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lunedì 13 luglio 2026

Carrello della spesa sempre più caro? 7 strategie concrete per risparmiare senza rinunciare alla qualità

Fare la spesa è diventato uno degli argomenti più discussi dalle famiglie italiane. Anche se l'inflazione ha rallentato rispetto ai picchi degli anni scorsi, molti prodotti alimentari continuano a mantenere prezzi elevati e il costo complessivo del carrello resta superiore rispetto a pochi anni fa. Per una famiglia di quattro persone, una differenza di appena 20-30 euro alla settimana può tradursi in oltre 1.000 euro di spesa aggiuntiva nell'arco di un anno.

La buona notizia è che esistono strategie semplici ed efficaci per contenere le uscite senza rinunciare alla qualità dei prodotti. Non si tratta di comprare meno, ma di acquistare meglio.

Pianificare la spesa: il risparmio inizia prima di entrare al supermercato

Molti acquisti impulsivi avvengono perché si entra nel supermercato senza un piano preciso. Preparare una lista della spesa sulla base dei pasti della settimana permette di comprare solo ciò che serve davvero.

Un esempio pratico: se una famiglia spende normalmente 160 euro alla settimana e riesce a ridurre gli acquisti non programmati del 10%, il risparmio è di circa 16 euro ogni settimana. In un anno significa oltre 800 euro.

Un'altra buona abitudine consiste nel controllare dispensa e frigorifero prima di uscire. Comprare due confezioni dello stesso prodotto perché si è dimenticato di averlo già in casa è uno spreco molto più frequente di quanto si pensi.

Infine, evitare di fare la spesa quando si ha fame riduce il rischio di acquistare snack, dolci o prodotti non indispensabili.

Offerte sì, ma solo se fanno davvero risparmiare

Le promozioni sono utili soltanto quando riguardano prodotti che avremmo acquistato comunque. Il classico "prendi tre, paghi due" può essere conveniente per alimenti a lunga conservazione, ma rischia di diventare uno spreco se riguarda prodotti freschi destinati a scadere.

È importante osservare sempre il prezzo al chilogrammo o al litro, obbligatoriamente indicato sui cartellini dei punti vendita secondo la normativa europea e italiana sulla trasparenza dei prezzi. Due confezioni apparentemente simili possono avere costi molto diversi.

Ad esempio:

  • Pasta A: confezione da 500 grammi a 1,20 euro = 2,40 euro/kg.
  • Pasta B: confezione da 1 kg a 2,10 euro = 2,10 euro/kg.

A prima vista la seconda sembra più cara, ma in realtà il costo unitario è inferiore.

Anche i programmi fedeltà possono offrire vantaggi, purché non inducano ad acquistare prodotti inutili solo per accumulare punti.

Marche del supermercato e prodotti di stagione: due alleati del portafoglio

Negli ultimi anni la qualità dei prodotti a marchio del distributore è cresciuta notevolmente. In molti casi vengono realizzati negli stessi stabilimenti delle marche più conosciute, pur avendo un prezzo inferiore anche del 20-30%.

Naturalmente è sempre opportuno leggere ingredienti, valori nutrizionali e provenienza, senza scegliere esclusivamente in base al marchio.

Un altro strumento di risparmio è privilegiare frutta e verdura di stagione. Quando un prodotto è disponibile in abbondanza, il prezzo tende a diminuire.

Per esempio, acquistare fragole in pieno inverno può costare anche il doppio rispetto al periodo primaverile. Lo stesso vale per molte altre colture stagionali.

Anche ridurre leggermente il consumo di prodotti già pronti può fare la differenza. Preparare una zuppa o un sugo in casa richiede un po' di tempo, ma spesso costa sensibilmente meno rispetto alle versioni confezionate.

Attenzione agli sprechi: il vero nemico del bilancio familiare

Secondo diverse analisi sul consumo domestico, una parte significativa degli alimenti acquistati finisce ancora nella spazzatura. Ogni prodotto buttato rappresenta denaro perso due volte: quando viene acquistato e quando viene eliminato.

Una corretta organizzazione del frigorifero aiuta a consumare prima gli alimenti più vicini alla scadenza.

È inoltre utile distinguere tra:

  • "Da consumarsi entro", che riguarda la sicurezza alimentare.
  • "Da consumarsi preferibilmente entro", che indica invece il periodo nel quale il prodotto mantiene le caratteristiche ottimali, ma può spesso essere consumato anche successivamente se ben conservato e integro.

Questa differenza, prevista dalla normativa europea sull'etichettatura degli alimenti, consente di evitare molti sprechi inutili.

Dal punto di vista economico, anche congelare il pane avanzato, dividere in porzioni i pasti preparati in eccesso e riutilizzare alcuni ingredienti nelle ricette dei giorni successivi può ridurre sensibilmente la spesa mensile.

Conclusione operativa

Difendersi dall'aumento del costo della spesa non significa rinunciare alla qualità della propria alimentazione. Significa adottare alcune abitudini intelligenti: pianificare gli acquisti, confrontare i prezzi unitari, scegliere quando possibile prodotti di stagione, limitare gli sprechi e approfittare delle offerte solo quando sono realmente convenienti.

Con l'avvicinarsi dell'autunno 2026, periodo nel quale molte famiglie iniziano a riorganizzare il bilancio dopo le vacanze e prima delle spese di fine anno, può essere il momento giusto per verificare quanto si spende realmente ogni mese per l'alimentazione e individuare eventuali margini di risparmio.

Educazione finanziaria in pillole

Un piccolo risparmio costante vale più di un grande risparmio occasionale. Se riesci a ridurre la spesa alimentare di appena 50 euro al mese senza peggiorare la qualità degli acquisti, a fine anno avrai 600 euro in più da destinare al fondo di emergenza, alle spese impreviste o ai tuoi obiettivi futuri.

Hai un dubbio o vuoi raccontare la tua strategia per risparmiare sulla spesa? Scrivilo nei commenti.

giovedì 9 luglio 2026

I super profitti delle banche: cosa c'è davvero dietro e perché riguardano anche i tuoi risparmi

Negli ultimi due anni si è parlato spesso dei "super profitti" delle banche. I bilanci dei principali istituti italiani hanno registrato utili record, mentre molti clienti si sono chiesti perché i mutui siano diventati più costosi e i conti correnti abbiano continuato a rendere poco. Ma cosa significa davvero che una banca realizza profitti eccezionali? E soprattutto, quali conseguenze ci sono per famiglie e imprese?

Capire questo fenomeno è importante perché riguarda direttamente il costo del denaro, i finanziamenti, il rendimento dei risparmi e persino le decisioni economiche delle famiglie.

Perché le banche hanno guadagnato così tanto?

