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giovedì 8 ottobre 2026

Stipendi fermi: perché in Italia lavorare rende sempre meno?

Per molti italiani c’è una sensazione difficile da ignorare: lo stipendio arriva ogni mese, ma sembra comprare sempre meno.

Non è soltanto una percezione. Negli ultimi decenni l’Italia ha avuto una crescita molto debole delle retribuzioni reali e, soprattutto dopo l’impennata dell’inflazione del 2022, il recupero del potere d’acquisto è stato molto lento.

Secondo l’OCSE, all’inizio del 2025 i salari reali italiani erano ancora del 7,5% inferiori rispetto all’inizio del 2021, prima della grande ondata inflazionistica. L’OCSE ha inoltre evidenziato che l’Italia è stata tra le economie avanzate maggiormente colpite dalla perdita di potere d’acquisto.

Ma perché succede?

Il problema non è soltanto l’inflazione

Immaginiamo un lavoratore che nel 2000 guadagnava 1.200 euro al mese e oggi guadagna 1.700 euro.

A prima vista sembrerebbe un buon aumento: circa il 42%.

Ma se nel frattempo il costo dei beni e dei servizi è aumentato in misura comparabile o superiore, quei 1.700 euro non rappresentano necessariamente una situazione migliore.

Questo è il punto fondamentale: bisogna distinguere tra salario nominale e salario reale.

Il primo è quello scritto sulla busta paga. Il secondo misura ciò che quello stipendio permette realmente di acquistare.

L'inflazione, quindi, non deve necessariamente far diminuire lo stipendio nominale per impoverire una famiglia. È sufficiente che i prezzi aumentino più velocemente dei redditi.

Ed è esattamente ciò che è accaduto negli ultimi anni.

L’OCSE rileva che nel 2025 i salari nominali stabiliti dai contratti collettivi sono cresciuti del 3,1%, ma i salari contrattuali reali erano ancora l’8,8% sotto il livello di gennaio 2021.

In altre parole: gli stipendi stanno aumentando, ma non abbastanza velocemente da recuperare completamente quello che è stato perso.

Il secondo problema: la produttività cresce troppo poco

Qui arriviamo probabilmente alla questione più importante.

Un’economia può aumentare stabilmente gli stipendi se aumenta anche la quantità di valore che ogni lavoratore riesce a produrre.

Se un'azienda investe in tecnologia, organizzazione, formazione e macchinari e un lavoratore riesce a produrre il doppio nello stesso tempo, esiste maggiore spazio economico per aumentare i salari.

Il problema italiano è che questa dinamica è stata per molto tempo debole.

La mia interpretazione è quindi questa: l’Italia ha costruito per decenni un equilibrio basato più sul contenimento dei costi che sulla crescita della produttività.

Molte piccole imprese hanno margini ridotti, investono poco in tecnologia e hanno difficoltà a crescere dimensionalmente. Dall'altra parte, il lavoratore ha spesso poca capacità contrattuale individuale e dipende dal rinnovo del proprio contratto collettivo.

Il risultato può essere un circolo vizioso:

bassa produttività → bassi margini → bassi aumenti salariali → poco consumo e poco investimento → crescita economica debole → nuova bassa produttività.

Non significa che gli imprenditori siano necessariamente responsabili o che aumentare gli stipendi per decreto risolva il problema. Significa che salari e produttività devono crescere insieme, altrimenti prima o poi il sistema entra in difficoltà.

Un altro problema: gli stipendi possono rimanere indietro per anni

C'è poi un meccanismo spesso sottovalutato: il ritardo nel rinnovo dei contratti collettivi.

A giugno 2026 l'ISTAT rilevava ancora 25 contratti collettivi in attesa di rinnovo, riguardanti circa 3,9 milioni di dipendenti. La situazione era comunque migliorata rispetto ai mesi precedenti.

Nel primo semestre 2026 le retribuzioni contrattuali sono cresciute mediamente del 2,6% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. È un aumento importante, ma non significa automaticamente recuperare tutto il potere d'acquisto perduto.

Ed è qui che emerge un paradosso.

Se i prezzi aumentano oggi e lo stipendio viene adeguato molto tempo dopo, il lavoratore subisce immediatamente l'aumento del costo della vita, mentre il recupero salariale arriva eventualmente più tardi.

In periodi di inflazione elevata questo meccanismo può diventare particolarmente pesante.

E allora cosa si dovrebbe fare?

A mio avviso, la soluzione non può essere semplicemente "aumentiamo gli stipendi".

Un aumento generalizzato deciso senza aumentare la produttività potrebbe infatti trasformarsi, almeno in parte, in maggiori costi per le imprese e successivamente in prezzi più elevati.

Servirebbe invece una strategia su più livelli.

Primo: ridurre il costo del lavoro senza ridurre lo stipendio netto. Se un'azienda spende 2.500 euro per un lavoratore che ne riceve 1.600 netti, c'è spazio per intervenire sul cuneo fiscale e contributivo.

Secondo: investire realmente nella produttività. Digitalizzazione, formazione, infrastrutture, ricerca, energia competitiva e imprese più grandi possono consentire di creare maggiore valore per ora lavorata.

Terzo: rinnovare più rapidamente i contratti collettivi, evitando che l'inflazione accumulata venga recuperata con anni di ritardo.

Quarto: collegare una parte della crescita della produttività alla retribuzione. Se un'impresa aumenta significativamente il valore prodotto per dipendente, una quota di quella crescita dovrebbe poter arrivare anche ai lavoratori.

La mia teoria, in sintesi, è che il problema italiano non sia semplicemente quello di avere "stipendi troppo bassi". È soprattutto quello di avere un'economia che da troppo tempo cresce troppo poco per permettere a salari, pensioni e redditi familiari di crescere stabilmente in termini reali.

E questo spiega anche perché aumentare occasionalmente bonus, detrazioni o trasferimenti possa aiutare una famiglia, ma non risolvere il problema alla radice.

La conclusione operativa

Per capire se stiamo davvero diventando più ricchi, non guardiamo soltanto quanto aumenta la nostra busta paga.

Guardiamo tre numeri:

quanto aumenta lo stipendio, quanto aumentano i prezzi e quanto aumenta la produttività.

