poi, tutte le cose debbano essere fatte con scrupolo e coscienza è un altro discorso.
Anche le lasagne sono buone ma forse non è indicato che ne mangiamo un chilo tutto in una volta. Occorre misurare e dosare ciò che si fa.

GRAZIE PER L'ATTENZIONE.

venerdì 15 gennaio 2021

Cosa è la pubblicità e come ci condiziona.

Oggi mi va di parlare di qualcosa che sempre più sta diventando parte integrante della nostra vita.

In questo blog parliamo di denaro e lavoro. Anche di produzione e attività aziendale.

In minima parte di marketing, ma in questo caso il tema pubblicità è decisamente non limitabile ad esserne confinato nel contenitore "marketing".

Lo spunto viene dalla lettura di un articolo di un certo Thomas Smith il quale ha scritto una guida chiamata "Pubblicità di successo" nel 1885. Non proprio ieri. Non proprio 5 anni fa.

Stiamo parlando della fine del XIX secolo, quando il panorama della civiltà consumistica (che qualcuno ha anche chiamato la civiltà della Coca-Cola) era ancora da venire.

Leggete un pò cosa diceva:

 1. La prima volta che un uomo guarda una pubblicità, non la vede.

 2. La seconda volta, non se ne accorge.

 3. La terza volta è cosciente della sua esistenza.

 4. La quarta volta, ricorda vagamente di averla vista prima.

 5. La quinta volta la legge.

 6. La sesta volta storce il naso.

 7. La settima volta la legge e dice: "Santo cielo!"

 8. L'ottava volta, dice: "Ecco di nuovo quella roba confusa!"

 9. La nona volta, si chiede se sia qualcosa.

 10. La decima volta chiede al suo vicino se l'ha provata.

 11. L'undicesima volta, si chiede come fa a pagare l'inserzionista.

 12. La dodicesima volta, pensa che debba essere una buona cosa.

 13. La tredicesima volta, pensa che forse potrebbe valere qualcosa.

 14. La quattordicesima volta, ricorda di aver desiderato una cosa del genere da molto tempo.

 15. La quindicesima volta, è stuzzicato perché non può permettersi di comprarlo.

16. La sedicesima volta, pensa di comprarlo un giorno.

 17. La diciassettesima volta, fa un promemoria per acquistarlo.

 18. La diciottesima volta, giura di essere povero.

 19. La diciannovesima volta conta attentamente i suoi soldi.

 20. La ventesima volta che vede l'annuncio, acquista ciò che offre.

Ora, non è che dobbiamo prendere alla lettera ciò che il signor Smith scrive. Cioè che per ogni volta che si vede una pubblicità si debbano avere per forza quelle reazioni.

Ma è veramente, veramente interessante vedere che più o meno è realmente questo il percorso di reazione emozionale riguardo alla pubblicità di qualcosa.

Non solo, ho il fondato dubbio che questo tipo di atteggiamento (sempre di natura emozionale) si attui anche quando si presenta una nuova idea o un nuovo progetto.

Vi invito quindi a riflettere sulle potenzialità della pubblicità (se siete imprenditori) e sulle conseguenze nella vostra vita della pubblicità (se siete consumatori).

Scrivere la vostra opinione nei commenti.

In un prossimo post, raccoglierò eventuali commenti e li amplierò con la mia idea riguardo ciò che il signor Smith ci dice.

Grazie per l'attenzione.

giovedì 3 dicembre 2015

Economia, azienda e sistema bancario

Parlare di economia senza parlare di sistema bancario è veramente difficile in quanto le interrelazioni e gli intrecci presenti fra economia e finanza sono diventati incredibili.

Esistono aziende sane in Italia? Certo.

Esistono imprenditori virtuosi in Italia? Certo.

Esistono banche disgraziate che operano completamente in tradimento rispetto al loro ruolo istituzionale di supporto alle imprese sane e virtuose? Certo.

C'è un caso che mi ha colpito in modo particolare che simboleggia in modo esemplare tutti questi punti.

Non è intenzione di questo blog generalizzare o colpire tutte le figure professionali che nel sistema bancario ci lavorano. Ho personalmente lavorato ai margini del sistema bancario per quasi 7 anni in qualità di mediatore creditizio prima e come agente in attività finanziaria iscritto agli appositi albi professionali in Banca d'Italia.
So come in ogni ambiente e settore ci siano molte brave e oneste persone.