La principale ragione è stata la rapida crescita dei tassi di interesse decisa dalla Banca Centrale Europea per contrastare l'inflazione. Dopo anni di tassi vicini allo zero, tra il 2022 e il 2024 il costo del denaro è aumentato in modo significativo, modificando profondamente i ricavi delle banche.

Il meccanismo è relativamente semplice.

Le banche raccolgono denaro dai clienti attraverso conti correnti e depositi e lo prestano sotto forma di mutui e finanziamenti. Il loro guadagno principale deriva dalla differenza tra gli interessi incassati sui prestiti e quelli riconosciuti ai risparmiatori, il cosiddetto "margine di interesse".

Facciamo un esempio.

Una banca raccoglie 100 milioni di euro pagando ai correntisti uno 0,50% annuo. Successivamente concede mutui e prestiti con un interesse medio del 4%.

  • Interessi pagati ai clienti: 500.000 euro.
  • Interessi incassati dai finanziamenti: 4 milioni di euro.
  • Margine lordo: circa 3,5 milioni di euro.

Quando i tassi aumentano rapidamente, i prestiti diventano quasi subito più redditizi, mentre la remunerazione dei depositi spesso cresce molto più lentamente. È proprio questo squilibrio che ha contribuito agli utili record registrati da numerosi istituti.

Perché molti clienti non hanno beneficiato dell'aumento dei tassi?

Molti risparmiatori si sono accorti che il saldo del proprio conto corrente continuava praticamente a non produrre interessi, nonostante le notizie sui tassi elevati.

Il motivo è semplice: il conto corrente nasce come strumento di pagamento e gestione della liquidità, non come investimento. Le banche non sono obbligate a riconoscere automaticamente un interesse elevato sulle somme depositate.

Chi ha lasciato, ad esempio, 30.000 euro fermi su un conto remunerato allo 0,20% ha ottenuto circa 60 euro lordi di interessi in un anno.

Se la stessa somma fosse stata collocata, dopo un'attenta valutazione del proprio profilo di rischio e delle proprie esigenze di liquidità, in un deposito vincolato al 3%, il rendimento lordo sarebbe stato di circa 900 euro.

Naturalmente ogni soluzione presenta caratteristiche, vincoli e rischi differenti. Per questo motivo è importante confrontare le offerte disponibili e verificare sempre condizioni, durata del vincolo e tutela prevista dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, che protegge i depositi fino a 100.000 euro per depositante e per banca.

Le nuove regole e il dibattito politico

Gli elevati utili bancari hanno alimentato un ampio dibattito politico.

Negli ultimi anni il legislatore è intervenuto più volte sul tema della tassazione degli extraprofitti bancari, con norme successivamente modificate durante l'iter di approvazione. Parallelamente, autorità di vigilanza e associazioni dei consumatori hanno più volte richiamato gli istituti a offrire una maggiore remunerazione della liquidità dei clienti.

Nel frattempo continua anche l'evoluzione normativa europea in materia bancaria, con particolare attenzione alla trasparenza nei confronti della clientela e alla solidità patrimoniale degli istituti.

Dal 2026 proseguono inoltre gli obblighi previsti dalla normativa europea sulla resilienza operativa digitale del settore finanziario, con l'obiettivo di rafforzare la sicurezza informatica e la continuità dei servizi bancari. Per i clienti questo significa banche chiamate a investire sempre di più nella protezione dei dati e nella gestione dei rischi tecnologici.

Cosa può fare concretamente il risparmiatore

Le banche hanno tutto il diritto di realizzare utili, purché nel rispetto delle regole di mercato e della normativa vigente. Tuttavia anche il cliente può adottare comportamenti più consapevoli.

La prima domanda da porsi è semplice: "I miei soldi stanno lavorando oppure sono semplicemente fermi sul conto?"

Non significa inseguire rendimenti elevati o assumere rischi eccessivi. Significa verificare periodicamente se il proprio conto corrente è ancora adatto alle proprie esigenze, confrontare i costi, controllare i tassi riconosciuti sulle giacenze e valutare eventuali alternative coerenti con i propri obiettivi finanziari.

Un altro aspetto spesso trascurato riguarda il mutuo. Chi ha sottoscritto un finanziamento a tasso variabile negli anni passati dovrebbe verificare se oggi esistono le condizioni per una surroga o una rinegoziazione. Anche una riduzione di pochi decimi di punto percentuale può tradursi in un risparmio di diverse migliaia di euro sull'intera durata del prestito.

Educazione finanziaria in pillole

Un conto corrente non dovrebbe essere utilizzato come strumento di investimento. È pensato per gestire incassi, pagamenti e una riserva di liquidità per le spese quotidiane o impreviste.

Prima di lasciare somme importanti ferme per mesi o anni, è utile chiedersi quale parte del patrimonio debba restare immediatamente disponibile e quale, invece, possa essere destinata a strumenti coerenti con il proprio orizzonte temporale e il proprio livello di rischio. Una semplice verifica annuale può aiutare a prendere decisioni più consapevoli senza inseguire mode o promesse di facili guadagni.

In un periodo in cui il settore bancario continua a registrare risultati importanti, essere clienti informati è il modo migliore per tutelare i propri interessi. Conoscere il funzionamento dei tassi, confrontare le condizioni offerte dagli istituti e controllare periodicamente la propria situazione finanziaria sono abitudini che possono fare una grande differenza nel lungo periodo.

Hai un dubbio? Scrivilo nei commenti.

venerdì 26 giugno 2026

Le piccole spese che svuotano il conto: come riconoscerle e risparmiare davvero nel 2026

Ogni mese controlliamo bollette, mutuo o affitto e magari il costo della spesa alimentare. Eppure, spesso non sono le grandi uscite a mettere in difficoltà il bilancio familiare, ma una lunga serie di piccoli pagamenti che passano quasi inosservati.

Abbonamenti dimenticati, commissioni bancarie, servizi digitali duplicati, acquisti impulsivi online: presi singolarmente sembrano cifre trascurabili, ma sommati nell'arco di un anno possono pesare per centinaia o addirittura migliaia di euro.

Imparare a individuare queste "spese invisibili" è uno dei modi più semplici per migliorare la propria situazione finanziaria, senza rinunciare alla qualità della vita.

Le spese ricorrenti: poche decine di euro che fanno la differenza

Negli ultimi anni il numero di pagamenti automatici è aumentato notevolmente. Oggi è normale avere diversi addebiti mensili:

  • piattaforme di streaming;
  • servizi cloud;
  • applicazioni per smartphone;
  • palestre;
  • software in abbonamento;
  • assicurazioni rateizzate;
  • piccoli servizi digitali.

Immaginiamo una famiglia che sostenga queste spese ogni mese:

  • due piattaforme streaming: 26 euro;
  • cloud e archiviazione: 10 euro;
  • app e software vari: 18 euro;
  • palestra poco utilizzata: 35 euro;
  • commissioni bancarie e carte: 11 euro.

