Quando una banca pubblicizza un conto corrente a zero euro al mese, la domanda è spontanea: se il cliente non paga il canone, come fa la banca a guadagnare?
La risposta è più interessante di quanto sembri. Un conto corrente, infatti, non è necessariamente un prodotto con cui la banca guadagna direttamente dal canone. Il valore per l’istituto può derivare dall’insieme dei servizi utilizzati dal cliente e, soprattutto, dal fatto che il conto rappresenta il punto di partenza di un rapporto bancario più ampio.
E i numeri mostrano che il conto “gratuito” non è affatto un’eccezione. Secondo l’ultima indagine della Banca d’Italia, pubblicata nel dicembre 2025 e relativa alle spese sostenute dalle famiglie nel 2024, la spesa media annua è stata di 30,6 euro per i conti online, contro 101,1 euro per quelli bancari tradizionali. Considerando insieme conti tradizionali, online e postali, la media ponderata è stata di 85,3 euro.
Il conto gratuito non significa necessariamente “banca senza guadagni”
La prima cosa da capire è che il canone del conto è soltanto una delle possibili fonti di ricavo.
Un cliente può avere un conto senza canone e contemporaneamente utilizzare una carta di pagamento, effettuare bonifici, prelevare contante, accreditare lo stipendio, richiedere un prestito, un mutuo o altri servizi.
Inoltre, quando una persona sceglie una banca, tende spesso a rimanere con quella banca per molti anni. Il conto corrente diventa quindi una sorta di “porta d'ingresso” a una relazione commerciale più ampia.
È un po' come entrare in un supermercato per un prodotto gratuito o molto economico: il valore dell'operazione non si misura necessariamente dal prezzo di quel singolo prodotto, ma dall'intero rapporto con il cliente.
Questa è, a mio avviso, una delle ragioni per cui negli ultimi anni si sono moltiplicate le offerte di conti a costo molto basso, soprattutto online.
Dove possono essere i costi che non vediamo?
Dire “conto gratuito” non significa necessariamente che tutti i servizi collegati siano gratuiti.
La Banca d'Italia distingue, per esempio, tra costi fissi e costi variabili. I primi possono comprendere il canone e alcune spese legate alla gestione; i secondi dipendono invece dal numero e dal tipo di operazioni effettuate.
Immaginiamo due clienti.
Mario utilizza il conto quasi esclusivamente online, riceve lo stipendio, utilizza la carta e fa pochi bonifici.
Luigi, invece, effettua numerosi prelievi, operazioni allo sportello e altri servizi a pagamento.
Anche se entrambi hanno un conto pubblicizzato come “a zero euro”, il costo effettivo annuale potrebbe essere molto diverso.
Ed è proprio questo il punto spesso sottovalutato: non bisogna chiedersi soltanto quanto costa il conto, ma quanto costa il conto per il modo in cui lo utilizziamo.
Il documento da controllare prima di aprire un conto
Esiste uno strumento molto semplice che permette di evitare molte sorprese: il Documento informativo sulle spese.
Si tratta di un documento standardizzato a livello europeo che riporta le principali spese del conto e l'Indicatore dei costi complessivi (ICC), permettendo di confrontare più facilmente offerte differenti.
Facciamo un esempio.
Supponiamo che un conto abbia:
- canone annuo: 0 euro;
- carta di debito: gratuita;
- bonifico online: gratuito;
- bonifico allo sportello: 3 euro;
- prelievo presso altri istituti: 2 euro;
- altri servizi con commissioni variabili.
Per una persona che fa tutto online potrebbe essere effettivamente un conto quasi gratuito.
Per una persona che effettua 20 prelievi presso altri istituti e 10 operazioni allo sportello, invece, il risultato potrebbe essere completamente diverso.
Ecco perché confrontare soltanto la scritta “zero euro di canone” può essere fuorviante.
C'è poi un altro elemento da ricordare: l'eventuale imposta di bollo, che non rappresenta un guadagno della banca ma un'imposta prevista dalla normativa fiscale. Per i conti correnti delle persone fisiche, la soglia ordinaria di giacenza media di 5.000 euro è rilevante ai fini dell'applicazione dell'imposta.
La mia teoria: il vero prodotto non è il conto, ma il cliente
Qui arriviamo alla parte più interessante.
A mio avviso, la diffusione dei conti quasi gratuiti può essere letta attraverso una semplice teoria: la banca non vende soltanto un conto corrente; cerca di costruire una relazione finanziaria duratura con il cliente.
Una persona che accredita lo stipendio su un conto è un cliente potenzialmente interessato, nel corso degli anni, a una carta di credito, un finanziamento, un mutuo, un'assicurazione o altri servizi.
Questo non significa che ogni conto gratuito nasconda necessariamente costi o che la banca stia “guadagnando alle spalle” del cliente. Significa semplicemente che bisogna guardare al modello economico complessivo.
E i dati della Banca d'Italia sembrano confermare che la digitalizzazione sta modificando profondamente questo mercato: nel 2024 i conti online hanno avuto una spesa media di 30,6 euro, molto inferiore ai 101,1 euro dei conti bancari tradizionali.
La conclusione: il conto migliore è quello adatto al tuo utilizzo
Non esiste necessariamente un conto “migliore” per tutti.
Prima di scegliere, conviene prendere gli ultimi estratti conto e chiedersi: quante operazioni faccio? Dove prelevo? Uso lo sportello? Quanti bonifici faccio? Pago un canone? Quanto spendo complessivamente in un anno?
Poi si può confrontare questo costo reale con l'ICC e con le condizioni di altre banche.
La regola più semplice è questa: non guardare soltanto il prezzo pubblicizzato. Guarda quanto ti costa davvero il conto in un anno.
E se una banca ti offre un conto a zero euro, la domanda non dovrebbe essere necessariamente “dove sta la fregatura?”, ma una domanda molto più utile: “Qual è il modello economico che rende possibile questa offerta e quanto costa a me, concretamente, utilizzare tutti i servizi di cui ho bisogno?”
Hai mai scoperto di pagare per un conto più di quanto pensassi? Scrivilo nei commenti: la tua esperienza può essere utile anche ad altri lettori.


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