Ciò non toglie che sia proprio il sistema sbagliato. E se colpire o criticare il sistema significa scuotere in un certo senso anche le tranquillità e le certezze di chi vi lavora ed è quasi esente da colpe, dispiace ma rimane necessario. Il bene della collettività è sempre superiore al singolo interesse.

Questa è la storia di una società di eccellenza messa in ginocchio da una truffa bancaria e da un sistema che stritola le aziende per la sua burocrazia e per le leggi assurde che la governano.
Ecco il video.
 

Cosa ne salta fuori?
Che se sei un cittadino o una impresa, sei sempre in una posizione non paritaria nei confronti di un istituto di credito.
Se sbagli tu, sei finito: morto e sepolto. Se sbagliano loro, non succede niente.
E il problema non è il singolo direttore di banca che sbaglia.
Perchè è il sistema che ti porta a questo.
Perchè la banca dovrebbe avere a budget la collocazione di prodotti finanziari di alto e altissimo rischio (praticamente dei giochi di azzardo puri!)? Perchè?
Per fare utile?
Perchè sono una azienda privata che fa e deve fare utile?
Ancora con questa concezione del modello liberista vecchia di secoli, totalmente non aderente alla realtà dei fatti?

Il ruolo della banca è istituzionale. E sebbbene ogni tipo di azienda debba avere un equilibrio dei fra costi e ricavi e potersi autosostenere, occorre ricordare che la banca esiste per assolvere ad un ruolo.
Un ruolo talmente importante di essere di priorità sociale in un qualsiasi sistema economico.
Può quindi essere privata ma rimanendo aderente alla sua missione primaria.
Ovvero fornire servizi e assistenza finanziaria ai clienti.
Se tu vuoi essere una società che guadagna dal proporre investimenti a rischio, non fare la banca ma diventa (appunto) una società di investimenti.
Collocati sul mercato e non vivere della "autorità" che ti deriva dal fatto che le persone ancora guardano alla banca come una sorta di istituzione.
Diventa una azienda e guadagnati la fiducia delle persone. Di loro che cerchi i loro soldi per farglieli raddoppiare o farglieli perdere. D'altronde i casino on line e le sale slot vanno comunque bene.... perchè non dire chi sei veramente?

Ditemi cosa ne pensate.
Grazie mille.

venerdì 29 maggio 2015

Quanto costa ad un'azienda essere innovativa?

In economia l'innovazione è un concetto apparentemente complesso e ad una prima analisi da relegare solo ad alcuni specifici ambiti estremamente tecnici.

Si è parlato così tanto e così spesso di innovazione accostando il concetto alla tecnologia, ai computer, alle fonti energetiche, alla telefonia e via discorrendo che si è perso di vista la semplicità e basilarietà di questa idea.

Innovare significa semplicemente fare qualcosa che fino a quel momento non si faceva.

Non necessariamente l'innovazione è qualcosa di legato ad una mirabolante invenzione tecnologica o alla scoperta di chissà quale nuovo materiale o sostanza.

L'innovazione è talmente legata al concetto di sopravvivenza che sembra quasi ridicolo doverne parlare.
Ma in un modo in cui la presunzione di sapere sta prendendo sempre più spazio a discapito della conoscenza effettiva (teoria + pratica), appare evidente che non si debba dare niente per scontato.

In un periodo storico in cui le aziende stanno incontrando grandi difficoltà attorno a loro, INNOVARE non è solo uno sfizio o un lusso.
E' una assoluta necessità.
Innovare non significa stavolgere o rivoluzionare. Chi pensa che questi verbi siano sinonimi dovrebbe prendere in mano un dizionario e controllare.
Innovare significa prendere atto che qualcosa non sta andando bene e occorre trovare delle soluzioni.

Queste innovazioni possono essere
a. di Amministrazione.
b. di Marketing.
c. di Organizzazione interna.
d. di Produzione.
e. di Formazione.r
f. di Sviluppo nuovi mercati.

solo per citarne alcune.....
Un'azienda si può innovare, investendo nella formazione, proponendosi sul mercato in un modo nuovo, sperimentando nuove strategie, lanciando nuovi prodotti affini a quelli precedenti.
Non ci sono molti limiti all'innovazione. Tutt'altro.

Questo ha un costo?