Il totale è di 100 euro al mese.

Moltiplicati per dodici mesi significano 1.200 euro all'anno.

Una cifra che potrebbe finanziare una vacanza, contribuire al fondo di emergenza o essere destinata a un progetto importante.

Il problema non è tanto spendere, quanto continuare a pagare servizi che non vengono realmente utilizzati.

Il metodo dei 15 minuti

Un esercizio molto efficace consiste nel dedicare appena un quarto d'ora ogni mese al controllo del proprio estratto conto.

È sufficiente verificare:

  • quali pagamenti si ripetono automaticamente;
  • se tutti gli abbonamenti sono ancora utili;
  • se esistono servizi doppi;
  • se qualche commissione può essere evitata cambiando tipologia di conto o carta.

Molte banche permettono ormai di classificare automaticamente le spese attraverso l'applicazione, rendendo questo controllo molto semplice.

Bastano pochi minuti per accorgersi che si sta pagando un servizio mai utilizzato oppure una prova gratuita trasformata in abbonamento.

Attenzione ai rinnovi automatici

Uno degli aspetti più sottovalutati riguarda il rinnovo automatico dei contratti.

Molti servizi digitali prevedono il rinnovo salvo disdetta. È quindi buona abitudine annotare sul calendario la data di scadenza o impostare un promemoria almeno una settimana prima.

Dal punto di vista normativo, i consumatori continuano a beneficiare delle tutele previste dal Codice del Consumo (D.Lgs. 206/2005), che impone obblighi di trasparenza sulle condizioni contrattuali e sui rinnovi dei servizi acquistati online. Inoltre, per molti contratti conclusi a distanza resta applicabile il diritto di recesso entro 14 giorni, salvo le eccezioni previste dalla legge.

Una semplice verifica periodica può evitare rinnovi indesiderati e spese che si protraggono per mesi.

Trasformare il risparmio in un'abitudine

Risparmiare non significa rinunciare a tutto.

Un approccio più efficace consiste nel fissare un obiettivo concreto.

Supponiamo di riuscire a eliminare soltanto 40 euro di spese inutili ogni mese.

In un anno il risparmio sarà pari a 480 euro.

Se questi soldi vengono accantonati con regolarità su un conto dedicato o destinati a un fondo per le spese impreviste, nel tempo si crea una maggiore tranquillità economica senza modificare radicalmente il proprio stile di vita.

Per questo motivo molti consulenti di educazione finanziaria consigliano di effettuare almeno una revisione delle spese ogni trimestre e una verifica completa del bilancio familiare entro il 30 settembre, così da arrivare agli ultimi mesi dell'anno con un quadro chiaro delle proprie finanze e pianificare meglio le spese natalizie e gli obiettivi dell'anno successivo.

Conclusione operativa

Prima di cercare nuovi modi per guadagnare di più, vale la pena verificare se parte del proprio denaro stia già uscendo inutilmente dal conto corrente.

Una revisione periodica degli addebiti automatici richiede poco tempo, non comporta particolari competenze e può produrre risultati concreti già dal mese successivo.

Educazione finanziaria in pillole

Ogni euro risparmiato in modo stabile vale più di un risparmio occasionale. Se elimini una spesa inutile di 20 euro al mese, non stai risparmiando soltanto 20 euro: stai migliorando il tuo bilancio di 240 euro ogni anno, senza alcuno sforzo aggiuntivo.

Hai un dubbio? Scrivilo nei commenti.

martedì 23 giugno 2026

Fondo di emergenza: quanti soldi servono davvero nel 2026?

Tra inflazione, aumento dei costi energetici e un mercato del lavoro che continua a cambiare rapidamente, una delle domande più importanti per le famiglie italiane nel 2026 è sempre la stessa: quanto denaro bisogna tenere da parte per affrontare gli imprevisti?

Molti pensano che risparmiare significhi semplicemente accumulare soldi sul conto corrente. In realtà, una delle basi dell'educazione finanziaria è la costruzione di un fondo di emergenza, cioè una riserva di liquidità destinata esclusivamente a spese impreviste come una perdita del lavoro, una riparazione urgente dell'auto, una spesa sanitaria o un problema domestico.

Vediamo come calcolarlo in modo semplice e realistico.

Cos'è il fondo di emergenza e perché è così importante

Il fondo di emergenza è una somma di denaro facilmente disponibile, separata dalle spese quotidiane e dagli eventuali investimenti.

La sua funzione non è generare rendimento, ma proteggere la stabilità finanziaria della famiglia.

Pensiamo a un lavoratore dipendente che guadagna 1.800 euro netti al mese. Se improvvisamente deve sostenere una spesa di 2.500 euro per la sostituzione della caldaia, senza risparmi potrebbe essere costretto a richiedere un finanziamento o a utilizzare il credito revolving della carta, con costi spesso elevati.

Disporre di una riserva pronta evita di indebitarsi e permette di affrontare gli imprevisti con maggiore serenità.

Quanto dovrebbe ammontare il fondo nel 2026

La regola più diffusa suggerisce di accantonare da 3 a 6 mesi di spese essenziali.

Attenzione: si parla di spese, non di stipendio.

Se una famiglia sostiene mediamente:

  • 700 euro di affitto o mutuo;
  • 300 euro di bollette e utenze;
  • 500 euro per alimentazione;
  • 300 euro per trasporti e altre spese necessarie;

le uscite essenziali mensili ammontano a circa 1.800 euro.

In questo caso:

  • 3 mesi di sicurezza corrispondono a 5.400 euro;
  • 6 mesi corrispondono a 10.800 euro.

Chi ha un lavoro stabile a tempo indeterminato può orientarsi verso la fascia inferiore. Chi invece è lavoratore autonomo, libero professionista o ha entrate irregolari dovrebbe valutare una copertura più ampia, anche pari a 9-12 mesi di spese.

Naturalmente non è necessario raggiungere subito l'obiettivo. Accantonare 100 o 200 euro al mese in modo costante può portare a risultati importanti nel giro di pochi anni.

Dove tenere il denaro destinato alle emergenze

Uno degli errori più frequenti è investire il fondo di emergenza in strumenti che possono perdere valore nel breve periodo.

Il denaro destinato agli imprevisti dovrebbe essere:

  • facilmente accessibile;
  • protetto dalle oscillazioni dei mercati;
  • disponibile in tempi rapidi.

Per questo motivo molte persone scelgono conti correnti dedicati, conti di risparmio o strumenti a basso rischio e con elevata liquidità.

L'obiettivo non è ottenere il massimo rendimento possibile, ma poter utilizzare il denaro quando serve davvero.

Un esempio pratico: se si verificasse una spesa urgente di 3.000 euro, non sarebbe opportuno dover attendere settimane per recuperare le somme oppure essere costretti a vendere investimenti in perdita.