Se guadagniamo il 3% in più ma il costo della vita aumenta del 5%, siamo più ricchi solo sulla carta.

Se invece salari e produttività crescono stabilmente più dell'inflazione, allora aumenta davvero il potere d'acquisto.

È questa, probabilmente, la vera sfida dell'economia italiana dei prossimi anni: non semplicemente creare più posti di lavoro, ma creare lavori capaci di produrre più valore e quindi di pagare meglio chi li svolge.

E tu cosa ne pensi? Gli stipendi italiani sono bassi soprattutto per colpa delle tasse, della produttività, delle imprese o delle politiche economiche? Scrivilo nei commenti.

mercoledì 23 settembre 2026

Inflazione: il nemico invisibile che può svuotare i tuoi risparmi

Quando sentiamo parlare di inflazione, pensiamo spesso a qualcosa che riguarda lo Stato, la Banca Centrale Europea, i prezzi della benzina o le decisioni dei governi.

In realtà l'inflazione riguarda molto direttamente il nostro portafoglio.

E c'è un aspetto ancora più importante: non serve che il nostro conto corrente diminuisca di un solo euro perché stiamo perdendo denaro. È sufficiente che il potere d'acquisto di quei soldi diminuisca.

Ad agosto 2026, in Italia, l'indice nazionale dei prezzi al consumo è aumentato del 3,3% rispetto ad agosto 2025, dopo il +2,9% registrato a luglio. L'aumento è stato particolarmente influenzato dai prezzi dell'energia.

Questo significa che oggi l'inflazione non è affatto un argomento puramente teorico.

Se i prezzi aumentano, i tuoi 10.000 euro valgono meno

Immaginiamo di avere 10.000 euro sul conto corrente e di non ricevere alcun interesse.

Se l'inflazione fosse del 3,3% per un anno, dopo dodici mesi avremmo ancora esattamente 10.000 euro sul conto.

Ma quei 10.000 euro potrebbero acquistare beni e servizi che un anno prima costavano circa 10.320 euro.

In altre parole, non abbiamo perso 320 euro materialmente dal conto: abbiamo perso circa 320 euro di potere d'acquisto.

È questa la parte dell'inflazione che spesso viene sottovalutata.

La Banca d'Italia spiega proprio che l'inflazione riduce il valore reale dei risparmi: con la stessa quantità di denaro si può acquistare progressivamente una quantità minore di beni e servizi.

E attenzione: il 3,3% è un dato medio. La tua inflazione personale può essere molto diversa.

Una famiglia che spende molto per energia e trasporti potrebbe subire aumenti maggiori; una persona che spende soprattutto per servizi che aumentano meno potrebbe avvertire un impatto inferiore.

Il vero problema non è l'inflazione di un anno, ma quella accumulata

Qui arriviamo a un concetto fondamentale di educazione finanziaria.

Un'inflazione moderata può sembrare quasi innocua quando la osserviamo mese per mese. Il problema emerge quando la lasciamo lavorare per molti anni.

Facciamo un esempio semplice.

Supponiamo che un bene oggi costi 10.000 euro e che i prezzi aumentino mediamente del 2% all'anno.

Dopo dieci anni quel bene costerebbe circa 12.190 euro.

Se invece l'inflazione media fosse del 3%, arriverebbe a circa 13.440 euro.

Ecco perché confrontare semplicemente "quanto ho sul conto" e "quanto avevo dieci anni fa" può essere fuorviante.

La domanda corretta è:

Quanto posso comprare oggi con i miei risparmi rispetto a quanto potevo comprare ieri?

Non è un caso che la Banca Centrale Europea abbia come obiettivo un'inflazione del 2% nel medio periodo. L'obiettivo non significa che i prezzi debbano necessariamente aumentare del 2% ogni anno, ma rappresenta il riferimento della politica monetaria europea per la stabilità dei prezzi.

Perché lasciare tutti i soldi fermi può diventare un problema

Il conto corrente ha una funzione importantissima: permette di gestire le spese quotidiane, ricevere lo stipendio, pagare bollette e mantenere una riserva immediatamente disponibile.

Il problema nasce quando lo utilizziamo come unico luogo dove conservare per molti anni tutto il nostro patrimonio.

La stessa Banca d'Italia, nella sua guida per i cittadini, chiarisce che i risparmi lasciati sul conto corrente non sono automaticamente protetti dall'inflazione. Se il denaro non produce un rendimento sufficiente a compensare la perdita di potere d'acquisto, il suo valore reale diminuisce.

Questo non significa che bisogna investire tutto.

Anzi, sarebbe un errore.

Una parte del denaro deve normalmente rimanere disponibile per le emergenze e per le necessità a breve termine. Ma per somme destinate a rimanere inutilizzate per molti anni, può essere ragionevole porsi il problema della perdita di potere d'acquisto e valutare, con consapevolezza del rischio, le diverse possibilità di gestione del risparmio.

Il principio fondamentale è distinguere tra liquidità e risparmio di lungo periodo.

Sono due esigenze differenti e non necessariamente devono essere gestite nello stesso modo.

Una teoria semplice: l'inflazione premia chi pensa in termini reali

A mio avviso, uno degli errori più comuni nella gestione del denaro è ragionare esclusivamente in termini nominali.

"Ho 50.000 euro" sembra una risposta completa.

In realtà non lo è.

Bisognerebbe aggiungere: "50.000 euro di oggi o di dieci anni fa?"

Se nel frattempo i prezzi sono aumentati sensibilmente, la cifra nominale è rimasta uguale ma ciò che possiamo acquistare con quella cifra è cambiato.

Questo vale anche per lo stipendio.

Se il reddito di una persona passa da 2.000 a 2.100 euro al mese, apparentemente è aumentato del 5%. Ma se nello stesso periodo i prezzi sono aumentati del 7%, il suo potere d'acquisto reale è diminuito.

La Banca d'Italia sottolinea proprio questa differenza tra valori nominali e valori reali.

La mia considerazione, quindi, è questa: l'inflazione non dovrebbe essere vista soltanto come un problema economico nazionale, ma come una variabile da inserire nel proprio bilancio familiare.