Se per costo intendiamo delle uscite di denaro, certamente si. L'azienda che stia ferma o si muova, ha dei costi e delle uscite di denaro. Alcune uscite di denaro sono produttive di maggiori entrate future. Sono dei costi particolari: si chiamano investimenti.
L'innovazione è un investimento. Si.

Ma fermiamoci a riflettere su quali siano i costi che una azienda affronterà se NON innova, se NON cambia, se si FERMA a pensare che è dalla parte della ragione.

Esistono persone che staranno ore a spiegarti quanto loro siano dalla parte della ragione mentre piangono o si lamentano di ciò che non va nella loro vita. Ci sono aziende che ti spiegheranno per ore quanto siano bravi e competenti mentre le loro entrate e le loro vendite continuano a calare.

Un organismo che non cambia quando cambiano le cose attorno a lui è destinato a subire il destino. Se è fortunato, sopravviverà con qualche ferita e qualche abito stracciato. Se non è fortunato (tanti) semplicemente morirà.
Un'azienda che non innova in un periodo di crisi, attendendo l'abbondanza per innovare, non vedrà mai quell'abbondanza.

Quindi la domanda diventa...... quanto può costare ad un'azienda non essere innovativa?
Tutto, anche la propria stessa esistenza.

Grazie per l'attenzione.

lunedì 25 maggio 2015

Può una singola azienda andar bene mentre tutte le altre vanno male?

Salve, spesso durante i corsi che tengo in materia di marketing o ri-organizzazione aziendale ci capita di parlare di strumenti che l'azienda può usare per riuscire da questo periodo di difficoltà.

Prima ancora di comprendere a fondo questi strumenti e, ovviamente, prima ancora di metterli alla prova per verificare di persona la loro funzionalità......
questi concetti vengono bloccati da una sorta di disfattismo pre-giudiziale in cui la nota dominante è la seguente:
"E' inutile mettere in atto qualsiasi strumento perchè il problema risiede in fattori molto più grandi e che esulano le possibilità di intervento della piccola azienda. Il problema risiede nella macroeconomia, ovvero in ciò che il governo, le istituzioni e gli altri stati decidono e fanno".

Ad esempio, se ci riferiamo ad un territorio a forte vocazione turistica sembra quasi che qualsiasi iniziativa sia impossibile a meno che il mercato non ri-cominci di nuovo a fornire nuove presenze turistiche sul territorio.
Un ristoratore mi dice: "E' inutile che io faccia promozione e marketing, tanto se i turisti non ci sono non dipende da me!!"

Perchè questo pensiero?
In primo luogo perchè l'imprenditore, bersagliato continuamente dagli effetti deleteri della (pseudo)-informazione dei mass-media, ha ormai concentrato la sua attenzione sui problemi (EFFETTO) anzichè sulle possibili soluzioni (CAUSA).
E in secondo luogo perchè c'è una grande confusione fra due approcci ai problemi economici molto differenti seppur parzialmente interconnessi: ovvero l'approccio micro-economico e l'approccio macro-economico.

In termini semplici di che parliamo?
La microeconomia studia (essenzialmente) l'economia in piccolo ovvero il comportamento del singolo prodotture e del singolo consumatore pur se riunisce questi risultati in leggi di mercato.
La macroeconomia studia l'economia in grande ovvero il comportamento di stati, governi, leggi di mercato e tassi di cambio.
Il tutto semplificando all'osso le due disciplina.

E' ovvio che attualmente ci siano problemi economici dovuti a fattori che vanno molto al di là delle possibilità di intervento di una singola azienda. Ma anche di un gruppo di aziende associate. A volte anche dell'intervento di un singolo stato.
Se in una certa area economica ci sono difficoltà perchè la domanda è crollata, ci sono ovviamente fattori macroeconomici al lavoro. Potrebbero essere leggi errati sul lavoro, pressione fiscale scorretta sulle aziende, mancanza di finanziamenti pubblici o bancari, mancanza di infrastrutture e via dicendo.

Ma il fatto che questi fattori esistano, non dice nient'altro se non quanto sia duro l'ambiente in cui dobbiamo operare.
E una volta stimate le difficoltà, sopravvivvere e prosperare è sempre compito e responsabilità del singolo imprenditore.