Le spese che il fondo deve coprire

Spesso si pensa che il fondo di emergenza serva solo in caso di perdita del lavoro. In realtà le situazioni possono essere molte.

Tra le più comuni troviamo:

  • guasti all'auto;
  • spese mediche non previste;
  • riparazioni domestiche urgenti;
  • sostituzione di elettrodomestici essenziali;
  • periodi di riduzione del reddito;
  • ritardi nei pagamenti per lavoratori autonomi.

Secondo i dati delle associazioni dei consumatori, una spesa imprevista di poche migliaia di euro è una delle principali cause di ricorso al credito al consumo da parte delle famiglie italiane.

Avere una riserva dedicata permette invece di affrontare questi eventi senza compromettere il bilancio familiare.

Conclusione operativa

Costruire un fondo di emergenza non è l'aspetto più spettacolare della gestione del denaro, ma è probabilmente uno dei più importanti.

Prima di cercare rendimenti elevati o strategie complesse, è utile verificare se si dispone già di una riserva adeguata agli imprevisti. Calcola le tue spese essenziali mensili, moltiplicale almeno per tre e fissati un obiettivo progressivo.

Educazione finanziaria in pillole

Dal punto di vista finanziario, la sicurezza viene prima del rendimento. Un euro disponibile quando serve vale spesso più di un euro investito che non puoi utilizzare nel momento del bisogno.

Hai già un fondo di emergenza o stai iniziando a costruirlo? Hai un dubbio? Scrivilo nei commenti.

lunedì 22 giugno 2026

Bonifici istantanei: dal 2026 cambia tutto. Cosa devono sapere correntisti e imprese

Per anni il bonifico istantaneo è stato considerato un servizio “premium”: comodo, veloce, ma spesso più costoso del bonifico ordinario. Oggi la situazione sta cambiando rapidamente e milioni di correntisti italiani stanno iniziando ad accorgersene.

Le nuove regole europee sui pagamenti stanno infatti trasformando il modo in cui trasferiamo il denaro. Il risultato è che il bonifico istantaneo sta diventando sempre più uno standard e non più un servizio accessorio.

Si tratta di una novità concreta che riguarda famiglie, lavoratori autonomi, professionisti e piccole imprese. E potrebbe modificare alcune abitudini finanziarie che sembravano consolidate.

Cosa cambia con le nuove regole europee

L'Unione Europea ha approvato il regolamento che punta a rendere i bonifici istantanei accessibili a tutti i cittadini dell'area euro a condizioni economiche comparabili a quelle dei bonifici ordinari.

L'obiettivo è semplice: permettere il trasferimento del denaro in pochi secondi, 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, senza costi aggiuntivi ingiustificati.

In pratica, sempre più banche stanno adeguando le proprie condizioni economiche eliminando o riducendo drasticamente le commissioni applicate ai bonifici istantanei.

Per il consumatore medio significa poter inviare denaro immediatamente senza dover attendere uno o due giorni lavorativi per l'accredito.

Pensiamo a un pagamento urgente per un artigiano, a una caparra per un affitto turistico o alla divisione delle spese di una vacanza tra amici: operazioni che fino a pochi anni fa richiedevano attese o sistemi alternativi di pagamento.

Il vantaggio nascosto per famiglie e professionisti

Molti vedono il bonifico istantaneo soltanto come una questione di velocità. In realtà l'aspetto più interessante riguarda la gestione della liquidità.

Prendiamo il caso di un libero professionista che emette una fattura da 2.000 euro.

Con un bonifico ordinario disposto il venerdì pomeriggio, l'accredito potrebbe arrivare il lunedì o addirittura il martedì successivo.

Con un bonifico istantaneo, invece, il denaro può essere disponibile in pochi secondi.

Per chi gestisce pagamenti frequenti, fornitori, dipendenti o scadenze fiscali, avere disponibilità immediata delle somme può fare una differenza concreta nell'organizzazione finanziaria.

Anche le famiglie possono beneficiare di una maggiore flessibilità. Pensiamo a una spesa medica urgente da 800 euro o a un intervento domestico improvviso: poter trasferire denaro immediatamente tra conti diversi consente una gestione più efficiente delle risorse.

Attenzione alle truffe: la velocità aumenta anche i rischi

Esiste però un rovescio della medaglia.

Quando un bonifico istantaneo viene eseguito, il denaro arriva quasi immediatamente al destinatario. Questo rende più difficile bloccare o recuperare le somme in caso di errore o frode.

Per questo motivo le nuove normative europee hanno introdotto e rafforzato i controlli sulla corrispondenza tra IBAN e beneficiario.

Le banche stanno progressivamente implementando sistemi di verifica che avvisano il cliente quando il nome indicato non coincide con l'intestatario effettivo del conto.

Facciamo un esempio.

Ricevi una mail apparentemente proveniente da un fornitore che comunica un nuovo IBAN per il pagamento di una fattura da 1.500 euro.

Se il nominativo inserito nel bonifico non corrisponde all'effettivo titolare del conto, il sistema potrebbe segnalare l'anomalia prima dell'invio.

Si tratta di una tutela importante in un periodo in cui le frodi digitali continuano a rappresentare uno dei principali rischi per utenti e imprese.

Perché questa novità è più importante di quanto sembri

Negli ultimi vent'anni abbiamo assistito alla digitalizzazione dei pagamenti, ma il trasferimento bancario è rimasto spesso legato ai tempi tradizionali del sistema.

L'estensione dei bonifici istantanei rappresenta invece un cambiamento strutturale.

In prospettiva, potremmo assistere a una riduzione dell'utilizzo di alcuni strumenti di pagamento intermedi, con un maggiore ricorso ai trasferimenti diretti tra conti correnti.

Per le banche, inoltre, la sfida sarà quella di offrire servizi aggiuntivi e maggiore sicurezza in un contesto in cui il semplice trasferimento del denaro tende a diventare una commodity.

Per i clienti, invece, il beneficio principale sarà la disponibilità immediata delle somme senza necessariamente sostenere costi superiori rispetto al passato.

Conclusione operativa

Nei prossimi mesi vale la pena controllare le condizioni del proprio conto corrente e verificare come la banca gestisce i bonifici istantanei.

Molti correntisti continuano infatti a utilizzare il bonifico ordinario per abitudine, senza sapere che potrebbero già avere accesso alla versione istantanea alle stesse condizioni economiche.

Educazione finanziaria in pillole

La velocità di un pagamento non deve mai ridurre l'attenzione. Prima di confermare un bonifico, verifica sempre l'IBAN, il beneficiario e la richiesta ricevuta. Un controllo di trenta secondi può evitare perdite economiche molto più significative.