Ogni volta che decidiamo di accantonare 100, 500 o 1.000 euro, dovremmo chiederci non soltanto "quanto varranno nominalmente?", ma anche "quanto potranno comprare tra cinque, dieci o vent'anni?".

In conclusione: cosa fare concretamente?

Non esiste una soluzione universale e non esiste uno strumento finanziario privo di rischi capace di garantire automaticamente la conservazione del potere d'acquisto.

La prima soluzione, però, è molto più semplice: conoscere il problema.

Controlla periodicamente quanto spendi, quanto riesci a risparmiare e quanta parte dei tuoi risparmi rimane completamente ferma per lunghi periodi.

E quando senti parlare di inflazione, non pensare soltanto alla BCE o all'economia dello Stato.

Pensa al tuo prossimo carrello della spesa.

Perché l'inflazione, alla fine, non vive nei telegiornali: vive nella differenza tra ciò che potevi comprare ieri e ciò che puoi comprare oggi con gli stessi soldi.

Hai mai calcolato quanto potere d'acquisto hanno perso i tuoi risparmi negli ultimi 5 o 10 anni? Scrivilo nei commenti.

venerdì 11 settembre 2026

Caro prezzi: come difendere davvero il bilancio familiare

Quando aumentano benzina, luce, alimentari e servizi, la reazione più comune è cercare di spendere meno. Ma c'è un problema: non tutte le spese possono essere tagliate e non tutti i risparmi hanno lo stesso valore.

A settembre 2026 il tema è tornato particolarmente importante. Secondo le stime Istat, ad agosto l'inflazione italiana è salita al 3,3% su base annua, dal 2,9% di luglio. A spingere soprattutto verso l'alto sono stati i beni energetici, mentre il cosiddetto "carrello della spesa" è aumentato dell'1%.

Questo significa che una famiglia che spendeva 2.000 euro al mese non deve necessariamente affrontare 66 euro di aumenti su ogni voce: l'inflazione è una media e colpisce le diverse famiglie in modo molto diverso.

Ed è proprio qui che nasce la mia teoria: per difendersi dal caro prezzi non bisogna semplicemente spendere meno, ma spendere meglio.

Energia: il risparmio più efficace è quello che si ripete ogni mese

La bolletta energetica è una delle prime voci da controllare perché una riduzione anche relativamente piccola può produrre un effetto permanente.

Facciamo un esempio. Una famiglia spende mediamente 120 euro al mese di elettricità. Se, attraverso una combinazione di contratto più conveniente e riduzione degli sprechi, riuscisse a diminuire la spesa del 15%, risparmierebbe circa 18 euro al mese, cioè 216 euro all'anno.

Il punto importante è che non serve necessariamente consumare il 15% in meno: bisogna distinguere tra prezzo dell'energia e quantità consumata.

Conviene quindi controllare periodicamente la propria offerta e confrontare il costo effettivo, non soltanto il prezzo pubblicizzato per kWh.

Per i clienti vulnerabili che si trovano nel servizio di maggior tutela, le condizioni economiche sono aggiornate dall'ARERA. Per esempio, per il secondo trimestre 2026 l'Autorità aveva disposto un aumento dell'8,1% per l'elettricità in maggior tutela.

ARERA pubblica inoltre aggiornamenti della stima della spesa annua e le relative informazioni di confrontabilità: per agosto 2026 l'aggiornamento risultava pubblicato il 24 agosto.

Regola pratica: una bolletta non va archiviata dopo il pagamento. Va utilizzata come documento per capire dove stanno andando i soldi.

Benzina: pochi centesimi possono diventare centinaia di euro

Il carburante è un'altra voce sulla quale spesso sottovalutiamo l'effetto cumulativo.

Al 9 settembre 2026 il prezzo medio nazionale self-service risultava di circa 2,067 euro al litro per la benzina e 2,177 euro per il gasolio.

Immaginiamo un'automobile che percorra 15.000 chilometri all'anno, con un consumo medio di 6 litri ogni 100 chilometri.

Il consumo annuo sarebbe di circa 900 litri.

Una differenza di appena 10 centesimi al litro significa:

900 × 0,10 = 90 euro all'anno.

Ma attenzione: cercare sempre il distributore più economico non deve diventare un'ossessione. Se per risparmiare 5 euro percorri 20 chilometri in più, potresti semplicemente spostare il costo dal distributore all'automobile.

Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy mette a disposizione l'Osservaprezzi carburanti, che consente di confrontare i prezzi praticati dagli impianti. Il servizio nasce anche dagli obblighi di comunicazione previsti dalla normativa sulla trasparenza dei prezzi dei carburanti.

La strategia migliore, quindi, non è inseguire ogni variazione di prezzo, ma individuare 2-3 distributori convenienti lungo i percorsi che facciamo normalmente.

La spesa alimentare: attenzione alla "falsa convenienza"

Sul supermercato si può intervenire molto, ma bisogna evitare un errore frequente: confondere il prezzo più basso con il vero risparmio.

Un prodotto da 1,99 euro non è necessariamente più conveniente di uno da 2,49 euro. Bisogna confrontare il prezzo al chilogrammo o al litro.

Supponiamo che:

  • confezione A: 1,99 euro per 400 grammi;
  • confezione B: 2,49 euro per 600 grammi.

La prima costa 4,98 euro al kg.

La seconda costa 4,15 euro al kg.

Quindi il prodotto apparentemente più costoso è in realtà più conveniente.

Un'altra strategia è ridurre gli acquisti impulsivi. Se una famiglia riesce a evitare appena 5 euro di acquisti inutili alla settimana, il risultato annuale supera 260 euro.

Non sembra molto.

Ma sommando 260 euro di alimentari, 200 euro di energia, 90 euro di carburante e altri 150 euro di abbonamenti e servizi inutilizzati, siamo già oltre 700 euro all'anno.

Ed è qui che il risparmio diventa interessante.

Il grande nemico nascosto: gli abbonamenti

Streaming, musica, cloud, palestre, applicazioni, servizi digitali, assicurazioni accessorie e programmi fedeltà possono creare una spesa quasi invisibile.

Cinque abbonamenti da 9,99 euro al mese significano circa 600 euro all'anno.