Esempio.
In una zona turistica abbiamo un improvviso calo di presenze del 30%. Nella zona esistono 6 ristoranti.
Prima della "crisi" si registra la presenza di 1.000 turisti. Che ovviamente vanno a mangiare in più ristoranti nel loro periodo di permanenza. Per semplicità diciamo che ogni turista visita almeno 3 ristoranti (3.000 coperti). Abbiamo questa ipotesi.
Ristorante A - 500 coperti
Ristorante B - 300 coperti
Ristorante C - 700 coperti
Ristorante D - 250 coperti
Ristorante E - 900 coperti
Ristorante F - 350 coperti

Ovviamente i ristoranti avranno capienze diverse e costi di gestione diversi. Ma per semplicità vedremo che, a parte il ristorante B e quello E, gli altri lavorano più o meno nello stesso modo.
Dopo un qualche fattore MACROECONOMICO, i turisti spariscono e invece di 1.000 presenze se ne registrano 700. 
Secondo voi, questa diminuzione di presenze interesserà in modo UGUALE tutti i ristoranti? Forsi si o forse no. Non c'è diretta conseguenza. Ma molto probabilmente i ristoranti che lavoravano meglio perderanno meno clienti e coperti di quelli che lavoravamo peggio. Potremmo ipotizzare questo.

Ristorante A - 250 coperti
Ristorante B - 100 coperti
Ristorante C - 750 coperti
Ristorante D -  50 coperti
Ristorante E - 750 coperti
Ristorante F - 200 coperti

Cosa se ne deduce? Che su 6 ristoranti, ben 5 hanno avuto una diminuzione di presenze e coperti. Ma 1 ha addirittura avuto un aumento. Chi? Probabilmente quello più efficente che ha lavorato meglio o ha colto meglio alcune nuove opportunità. Magari quello che ha promosso di più, nonostante la crisi.
Ora, da un punto di vista macro-economico, il territorio è in crisi. E sicuramente molti posti di lavoro sono a rischio.
Il ristorante D e quello B probabilmente chiuderanno. O si dovranno indebitare per rimanere aperti e sperare che la crisi passi.
Anche il ristorante A e il ristorante F sono in gravi difficoltà.
Mentre il ristorante E ha avuto una diminuzione di entrate ma alla fine non si strappa i capelli.

Vedete quante scene differenti? Ognuna di esse può essere esaminata in un ambito diverso. C'è chi è andato male, chi malissimo, chi così-così e chi addirittura bene.

Il punto è che ogni Ristorante ha il potere di andare meglio se applica i giusti interventi nonostante la crisi. Chi lo farà? Chi lavorerà meglio, è ovvio. Chi farà la migliore promozione o offrirà il miglior prodotto. O entrambi.
E' possibile che tutti e sei i ristoranti lavorino meglio nonostante la crisi?
Si. Certo.
Lavorando bene, promuovendo, offrendo un servizio di qualità e così via, potrebbero portare i 700 turisti presenti ad andare più volte al ristorante portano a 4 visite di media per stagione contro le 3 dell'anno prima.
E così i ristoranti avrebbero 2.800 coperti da distribuirsi anzichè 2.100.
Vedete come può funzionare?
Ovviamente i soldi in più che i turisti spenderanno nel ristorante forse verranno tolti da gite in barca, o spese nei negozi o ..... non si sa. Ma così funziona il mercato. E' una questione di concorrenza.
Le aziende che gestiscono le linee telefoniche cellulari hanno cambiato il modo di spendere degli italiani. Se si esamina come è composto il paniere di spesa di una famiglia del 2015 è ben diverso da quello di una famiglia del 1985 ad esempio.

Una singola azienda può sempre migliorare le sue condizioni e la sua produzione. Anche in un momento di crisi. Sarà più difficile e dovrà erodere clienti ai concorrenti. Ma funziona così anche in momenti in cui la crisi non c'è.
Anche perchè se c'è mercato, nuove aziende apriranno per farci la concorrenza. Quindi non è possibile pensare di non doversi confrontare con qualcuno sul mercato.
Che sia una azienda simile alla nostra o un'azienda di un mercato complementare.

Spero di aver chiarito il concetto. Grazie per l'attenzione.

mercoledì 29 aprile 2015

Il marketing, questo sconosciuto.

L'economia, toccando aspetti quotidiani della nostra vita, è uno di quegli ambiti in cui più facilmente ci si addentra, senza averne una corretta padronanza.
Negli argomenti economici e imprenditoriali ci sono parole che vengo usato e di cui, di base, si abusa senza però conoscere a fondo l'argomento.