Hai già utilizzato un bonifico istantaneo? Hai notato differenze nei costi applicati dalla tua banca? Hai un dubbio? Scrivilo nei commenti.

venerdì 19 giugno 2026

Dichiarazione dei redditi 2026: gli errori che possono costarti caro e come evitarli

Ogni anno milioni di contribuenti italiani presentano la dichiarazione dei redditi pensando che sia una semplice formalità. In realtà, una detrazione dimenticata può far perdere centinaia di euro, mentre un dato inserito in modo errato può generare controlli, richieste di chiarimenti o addirittura sanzioni.

Con la campagna dichiarativa 2026 ormai entrata nel vivo, vale la pena capire quali sono gli errori più frequenti e come evitarli. Non si tratta solo di rispettare gli obblighi fiscali, ma anche di non lasciare soldi allo Stato che potrebbero restare legittimamente nelle tasche del contribuente.

Le scadenze da tenere sotto controllo

La prima regola è non arrivare all'ultimo momento. Anche se gran parte dei dati è oggi precaricata nella dichiarazione precompilata, il contribuente rimane responsabile delle informazioni trasmesse.

Per il modello 730 relativo ai redditi dell'anno precedente, la scadenza ordinaria è fissata al 30 settembre 2026, mentre il modello Redditi Persone Fisiche può essere trasmesso entro il 31 ottobre 2026, salvo eventuali proroghe stabilite dal legislatore.

Molti contribuenti attendono gli ultimi giorni e scoprono troppo tardi documenti mancanti o informazioni non corrette. Controllare con anticipo la propria posizione fiscale consente invece di correggere eventuali errori senza fretta.

Un esempio concreto: una famiglia che ha sostenuto 2.000 euro di spese mediche detraibili e dimentica di inserirle potrebbe rinunciare a circa 361 euro di beneficio fiscale, considerando la detrazione del 19% sulla parte eccedente la franchigia prevista dalla normativa.

La dichiarazione precompilata non è sempre perfetta

Negli ultimi anni l'Agenzia delle Entrate ha ampliato notevolmente il numero di dati presenti nella dichiarazione precompilata. Spese sanitarie, interessi del mutuo, premi assicurativi e molte altre informazioni vengono trasmesse automaticamente dagli enti interessati.

Tuttavia, "precompilata" non significa "infallibile".

Possono verificarsi ritardi nelle comunicazioni, errori materiali oppure situazioni particolari che il sistema non è in grado di interpretare correttamente.

Pensiamo a chi ha cambiato lavoro durante l'anno. In presenza di più Certificazioni Uniche, alcuni contribuenti credono erroneamente che il conguaglio sia già stato effettuato dal datore di lavoro. In realtà, potrebbero emergere imposte da versare o crediti da recuperare solo al momento della dichiarazione.

Per questo motivo è fondamentale confrontare i dati presenti nella precompilata con la documentazione effettivamente posseduta.

Le detrazioni che molti dimenticano

Uno degli errori più comuni consiste nel non sfruttare tutte le detrazioni e deduzioni consentite dalla legge.

Tra le spese che più frequentemente vengono trascurate troviamo:

  • spese sportive dei figli minorenni;
  • contributi versati per colf e badanti;
  • contributi previdenziali facoltativi;
  • erogazioni liberali a enti del Terzo Settore;
  • spese universitarie in determinati casi;
  • assegni periodici corrisposti all'ex coniuge quando deducibili.

Immaginiamo una persona che versa 3.000 euro annui a un fondo pensione complementare. Entro il limite previsto dalla normativa, tali somme possono essere dedotte dal reddito imponibile.

Se il contribuente ha un'aliquota marginale del 35%, il risparmio fiscale potenziale può superare i 1.000 euro. Dimenticare di indicare correttamente questi importi significa perdere un vantaggio economico significativo.

Naturalmente ogni situazione deve essere valutata caso per caso e sulla base della documentazione disponibile.

Attenzione ai controlli e alle sanzioni

Molti contribuenti ritengono che piccoli errori non abbiano conseguenze. In realtà i controlli fiscali sono sempre più automatizzati e basati sull'incrocio delle banche dati.

Quando emergono incoerenze, l'Agenzia delle Entrate può inviare comunicazioni per richiedere chiarimenti o documentazione integrativa.

Nel caso di imposte non versate, oltre al tributo possono essere applicati interessi e sanzioni. Fortunatamente esistono strumenti come il ravvedimento operoso, che consentono di regolarizzare spontaneamente alcune violazioni beneficiando di riduzioni delle sanzioni previste.

La conservazione dei documenti resta quindi fondamentale. Ricevute, fatture e attestazioni relative alle spese detraibili dovrebbero essere archiviate con cura per il periodo previsto dalla normativa fiscale.

Anche nell'era digitale, una documentazione ordinata può fare la differenza in caso di verifica.

Conclusione operativa

La dichiarazione dei redditi non dovrebbe essere considerata un semplice adempimento burocratico. È uno strumento che permette di verificare la propria posizione fiscale, recuperare agevolazioni spettanti e prevenire contestazioni future.

Prima di inviare la dichiarazione del 2026, dedica qualche minuto a controllare i dati precaricati, confrontarli con i tuoi documenti e verificare che tutte le spese detraibili e deducibili siano state correttamente inserite.

Educazione finanziaria in pillole

Pagare meno tasse in modo legale non significa trovare scorciatoie, ma conoscere le regole. Conservare i documenti durante l'anno e tenere traccia delle spese detraibili è una delle abitudini finanziarie più semplici e redditizie che un contribuente possa adottare.

Hai un dubbio? Scrivilo nei commenti.

lunedì 8 giugno 2026

TFR e fondi pensione: la scadenza del 30 settembre 2026 che può cambiarti la pensione (in meglio)

Se hai un lavoro da dipendente, conosci il TFR (Trattamento di Fine Rapporto). Ogni mese il tuo datore accantona una somma che riceverai quando smetterai di lavorare. Ma hai mai pensato a dove finisce davvero quel denaro? Dal 1° giugno 2026 è entrata in vigore una piccola ma importante modifica normativa che riguarda proprio la destinazione del TFR. Ignorarla potrebbe costarti decine di migliaia di euro in futuro.

Vediamo che cosa cambia, come funziona e perché entro il 30 settembre 2026 devi prendere una decisione consapevole.

Cosa succede al TFR se non scegli nulla?

Oggi, se non esprimi alcuna scelta, il tuo TFR rimane in azienda (o nel fondo di tesoreria INPS per le aziende con più di 50 dipendenti). Ma dal 2026, grazie alla nuova circolare del Ministero del Lavoro (n. 47 del 15 marzo 2026), le aziende sono obbligate a informarti ogni anno, entro il 31 maggio, della possibilità di trasferire il TFR già maturato e quello futuro verso un fondo pensione negoziale (quello di categoria, es. Cometa per metalmeccanici, Fon.Te per terziario) o aperto.