Il problema è che spesso non vengono percepiti come una spesa di 600 euro: vengono percepiti come cinque piccoli pagamenti.

Per questo consiglio un semplice "audit familiare" ogni sei mesi.

Prendete gli estratti conto degli ultimi 3-6 mesi e segnate tutte le spese ricorrenti. Poi dividetele in tre categorie:

necessarie, utili, eliminabili.

Un servizio da 8 euro al mese che non utilizziamo non costa "solo 8 euro": costa 96 euro all'anno.

E se ne abbiamo cinque, diventano 480 euro.

Educazione finanziaria in pillole

La regola più importante contro il caro prezzi è questa:

non cercare di risparmiare su tutto; cerca di risparmiare sulle spese che si ripetono.

Tagliare una spesa occasionale da 20 euro produce un beneficio una tantum.

Ridurre di 20 euro una spesa mensile produce 240 euro di risparmio ogni anno.

È una differenza enorme.

Per questo, prima di rinunciare a una cena o a una piccola vacanza, controlliamo prima bollette, assicurazioni, abbonamenti, commissioni bancarie, telefonia, carburante e acquisti alimentari ricorrenti.

Conclusione: il vero risparmio nasce dalle abitudini

Il caro prezzi non può essere controllato dal singolo cittadino. Non possiamo decidere il prezzo del petrolio, dell'energia o delle materie prime.

Possiamo però decidere come reagire.

La mia teoria è che il risparmio moderno non consista nel diventare estremamente parsimoniosi, ma nel trasformare le proprie spese in un sistema sotto controllo.

Se ogni famiglia dedicasse un'ora ogni sei mesi a controllare contratti, bollette, abbonamenti, assicurazioni e principali spese ricorrenti, probabilmente scoprirebbe più opportunità di risparmio di quanto immagini.

Il primo passo, quindi, non è spendere meno.

È sapere esattamente dove finiscono i propri soldi.

Fai oggi stesso una lista delle tue cinque maggiori spese ricorrenti: potresti scoprire che il modo più semplice per risparmiare non è rinunciare a qualcosa, ma smettere di pagare per qualcosa che non ti serve più.

Hai trovato una strategia efficace per combattere il caro prezzi? Scrivila nei commenti e condividi la tua esperienza.

giovedì 6 agosto 2026

Oro nel 2026: è ancora una soluzione per risparmiare e investire?

Introduzione: perché tutti parlano di oro?

L’oro è uno degli investimenti più antichi della storia. Ma proprio per questo, quando il suo prezzo sale molto, nasce una domanda inevitabile: ha ancora senso comprarlo oppure ormai è troppo caro?

La domanda è particolarmente attuale nel 2026. Nel primo trimestre dell’anno il prezzo medio dell’oro ha raggiunto un nuovo record di circa 4.873 dollari per oncia, dopo aver superato i 5.400 dollari a gennaio. Nello stesso trimestre la domanda mondiale di oro fisico sotto forma di lingotti e monete è aumentata del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Anche le banche centrali continuano a considerare l’oro una componente strategica delle proprie riserve. Nel primo trimestre 2026 ne hanno acquistate circa 244 tonnellate.

Ma attenzione: un bene che è salito molto non diventa automaticamente un buon investimento. L’oro può essere utile in un portafoglio, ma non è una macchina per produrre rendimento.

L’oro protegge davvero il risparmio?

Il principale punto di forza dell’oro non è quello di generare interessi o dividendi. È la sua funzione di bene reale e diversificatore.

Un conto corrente produce liquidità, un’obbligazione può produrre interessi, un’azione può distribuire dividendi e rivalutarsi. L’oro, invece, non paga cedole e non genera un flusso di cassa. Il suo rendimento dipende essenzialmente dall’aumento o dalla diminuzione del prezzo.

Perché allora può avere senso possederne una parte?

Perché il comportamento dell’oro può essere diverso da quello di altre attività finanziarie. In periodi di forte incertezza geopolitica, inflazione, tensioni sui mercati o perdita di fiducia nelle valute, la domanda di oro può aumentare.

Non è soltanto una teoria. Secondo il World Gold Council, le banche centrali hanno accumulato mediamente circa 1.000 tonnellate d’oro all’anno negli ultimi quattro anni, contro una media di circa 500 tonnellate nel decennio precedente. Nel giugno 2026, inoltre, l’89% dei responsabili delle riserve centrali intervistati prevedeva un aumento delle riserve auree mondiali nei successivi dodici mesi.

Questo non significa che il piccolo risparmiatore debba imitare una banca centrale. Significa però che l’oro continua ad avere una funzione riconosciuta nella gestione del patrimonio.

Comprare oro fisico: attenzione a costi e fiscalità

Per il risparmiatore italiano esiste una differenza importante tra oro da investimento e semplice oro acquistato come gioiello.

La legge n. 7 del 17 gennaio 2000 considera oro da investimento, tra l’altro, i lingotti o le placchette con purezza pari almeno a 995 millesimi e determinate monete d’oro con purezza pari o superiore a 900 millesimi.

L’oro da investimento gode inoltre di un particolare trattamento IVA: le cessioni di oro da investimento sono generalmente esenti dall’imposta sul valore aggiunto.

Questo non significa però che acquistare oro fisico sia gratuito.

Supponiamo, per esempio, di acquistare 5.000 euro di oro. Il venditore potrebbe applicare uno spread tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita. Se il costo complessivo implicito fosse, ipoteticamente, del 3%, il prezzo dell’oro dovrebbe salire almeno di quella percentuale prima che il risparmiatore inizi realmente a recuperare il capitale.

A questo bisogna aggiungere, nel caso dell’oro fisico, eventuali costi di custodia, assicurazione e sicurezza.

C'è poi un aspetto fiscale da non sottovalutare. Per le cessioni di metalli preziosi, in assenza della documentazione relativa al costo di acquisto, le istruzioni dell’Agenzia delle Entrate prevedono che la plusvalenza possa essere determinata assumendo come riferimento l’intero corrispettivo della vendita.

Conservare fatture, documentazione di acquisto e certificati è quindi fondamentale.

Oro fisico oppure strumenti finanziari?

Non esiste una risposta valida per tutti.