Il marketing è una di quelle parole.
Usata e abusata da individui, consulenti, siti internet, giornali.......

Si parla di fare marketing, curare il proprio marketing, internet marketing e via discorrendo....

Ma cosa è esattamente il marketing?
E' possibile spiegarlo in pochi e semplici parole?

Ci possiamo provare.....
Il marketing è l'attività che un imprenditore o un'azienda fa per piazzare il proprio prodotto o servizio nel mercato di riferimento. Cosa intendiamo per piazzare? Semplicemente collocare il suo prodotto in modo che sia visibile, che venga richiesto e acquistato.

Semplificando la definizione e andando proprio alla base del marketing, possiamo dire che esso è l'attività di trovare o stimolare una domanda di qualcosa

Se analizziamo l'attività di marketing possiamo identificare quindi alcuni punti importanti:
  1. L'esistenza di un gruppo di individui (mercato di riferimento) che possono avere un'esigenza.
  2. La definizione di quale sia il servizio/prodotto che possa soddisfare quell'esigenza.
  3. La preparazione, procuramento o costruzione di quel servizio/prodotto.
  4. L'informare il gruppo di individui dell'esistenza del nostro servizio/prodotto.
  5. L'ottenere al vendita del nostro servizio/prodotto in misura sufficiente per coprire i costi e garantire un guadagno.
  6. Lo studiare i mutamenti dell'esigenza per modificare/aggiornare il proprio servizio/prodotto e renderlo sempre desiderabile al mercato di riferimento.
Se esaminato in questi aspetti fondamentali, il marketing non è più una materia complessa, oscura o inutile. Tutt'altro.

Ad esempio, aprire un nuovo negozio nella propria città senza aver verificato tramite sondaggi e indagini se i prodotti in esso venduti siano richiesti o desiderati può essere un grave errore.
Molti di noi hanno visto aprire varie attività commerciali con grandi feste all'inaugurazione e con grande dispendio di investimenti. Attività che hanno chiuso i battenti solo pochi mesi dopo. La domanda sorge spontanea: "Ma che tipo di aspettative di fatturato avevano?". Evidentemente aspettative più alte della realtà. E l'altra domanda viene subito dopo: "Avevano verificato la fattibilità di quella iniziativa con opportuni sondaggi?".
Molto probabilmente la risposta all'ultima domanda era NO!

Quindi marketing non è un'attività che solo la Mulino Bianco, la Fiat, la Coca-Cola, la Findus o la McDonalds devono fare. Il marketing non è riservato esclusivamente alle grandi aziende che spendono milioni di euro in pubblicità.
Il marketing riguarda tutti. Anche la piccola ditta di giardinaggio che si propone nella sua città. Oppure l'attività commerciale di abbigliamento.
Anche questa deve scoprire l'esigenza del suo mercato di riferimento. Deve scoprire a cosa essa può essere una soluzione.
Anche essa deve organizzare il suo servizio per offrire ciò che il mercato chiede. Anche essa deve effettuare la corretta promozione per far conoscere il suo servizio.
Anche essa deve studiare bene il prezzo del suo servizio e tenersi aggiornata per non farsi cogliere impreparata dai cambiamenti di mercato.

Questo è il marketing nei suoi elementi essenziali. Poi possiamo complicare l'argomento scendendo in dettagli o addentrandoci nelle sottocategorie in cui il marketing di divide.

Come tutte le cose, alcune volte certi aspetti del marketing sono intuitivi. E una piccola azienda può, entro certi limiti, farcela da sola....
Ma un pò tutti i mercati sono diventati ultra-competitivi. E il buon senso e l'intuizione non sono più, spesso, sufficienti per migliorare la propria efficienza e capacità di raggiungere gli obiettivi.

Tutti devono fare marketing.
Non importa che sia una piccola ditta o una grande azienda. Non importa se vendete prodotti, se siete una azione di produzione o un'azienda di servizi.
Non importa che i vostri dipendenti siano più o meno di 10. Più o meno di 5.

Il marketing è importante in ogni momento. Spesso, omettere alcuni punti del marketing ci conduce verso il baratro anche quando le nostra capacità sono buone e il nostro prodotto/servizio ottimi.

Grazie per l'attenzione.
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