La vera novità è una scadenza: entro il 30 settembre 2026, se lavori in un’azienda con più di 10 dipendenti e non hai mai dato indicazioni, potrai decidere di destinare l’intero TFR futuro a un fondo pensione. In caso contrario, resterà in azienda, ma perderai l’opportunità di ottenere due vantaggi enormi.

Perché conviene (quasi sempre) spostarlo nel fondo pensione?

Facciamo un esempio concreto. Marco ha 35 anni, stipendio € 30.000 lordi annui, TFR annuo lordo circa € 2.100. Lavora per altri 32 anni.

  • TFR lasciato in azienda: rivalutazione fissa (1,5% annuo + 75% dell’inflazione). Oggi l’inflazione è bassa (ipotizziamo 1,2% nel 2026), quindi rivalutazione intorno al 2,4% lordo. Alla fine, Marco accumulerà circa € 95.000 lordi. Su quella somma pagherà un’aliquota fiscale media del 23% (tassazione separata), netto € 73.000.
  • TFR versato nel fondo pensione di categoria: investito in un comparto bilanciato (rendimento medio storico 3,5-4% netto). Con un 3,8% annuo, accumulo finale € 135.000 lordi. La tassazione scende dal 23% a una media del 15% (più 0,30% di riduzione per ogni anno oltre il 15 di partecipazione, fino al 9%). Per Marco, dopo 32 anni, aliquota intorno al 10%. Netto finale: € 121.500.

Differenza: quasi 50.000 euro in più solo scegliendo dove far confluire il TFR. Senza alcun rischio aggiuntivo (i fondi negoziali sono a basso costo e gestiti con regole prudenziali).

Occhio ai falsi miti: “Perdo la liquidità se cambio lavoro”

Falso. Se cambi lavoro, il TFR versato nel fondo pensione resta tuo. Puoi mantenerlo nel fondo attuale oppure trasferirlo al nuovo fondo di categoria senza costi. Inoltre, in caso di dimissioni, disoccupazione lunga, spese mediche gravi o prima casa per te o i tuoi figli, puoi chiedere un anticipo fino al 75% della posizione. Con il TFR in azienda, invece, l’anticipo è più difficile e soggetto ad accordi individuali.

L’unico vero svantaggio? Se sei a pochissimi anni dalla pensione (meno di 5) e non hai mai versato nulla, potrebbe non convenire aprire un fondo a causa dei costi fissi. Ma per tutti gli altri, i benefici superano i rischi.

Educazione finanziaria in pillole: il potere del costo opportunità

Non decidere è comunque una decisione. Lasciare il TFR in azienda significa accettare un rendimento certo ma basso (legato all’inflazione). Spostarlo in un fondo pensione significa prendersi un piccolo rischio di mercato (i comparti bilanciati possono andare in negativo per 1-2 anni) in cambio di un rendimento potenziale molto più alto e di una tassazione agevolata. Storicamente, su orizzonti lunghi (>10 anni), nessun dipendente ci ha perso.

Consiglio pratico: entro il 30 settembre 2026, chiedi al tuo datore di lavoro o al sindacato di riferimento il modulo “Scelta TFR” (modello previsto dalla legge 252/2005 aggiornato al 2026). Se lavori nel privato, aderisci al fondo pensione negoziale del tuo CCNL. È la scelta più intelligente per chi ha davanti almeno 10-15 anni di carriera.

E tu, hai già deciso dove va il tuo TFR? Hai dubbi su come compilare il modulo o su quale comparto scegliere? Scrivi pure nei commenti, ti rispondo con un esempio personalizzato.

venerdì 5 giugno 2026

Conti deposito sotto scacco: le nuove regole del 2026 che cambiano tutto (e come difenderti)

Se hai un conto deposito, o stavi pensando di aprirne uno, devi sapere che dal 1° gennaio 2026 è entrata in vigore una modifica importante al Testo Unico Bancario. E no, non è una di quelle riforme che passano in sordina. Questa tocca direttamente i tuoi soldi, il rendimento che ti aspetti e persino la possibilità di svincolare il denaro quando vuoi. Vediamo cosa cambia, perché molte banche stanno già modificando i fogli informativi e, soprattutto, come puoi proteggere i tuoi risparmi.

Il cuore della novità: fine dei tassi “a sorpresa”

Fino al 2025, molte banche offrivano conti deposito con un tasso garantito per un certo periodo (es. 4% lordo per 12 mesi), ma si riservavano la facoltà di modificare unilateralmente il tasso in qualsiasi momento, con un preavviso anche di soli 30 giorni. In pratica, potevi svegliarti con una mail che diceva: “Da domani il tuo rendimento scende all’1%”. E non potevi fare nulla, se non svincolare i soldi (spesso pagando una penale).

La nuova normativa (art. 12-bis del D.Lgs. 87/2026) ha messo fine a questa pratica. Da giugno 2026 – il periodo di adeguamento è scaduto il 31 maggio – ogni conto deposito deve indicare in modo chiaro e separato:

·        il tasso base (che la banca può modificare solo con preavviso di almeno 90 giorni, motivato e pubblicato sul proprio sito);

·        l'eventuale premio di fedeltà (extra rendimento che la banca non può toccare finché rispetti le condizioni).

Sembra una vittoria per il risparmiatore? Sì, ma con una fregatura. Perché molte banche, anziché adeguarsi, hanno scelto la strada opposta: hanno eliminato del tutto i conti deposito con tasso variabile “libero” e li hanno sostituiti con prodotti vincolati a 24 o 36 mesi. E qui arriva il secondo cambio epocale.

Lo svincolo non è più automatico

Prima del 2026, quasi tutti i conti deposito liberi permettevano di riprendere i soldi in 24-48 ore, magari perdendo solo gli interessi dell’ultimo trimestre. Oggi, la legge consente alle banche di applicare una penale di svincolo fino al 5% del capitale se chiedi indietro i soldi prima della scadenza naturale del vincolo. E attenzione: la penale può essere applicata anche ai conti definiti “liberi” se la banca dimostra che il tasso promosso era condizionato a un impegno minimo di permanenza di 12 mesi.

Facciamo un esempio concreto. Hai 20.000 € su un conto deposito che paga il 3,5% lordo con vincolo 24 mesi. Dopo 8 mesi ti serve liquidità per un’emergenza. La banca ti restituisce i 20.000 €, ma trattiene il 5% di penale: 1.000 €. Più gli interessi maturati (circa 466 € lordi) vengono decurtati o azzerati. In sostanza, ci rimetti più di quanto hai guadagnato.

Cosa fare allora? Le tre mosse del risparmiatore furbo

Prima mossa: leggi la nuova sezione “penali e svincolo” che tutte le banche hanno dovuto inserire nei contratti dal 1° giugno 2026. Se è scritto in caratteri più piccoli del resto, diffida. Alcuni istituti (in particolare le banche online più trasparenti) hanno già introdotto un “diritto di ripensamento” di 30 giorni senza penali. Sono quelli da preferire.