Chi acquista lingotti o monete possiede direttamente un bene fisico. Questo può rappresentare un vantaggio psicologico e patrimoniale, ma comporta problemi pratici: custodia, sicurezza, assicurazione e differenza tra prezzo di acquisto e prezzo di riacquisto.

Esistono poi strumenti finanziari collegati al prezzo dell’oro, come gli ETF/ETC garantiti o collegati all’oro. Possono essere più semplici da acquistare e vendere attraverso un intermediario finanziario, ma introducono altri elementi da valutare: struttura dello strumento, costi, rischio dell'emittente o della struttura, modalità di replica dell'oro e trattamento fiscale.

La domanda corretta, quindi, non dovrebbe essere semplicemente “meglio oro fisico o oro finanziario?”, ma: quale strumento è più coerente con il mio obiettivo, il mio orizzonte temporale e il resto del mio patrimonio?

Quanto oro dovrebbe avere un risparmiatore?

Questa è probabilmente la questione più importante.

L’errore sarebbe trasformare l’oro in una scommessa sul suo prossimo rialzo. Dopo una forte crescita dei prezzi, infatti, può verificarsi anche una correzione significativa. Lo stesso World Gold Council, parlando delle prospettive 2026, evidenzia scenari molto diversi: un rallentamento economico e tassi più bassi potrebbero sostenere ulteriormente l’oro, mentre una riduzione dei rischi geopolitici e un dollaro più forte potrebbero esercitare pressione sul prezzo.

Per questo l’oro può avere più senso come componente di diversificazione che come investimento unico.

Un esempio puramente didattico: una persona con 100.000 euro di patrimonio finanziario potrebbe decidere di destinare una quota limitata, ad esempio 5.000-10.000 euro, a una componente legata all’oro, mantenendo il resto diversificato tra liquidità, obbligazioni e altri investimenti coerenti con il proprio profilo di rischio.

Non è una percentuale “giusta” universalmente: è soltanto un esempio per capire il concetto di diversificazione.

Conclusione operativa: l’oro sì, ma con una strategia

Nel 2026 l’oro ha ottime ragioni per essere osservato con attenzione. Prezzi record, acquisti delle banche centrali e tensioni geopolitiche ne stanno sostenendo la domanda.

Ma proprio perché il prezzo è aumentato molto, non dovrebbe essere acquistato pensando che possa continuare necessariamente a salire.

L’oro può avere una funzione interessante nella protezione e nella diversificazione del patrimonio, soprattutto quando viene considerato come una componente di lungo periodo e non come una scommessa speculativa.

Educazione finanziaria in pillole

Prima di comprare oro, chiediti sempre tre cose:

  1. Perché lo sto comprando? Protezione, diversificazione o speculazione?
  2. Quanto mi costa realmente? Considera spread, commissioni, custodia e fiscalità.
  3. Cosa succede se il prezzo scende del 20%? Se la risposta è “venderei immediatamente per paura”, probabilmente ne hai acquistato troppo.

Il vero obiettivo non è indovinare quale sarà il prezzo dell’oro tra un anno. È costruire un patrimonio capace di affrontare scenari diversi.

Tu possiedi già oro oppure stai pensando di acquistarlo? Hai un dubbio? Scrivilo nei commenti.

lunedì 13 luglio 2026

Carrello della spesa sempre più caro? 7 strategie concrete per risparmiare senza rinunciare alla qualità

Fare la spesa è diventato uno degli argomenti più discussi dalle famiglie italiane. Anche se l'inflazione ha rallentato rispetto ai picchi degli anni scorsi, molti prodotti alimentari continuano a mantenere prezzi elevati e il costo complessivo del carrello resta superiore rispetto a pochi anni fa. Per una famiglia di quattro persone, una differenza di appena 20-30 euro alla settimana può tradursi in oltre 1.000 euro di spesa aggiuntiva nell'arco di un anno.

La buona notizia è che esistono strategie semplici ed efficaci per contenere le uscite senza rinunciare alla qualità dei prodotti. Non si tratta di comprare meno, ma di acquistare meglio.

Pianificare la spesa: il risparmio inizia prima di entrare al supermercato

Molti acquisti impulsivi avvengono perché si entra nel supermercato senza un piano preciso. Preparare una lista della spesa sulla base dei pasti della settimana permette di comprare solo ciò che serve davvero.

Un esempio pratico: se una famiglia spende normalmente 160 euro alla settimana e riesce a ridurre gli acquisti non programmati del 10%, il risparmio è di circa 16 euro ogni settimana. In un anno significa oltre 800 euro.

Un'altra buona abitudine consiste nel controllare dispensa e frigorifero prima di uscire. Comprare due confezioni dello stesso prodotto perché si è dimenticato di averlo già in casa è uno spreco molto più frequente di quanto si pensi.

Infine, evitare di fare la spesa quando si ha fame riduce il rischio di acquistare snack, dolci o prodotti non indispensabili.

Offerte sì, ma solo se fanno davvero risparmiare

Le promozioni sono utili soltanto quando riguardano prodotti che avremmo acquistato comunque. Il classico "prendi tre, paghi due" può essere conveniente per alimenti a lunga conservazione, ma rischia di diventare uno spreco se riguarda prodotti freschi destinati a scadere.

È importante osservare sempre il prezzo al chilogrammo o al litro, obbligatoriamente indicato sui cartellini dei punti vendita secondo la normativa europea e italiana sulla trasparenza dei prezzi. Due confezioni apparentemente simili possono avere costi molto diversi.

Ad esempio:

  • Pasta A: confezione da 500 grammi a 1,20 euro = 2,40 euro/kg.
  • Pasta B: confezione da 1 kg a 2,10 euro = 2,10 euro/kg.

A prima vista la seconda sembra più cara, ma in realtà il costo unitario è inferiore.

Anche i programmi fedeltà possono offrire vantaggi, purché non inducano ad acquistare prodotti inutili solo per accumulare punti.

Marche del supermercato e prodotti di stagione: due alleati del portafoglio

Negli ultimi anni la qualità dei prodotti a marchio del distributore è cresciuta notevolmente. In molti casi vengono realizzati negli stessi stabilimenti delle marche più conosciute, pur avendo un prezzo inferiore anche del 20-30%.

Naturalmente è sempre opportuno leggere ingredienti, valori nutrizionali e provenienza, senza scegliere esclusivamente in base al marchio.

Un altro strumento di risparmio è privilegiare frutta e verdura di stagione. Quando un prodotto è disponibile in abbondanza, il prezzo tende a diminuire.

Per esempio, acquistare fragole in pieno inverno può costare anche il doppio rispetto al periodo primaverile. Lo stesso vale per molte altre colture stagionali.

Anche ridurre leggermente il consumo di prodotti già pronti può fare la differenza. Preparare una zuppa o un sugo in casa richiede un po' di tempo, ma spesso costa sensibilmente meno rispetto alle versioni confezionate.

Attenzione agli sprechi: il vero nemico del bilancio familiare

Secondo diverse analisi sul consumo domestico, una parte significativa degli alimenti acquistati finisce ancora nella spazzatura. Ogni prodotto buttato rappresenta denaro perso due volte: quando viene acquistato e quando viene eliminato.

Una corretta organizzazione del frigorifero aiuta a consumare prima gli alimenti più vicini alla scadenza.

È inoltre utile distinguere tra:

  • "Da consumarsi entro", che riguarda la sicurezza alimentare.
  • "Da consumarsi preferibilmente entro", che indica invece il periodo nel quale il prodotto mantiene le caratteristiche ottimali, ma può spesso essere consumato anche successivamente se ben conservato e integro.

Questa differenza, prevista dalla normativa europea sull'etichettatura degli alimenti, consente di evitare molti sprechi inutili.

Dal punto di vista economico, anche congelare il pane avanzato, dividere in porzioni i pasti preparati in eccesso e riutilizzare alcuni ingredienti nelle ricette dei giorni successivi può ridurre sensibilmente la spesa mensile.

Conclusione operativa

Difendersi dall'aumento del costo della spesa non significa rinunciare alla qualità della propria alimentazione. Significa adottare alcune abitudini intelligenti: pianificare gli acquisti, confrontare i prezzi unitari, scegliere quando possibile prodotti di stagione, limitare gli sprechi e approfittare delle offerte solo quando sono realmente convenienti.

Con l'avvicinarsi dell'autunno 2026, periodo nel quale molte famiglie iniziano a riorganizzare il bilancio dopo le vacanze e prima delle spese di fine anno, può essere il momento giusto per verificare quanto si spende realmente ogni mese per l'alimentazione e individuare eventuali margini di risparmio.

Educazione finanziaria in pillole

Un piccolo risparmio costante vale più di un grande risparmio occasionale. Se riesci a ridurre la spesa alimentare di appena 50 euro al mese senza peggiorare la qualità degli acquisti, a fine anno avrai 600 euro in più da destinare al fondo di emergenza, alle spese impreviste o ai tuoi obiettivi futuri.

Hai un dubbio o vuoi raccontare la tua strategia per risparmiare sulla spesa? Scrivilo nei commenti.

giovedì 25 giugno 2026

Economia italiana sotto pressione: cosa cambia per famiglie e risparmiatori con le tensioni tra Ucraina e Iran

Negli ultimi anni l’economia mondiale ha dovuto affrontare una serie di shock geopolitici che sembravano impensabili fino a poco tempo fa. Prima la guerra in Ucraina, poi le crescenti tensioni in Medio Oriente e il coinvolgimento dell’Iran hanno riportato al centro dell’attenzione un tema spesso sottovalutato: il legame tra conflitti internazionali e portafoglio delle famiglie.

Molti cittadini si chiedono se queste crisi abbiano effetti reali sulla vita quotidiana in Italia. La risposta è sì. Anche se gli scontri avvengono a migliaia di chilometri di distanza, le conseguenze possono arrivare rapidamente sotto forma di aumento dei prezzi, rallentamento della crescita economica e maggiore incertezza per imprese e lavoratori.

Perché i conflitti influenzano l’economia italiana

L’Italia è un Paese fortemente dipendente dagli scambi internazionali. Energia, materie prime e molte componenti utilizzate dalle imprese arrivano dall’estero.

La guerra in Ucraina ha già mostrato quanto possa essere vulnerabile il sistema economico europeo quando si interrompono o si riducono le forniture energetiche. Le tensioni che coinvolgono l’Iran aggiungono un ulteriore elemento di rischio perché riguardano una delle aree più strategiche del mondo per il petrolio e per il traffico marittimo internazionale.

Quando aumenta l’incertezza sui mercati energetici, il prezzo del petrolio tende a salire. Questo si riflette sui costi di trasporto, sulla produzione industriale e, in ultima analisi, sui prezzi pagati dai consumatori.

Per fare un esempio concreto, un aumento del petrolio da 70 a 90 dollari al barile potrebbe tradursi nel giro di pochi mesi in rincari dei carburanti e in maggiori costi logistici per molte aziende. Se un'impresa sostiene 100.000 euro annui di spese per trasporti e carburanti, un incremento del 15% significherebbe 15.000 euro di costi aggiuntivi da assorbire o trasferire sui prezzi finali.

Crescita economica: il rischio di un rallentamento

Secondo le più recenti previsioni delle principali istituzioni economiche europee, l’Italia dovrebbe continuare a crescere anche nel 2026, ma con ritmi moderati.

Il problema è che ogni nuova crisi internazionale tende a ridurre la fiducia di consumatori e imprese. Quando aumenta l’incertezza, le famiglie rinviano acquisti importanti e le aziende possono decidere di posticipare investimenti e assunzioni.

Immaginiamo una famiglia che stia valutando l’acquisto di un’automobile da 25.000 euro. Se teme un peggioramento della situazione economica o un aumento delle spese energetiche, potrebbe decidere di attendere. Lo stesso ragionamento vale per molte imprese che rinviano progetti di espansione.

Il risultato è una minore domanda interna e una crescita economica più lenta.

Per il cittadino medio questo non significa necessariamente una crisi imminente, ma un contesto nel quale diventa più difficile ottenere aumenti salariali significativi e nel quale il mercato del lavoro può mostrare una minore dinamicità.