Seconda mossa: valuta gli ETF monetari come alternativa. Strumenti come C3M (AMUNDI ETF EURO MTS 3-6 MONTHS) o SMART (LYXOR SMART CASH) non hanno vincoli, sono negoziati in Borsa come azioni e rendono attualmente il 3,1% netto (perché i tassi BCE sono al 2,5% e gli ETF monetari seguono l’€STR). Non hai penali di svincolo, solo una commissione di acquisto/vendita (circa 0,10-0,20%). E non devi aspettare 90 giorni per avere il capitale.

Terza mossa: se vuoi restare sui conti deposito, scegli solo quelli con “tasso scalare”. Che significa? Alcune banche (es. Illimity, Cherry Bank) hanno introdotto un meccanismo per cui il tasso cresce ogni 6 mesi: es. 2% primi 6 mesi, 3% successivi, 4% dal 13° mese. E la penale di svincolo è solo sugli interessi, mai sul capitale. È l’unica configurazione che ti tutela in caso di emergenza reale.

E le banche tradizionali?

Le grandi banche fisiche (Intesa, UniCredit, Banco BPM) hanno approfittato della riforma per abbassare i tassi sui conti deposito a cifre simboliche (0,5% lordo) e spingere i clienti verso i loro fondi comuni, dove le commissioni di gestione arrivano al 2% annuo. Il consiglio è chiaro: evitali come la peste per la liquidità a breve termine. Se hai bisogno di parcheggiare soldi per meno di un anno, vai su un ETF monetario o su un conto deposito online con le caratteristiche che ti ho indicato.

Educazione finanziaria in pillole

Questa riforma ci insegna una cosa semplice ma potente: quando il legislatore interviene per “tutelare” il risparmiatore, spesso le banche trovano il modo di girarci intorno, rendendo i prodotti più rigidi e meno convenienti. La vera protezione non arriva dalla legge, ma dalla tua capacità di leggere un contratto, confrontare le penali e sapere che un rendimento più alto è quasi sempre figlio di un vincolo più stretto.

Se vuoi approfondire, nel prossimo post parlerò dei nuovi PIR previdenziali e di come possono sostituire (o affiancare) un fondo pensione. Intanto, hai un conto deposito? Controlla la data dell’ultimo aggiornamento contrattuale. Se è precedente al 1° giugno 2026, scrivi alla banca e chiedi il nuovo documento informativo. È un tuo diritto.

Hai dubbi o vuoi che analizzi il contratto del tuo conto deposito? Scrivimi nei commenti.

lunedì 10 ottobre 2022

Una corretta pianificazione delle spese (la gestione dei soldi) - 2a parte

Scopo della pianificazione finanziaria è di tenere sotto controllo un flusso, che è quello monetario, che ha ovviamente dei momenti di alto e dei momenti di basso.

E’ insito (praticamente naturale e ovvio) nella natura delle cose che non ci sia corrispondenza e coordinazione fra le entrate e le uscite. Così come è altrettanto nella natura delle cose che ci siano degli imprevisti nelle proprie aspettative, sia di entrata che di uscita.

La pianificazione serve anche e, forse, soprattutto per questo motivo.

SCOPO DELLA PIANIFICAZIONE E’ QUINDI TENERE SOTTO CONTROLLO L’IRREGOLARITA’ DELLE ENTRATE E DELLE USCITE. Sia in termini di irregolarità di tempo che di irregolarità di grandezza.

 

SCHEMA DELLA PIANIFICAZIONE

La prima cosa da fare è scegliere il lasso temporale della pianificazione. In genere può essere utile partire dal MESE per poi vedere se non sia meglio adottare un'altra temporizzazione (più corta o più lunga).

OGNI MESE ci saranno delle uscite e OGNI MESE ci dovrebbero essere delle entrate (se così non è, verificare se non sia più opportuno scegliere un’altra temporizzazione). Non è detto che tutti i mesi ci siano delle entrate ma sicuramente per la maggior parte delle persone e/o famiglie, è la temporizzazione più corretta.

Abbiamo detto che abbiamo 2 grandi tipi di entrate. Quelle da reddito/rendita/regali e quelle da prestito. Le ultime sono differenziate perché, prima o poi, devono essere restituite e quindi si trasformeranno in una uscita. Tanto entra e tanto uscirà. Quindi sono di natura diversa.

Il primo tipo di entrata, ha delle fonti diverse. Nella pianificazione dovrebbero essere elencate tutte e nel dettaglio.

Esempio:
entrata da stipendio dipendente
entrata da pensione
entrata da pagamento fattura
entrata da incasso rendita immobile
entrata da incasso rendita finanziaria
entrata da donazione, etc…

Se un lavoratore ha più fonti di guadagno, può essere ottimale anche differenziarle. Un lavoratore autonomo che abbia due attività differenti (ad esempio un elettricista che svolga anche il lavoro di formatore o docente) può segnare in modo differente queste entrate. Lo stesso per un dipendente che abbia anche una entrata da procacciatore d’affari o da venditore.

Le uscite hanno sempre 2 macro-categorie: uscite da spesa e uscite da rimborso. Quest’ultima si applica SOLO alle uscite effettuate per il rimborso di un prestito che nel passato è stato segnato come uscita. In genere nel rimborso di un prestito sono compresi anche dei costi di rimborso. Questi NON DEVONO essere contati in questa voce ma in una voce separata che è tipicamente una uscita da spesa. Questa potrebbe, per esempio, chiamarsi spesa rimborso finanziamenti.

Le uscite da spesa sono a loro volta classificabili secondo un criterio di frequenza e stabilità di importo. Ci sono infatti delle spese ricorrenti (che si presentano SEMPRE) e che sono definite, in una maggiore o minore misura, prima ancora che si verifichino in un modo abbastanza esatto o comunque prevedibile. Ci sono altre spese che sono si ricorrenti ma non è detto che si presentino.

Poi ci sono spese che accadranno solo se chi decide (individuo o famiglia) la pianificazione vorrà che accadono. Ed infine vi sono le spese che sappiamo avverranno nel futuro ma non sappiamo quanto. E che quindi andiamo a preparare un fondo per quando accadrà. I conferimenti ad un fondo spesa, si chiamano accantonamenti e vengono segnate come spese nel mese in cui vengono fatti.

Schematicamente avremo, quindi.

SPESE FISSE RIPETITIVE (bollette, utenze, affitti o mutui, spese rimborso finanziamenti, assicurazioni, tasse fisse, etc.) – queste spese si sa che esistono e si può definire in anticipo quale importo abbiano. Non è detto che tutti gli individui / famiglia abbiano lo stesso elenco di spese (esempio se una famiglia ha casa di proprietà senza mutuo non pagherà né affitto né rata mutuo ma pagherà delle tasse annuali che sono sempre spese fisse ripetitive). Non è detto che tutte le spese fisse ripetitive siano a esatta scadenza mensile. L’esempio più classico è la copertura assicurativa delle auto o il bollo auto. Si paga semestralmente o annualmente. Ciononostante è logico che una tassa che paghi una volta l’anno serva a coprire i 12 mesi. Quindi se pago un rata assicurativa di 600 euro l’anno, è logico che se la ripartisco in 12 mesi, avrò una quota di spesa assicurativa di 50 euro l’anno. Perché non è CORRETTO imputare in un mese all’anno 600 euro di spesa mentre negli altri mesi zero.

Nei mesi in cui non conteggio i 50 euro spenderò per altre cose 50 euro che non dovrei avere (perché destinati a pagare l’assicurazione) e nel mese in cui materialmente pago i 600 euro dell’assicurazione sarò nei guai perché probabilmente dovrò tagliare di colpo altre spese e rimandarle al futuro. Qualche volta creando dei problemi.

La pianificazione serve proprio a REGOLARIZZARE queste difformità fra la gestione mensile (o altra durata temporale) e il reale avvicendarsi di entrate e uscite.

Come si procede? Si prendono quindi tutte le uscite fisse sicure che si hanno in un anno e se le si paga una volta, le si divide per 12. Se le si paga ogni 6 mesi, si somma l’importo (6 mesi + 6 mesi) e si divide per 12. E così via.

CONTINUA....

GRAZIE PER L'ATTENZIONE

venerdì 7 ottobre 2022

Una corretta pianificazione delle spese (la gestione dei soldi) - 1a parte

Nella nostra quasi ventennale esperienza in materia di finanziamenti, abbiamo avuto modo di incontrare, parlare e conoscere centinaia e centinaia di clienti.

Se contiamo anche solo gli incontri puramente conoscitivi che non hanno portato ad una consulenza approfondita, parliamo di migliaia di incontri.

Questa ampia esperienza, ci ha portato a trovare dei fattori comuni nelle persone riguardo la gestione dei soldi. Tema così vasto da non poter essere affrontato e risolto in un solo post.

In primo luogo è indubbio che essendo i soldi il lubrificante e il carburante del nostro modo di vivere (non è un errore, è stato volutamente scritto così!), essi abbiano assunto un'importanza stratosferica rispetto al passato.

Non che stiamo affermando che ci siano stati nei tempi andati, periodi in cui il denaro non contasse. Ha sempre contato tanto. Ma in questi ultimi anni ci sono dei fattori che hanno portato la GESTIONE DEI SOLDI ad un livello di importanza che prima non avevano.

Per gestione dei soldi non intendiamo solo quanti soldi una persona (o una famiglia) guadagna.
Intendiamo proprio le conoscenze, gli strumenti e le azioni che ogni individuo deve conoscere per semplicemente far funzionare le cose. Perchè il mondo cambia e lo fa ad una velocità tale per cui è veramente difficile tenersi al passo.

E così capita che anche chi guadagna bene e ha un reddito sufficiente, si trova alle prese con problemi di soldi, di spesa, di come gestire il proprio denaro.

Facciamo quindi un piccolo passo indietro e vediamo di partire dai fondamenti.

ENTRATE - USCITE
I soldi sono una entità numerica. Sono rappresentati da una valuta (in Italia e al momento, l'Euro) e sono lo strumento principe che si usa per gli scambi economici. Invece di usare altro, si usano i soldi come merce di scambio.
I soldi vanno difesi, vanno protetti e conservati. I soldi vanno stoccati (conservati) in luoghi e forme idonee.

Quando dei soldi entrano nella nostra disponibilità (significa che diventano nostri e ne possiamo disporre a volontà) questa si chiama ENTRATA.
Quando dei soldi escono dalla nostra disponibilità (significa che non sono più nostri) questa si chiama USCITA,

I motivi per cui si ha una entrata e i motivi per cui si ha una uscita sono i più vari. Ma questo è un altro discorso.
Possiamo solo dire che le ENTRATE sono di due tipi principali e le USCITE sono di due tipi principali. Avremo
E1. Entrate da guadagno/regalo.
E2. Entrate da prestito.

U1. Uscita da spesa.
U2. Uscita da rimborso prestito.

PIANIFICAZIONE FINANZIARIA
La pianificazione finanziaria altro non è che un controllo e previsione di come le entrate e le uscite di qualcuno (o di una famiglia o di una azienda) si manifestano. In particolare con il riferimento ad un periodo di tempo che si ripete. Questo periodo di tempo può essere il giorno, la settimana, il mese oppure l'anno. Oppure periodi anche diversi ma sempre e comunque di durata costante.

Le famiglie in genere usano il mese come criterio di riferimento per le entrate e le uscite. E' un buon criterio ma non è detto che per tutti e sempre sia il migliore.

Usare il mese come criterio di tempo vuol dire che si paragonano le entrate di un particolare mese con le uscite di quel mese. Ma significa anche che si paragonano le entrate di quel mese con le entrate dei precedenti mesi. E si paragonano le uscite di quel mese con le uscite dei precedenti mesi.
Non solo. Sarebbe ottimale anche dare uno sguardo a come sono le entrate del mese che si sta considerando con lo stesso mese degli anni precedenti. E dare uno sguardo alle uscite di quel mese con le uscite di quel tipo di mese degli anni precedenti.

In genere le entrate dovrebbero essere MAGGIORI delle uscite. 
Questa legge si chiama la legge della solvibilità perchè garantisce che la persona (o famiglia) possa sopravvivere a lungo e bene.
Questo non impedisce che ci possano essere dei periodi di tempo in cui le uscite sono maggiori delle entrate. E' logico che occorre che i mesi in cui le uscite sono più delle entrate siano pochi e che il disavanzo (il disavanzo è quando le uscite sono maggiori delle entrate) sia comunque contenuto.

Quando le uscite sono maggiori delle entrate, è possibile continuare come nulla fosse solo in presenza di RISERVE. Ovvero di precedenti avanzi (un avanzo è quando le entrate sono maggiori delle uscite) di qualche periodo del passato.

Se non ci sono riserve, non è possibile avere nessun mese in cui cui le uscite sono superiori alle entrate.

Quando questo accade ci sono delle soluzioni. Che elenchiamo:
1. Si aumentano le entrate.
2. Si diminuiscono le uscite.
3. Una combinazione delle due soluzioni precedenti.

Come abbiamo visto le entrate non sono solo guadagni ma esistono anche le entrate da finanziamenti.
Ciononostante lo schema di cui sopra è comunque valido.

CONTINUA.....
Grazie per l'attenzione.

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