Inflazione: il pericolo che torna a farsi sentire

Dopo il forte aumento dei prezzi registrato tra il 2022 e il 2024, l’inflazione era gradualmente rientrata su livelli più gestibili.

Tuttavia, nuovi shock energetici potrebbero riaccendere la pressione sui prezzi.

L’inflazione non colpisce tutti allo stesso modo. Le famiglie con redditi più bassi tendono a subirne maggiormente gli effetti perché destinano una quota più elevata del bilancio familiare a beni essenziali come alimentari, bollette e carburanti.

Facciamo un esempio. Una famiglia che spende 1.500 euro al mese per le principali necessità potrebbe trovarsi a sostenere una spesa aggiuntiva di circa 45 euro mensili in presenza di un incremento medio dei prezzi del 3%. Su base annua significa oltre 500 euro di potere d’acquisto perso.

Per questo motivo la gestione del bilancio familiare rimane fondamentale anche in periodi nei quali l’inflazione sembra sotto controllo.

Cosa osservare nei prossimi mesi

Nei prossimi mesi saranno particolarmente importanti alcuni indicatori economici.

Il primo è l’andamento dei prezzi dell’energia. Il secondo riguarda le decisioni della Banca Centrale Europea sui tassi di interesse. Se le tensioni internazionali dovessero alimentare una nuova fase inflazionistica, la BCE potrebbe adottare una politica più prudente sui futuri tagli dei tassi.

Per chi ha un mutuo a tasso variabile o sta valutando un finanziamento, questi aspetti meritano attenzione.

Sul fronte normativo, resta inoltre importante monitorare gli aggiornamenti della Legge di Bilancio 2027, che inizierà a prendere forma già dall’autunno 2026 e che potrebbe contenere nuove misure di sostegno per famiglie e imprese in caso di peggioramento del quadro economico. Come ogni anno, il disegno di legge dovrà essere approvato entro il 31 dicembre.

Conclusione operativa

Le guerre non influenzano soltanto la politica internazionale: possono incidere direttamente sul costo della vita, sull’occupazione e sulle prospettive economiche del Paese.

In un contesto caratterizzato da elevata incertezza, la strategia più prudente per le famiglie non è cercare scorciatoie finanziarie, ma mantenere sotto controllo il proprio bilancio, costruire un fondo di emergenza adeguato e limitare l’indebitamento non necessario.

Educazione finanziaria in pillole

Un errore frequente è prendere decisioni economiche basandosi sulle notizie del giorno. I mercati e l’economia reagiscono spesso in modo diverso rispetto alle emozioni del momento. Prima di modificare le proprie scelte di risparmio o investimento, è utile valutare gli obiettivi di lungo periodo e non lasciarsi guidare esclusivamente dall’attualità.

Hai un dubbio? Scrivilo nei commenti.

lunedì 3 ottobre 2022

L'aumento dei costi: ma che succede?

Dopo decenni (dagli anni '70, periodo massimo di crisi energetica in Italia) di zero problemi riguardo la disponibilità di risorse energetiche, siamo ripiombati in uno scenario tetro e inaspettato.

In Italia si prospetta un inverno difficile, con costi energetici schizzati alle stelle in un modo che nessuno poteva prevedere solo un anno fa di questo periodo.

Ma cosa è mai successo?

Dirimere queste questioni e rispondere a queste domande non è mai semplice. Moltissimi fattori sono coinvolti. Ma scopo di questo blog, è cercare di puntare al nocciolo del problema e cercare di avvicinarci a qualcosa semplificando i concetti e tagliando i rami inutili dalla discussione.

In una economia di mercato come quella in cui opera la nostra nazione, i fattori che portano all'aumento dei prezzi di qualcosa è dovuto a 2 cause principali:

1. Improvvisa scarsità di materie prime e risorse energetiche.
2. Decisioni politiche.

Come detto, questa è una semplificazione. Ma rende l'idea.

La prima motivazione, è quella che sensatamente è la più fondata. Il prezzo (costo) di una materia prima (come di un prodotto) è in funzione della scarsità o abbondanza della stessa.
Il costo di qualsiasi materia prima dipende da quanta materia prima è a disposizione.
A disposizione di chi?
Questo è un punto su cui riflettere. Ma ci torniamo sotto fra qualche riga.

E' logico che se il petrolio o il gas o il ferro o l'alluminio (facciamo degli esempi) si esauriscono e diventa difficile procurarsene dell'altro, è normale che il costo ALLA FONTE salga. E quindi salga anche il costo a valle. Cioè per il consumatore finale e per chi lo utilizza.
Questo accade ma se tralasciamo episodi di scarsità momentanea causa disastri naturali (tempeste, eruzioni vulcaniche, etc..) o incidenti (esplosioni accidentali di miniere o di centrali di lavorazione/estrazione), è scontato che l'Uomo possa prevedere e occuparsi di questa scarsità in anticipo, prendendo gli opportuni provvedimenti.
Sappiamo che molte risorse non sono infinite. Sappiamo che il petrolio, prima o poi, finirà. E' nella natura delle cose. Ma non accadrà dall'oggi al domani.

Più probabile è invece il discorso di una diminuzione di disponibilità dovuta a motivi contingenti.
Che ci portano più alle questioni di attualità.
In cui sappiamo che a causa delle conseguenze della guerra Ucraina-Russia, vi è stata una diminuzione di disponibilità di gas e quindi una impennata stratosferica del suo prezzo. Che ha impattato in modo spaventoso nell'aumento dei costi di altre materie prime e/o energetiche.
Però.....
La verità è che non c'è stata, almeno fino al momento, nessuna diminuzione effettiva della quantità di materie prime ed energetiche reali a causa della guerra.

E qui entriamo nel punto 2 delle motivazioni di scarsità. Ovvero le cause di tipo "politico".
Per politico intendiamo tutto ciò che consegue da decisioni di organi amministrativi umani (governi, amministrazioni, consigli direttivi, organizzazioni, tavole rotonde, etc..).
Per motivi che adesso è inutile e lungo approfondire, la gestione delle dinamiche del prezzo del gas è stata affidata a contrattazioni di tipo borsistico quindi soggette a speculazioni da parte degli operatori. E per motivi altrettanto sconosciuti, si è ancorato il prezzo dell'energia elettrica al prezzo del gas. Anche quando l'energia elettrica viene prodotta con altre fonti.

Risultato? Per motivi di speculazione (quindi di guadagno individuale), il prezzo è schizzato alle stelle. Perchè? Perchè qualcuno ha deciso di voler comprare più gas (anche più di quanto gli poteva servire al momento) per paura che un domani non ne avesse.
La stessa cosa che è successa con il pellet. E in passato (causa pandemia) è successo con la carta igienica, l'amuchina, la farina, etc...
Quando si pensa che qualcosa CHE NON E' SCARSO ORA ma potrebbe diventare scarso a breve, la richiesta di quel qualcosa aumenta.
Per fare scorte.
Quando il prezzo aumenta, alcuni operatori decidono essi stessi di comprare quella materia prima o prodotto (in questo caso il gas) perchè pensando che il prezzo continuerà ad aumentare intendono rivenderlo a prezzo più alto guadagnandoci.
Così c'è più richiesta e il prezzo sale e così via.
Eppure non vi è mai magari stata nessuna penuria di prodotto/materia prima alla fonte.

Due riflessioni.
Gli stati esistono per impedire che questi meccanismi di mercato perversi impattino in modo troppo negativo nei confronti di una popolazione. Se non intervengono con azioni straordinarie in situazioni simili, a cosa servono?

E, ancora, l'aumento dei prezzi è di natura (al momento) totalmente politica. Ovvero dipende dalle decisioni del passato e dall'inazione odierna.
Quindi è tutto rimediabile.
Attendiamo.

GRAZIE PER L'ATTENZIONE.

lunedì 1 agosto 2022

Rialzo dei tassi.... Perchè

E così fu che il rialzo dei tassi arrivò.

Tanto tuonò che piovve, dice il proverbio.

Questo blog vuole semplificare alcuni contenuti economici e finanziari e con questo scopo oggi proveremo ad analizzare cosa effettivamente succede quando una banca centrale aumenta i tassi e perchè lo fa.

Prima di capirlo, occorre comprendere che l'economia moderna di un certo territorio politicamente omogeneo ha 2 campi distinti ma completamente legati l'uno all'altro: il campo economico e il campo monetario.

Certo... abbiamo detto che dovremmo rivolgerci ad un territorio politicamente omogeneo e in questo momento l'Unione Europea è tutto tranne che un campo politicamente omogeneo.
E questo è probabilmente il peccato originale dell'Euro. Una moneta unica diffusa in un insieme di stati diversi, con leggi sul lavoro diverse, con esigenze strategiche diverse e con equilibri sociali diversi.

Ma questo è l'argomento di un altro post. Per ora faremo finta che l'UE sia uno stato abbastanza unito e politicamente e economicamente coerente.

L'economia di un'area viene rappresentata e supportata dalla finanza. Nel senso che la produzione reale (in un mondo evoluto come il nostro) ha assolutamente bisogno di essere rappresentata da dei valori simbolici espressi in denaro.
Da una parte abbiamo terreni coltivati, verdura, allevamento, minerali, energia, macchine, utensili, fabbriche, servizi, etc...  tutte cose tangibili, produzione reale.
Dall'altra abbiamo il valore di queste cose in modo che siano scambiabili. Quindi prezzo, moneta, valori, prestiti, debiti, etc...

Quando una economia va bene e c'è produzione il sistema richiede più denaro perchè c'è bisogno che il sistema produttivo venga "lubrificato". Senza olio (denaro) il sistema si grippa e si rompe per mancanza di capacità di far fluire da un punto all'altro del sistema quanto viene prodotto.
In una situazione del genere il centro decisionale finanziario (in genere la banca centrale, in Europa ora la BCE) decide di immettere nel sistema più liquidità, più denaro.

E lo fa rendendo appetibile ai principali compratori di denaro (le singole banche commerciali) acquistare denaro. Se il denaro costa poco, vale poco.
Quindi imprenditori e investitori preferiranno indirizzare le loro risorse verso gli impieghi che più di altri hanno un rendimento che consentirà loro di guadagnare di più.

Se esistono rendimenti finanziari "alti" (costo del denaro alto significa che costa di più per chi lo acquista ma anche che rende di più per chi lo vende o ci investe!) tali investimenti attireranno l'attenzione di imprenditori e investitori con capitale disponibile. Probabilmente uno degli obiettivi della BCE è attirare denaro da altre economie extraeuropee per convogliarli nelle casse della UE.
Perchè quando una moneta aumenta i tassi di interesse, questo provvedimento è aperto a tutto il mondo, in un mercato finanziario praticamente in funzione 24 ore su 24, sette giorni su 7, 12 mesi all'anno.

Ora, se ben guardiamo, ci troviamo in una situazione veramente curiosa.
L'Unione Europea presenta un tasso di inflazione notevolmente alto rispetto ai parametri e alle previsioni di chi l'Euro l'ha creato ma ciononostante un tasso di crescita e di sviluppo dell'economia fortemente deficitario (soprattutto se paragonato a locomotive come il sud-est asiatico o gli USA).
Se proprio volessimo essere precisi, non ci troviamo in un periodo inflattivo (inflazione in aumento) ma in un periodo di STAGFLAZIONE.

Che altro non è che l'unione delle parole "stagnazione" + "inflazione". La stagflazione indica una situazione di aumento dei prezzi e della massa di denaro circolante unito ad un periodo di recessione economica o di forte ritardo di sviluppo.

La domanda è: siamo sicuri che l'aumento dei tassi di interesse sull'euro (quelli attuali e quelli futuri) sia stata la miglior mossa da fare?
Ne riparleremo.

GRAZIE PER L'ATTENZIONE.

giovedì 28 luglio 2022

L'economia italiana è aiutata dalle dinamiche dell'euro?

Periodicamente è impossibile per un blog che affronta temi finanziari, non tornare a parlare di EURO.

Cosa sia l'euro, ormai anche i sassi lo sanno. Eppure... Eppure questo è uno dei tanti argomenti su cui la presunzione di conoscenza esplode e crea dei danni incredibili dal punto della vista della comprensione.

Facciamo un breve test di conoscenza dell'argomento. Per giocare, non in modo serio...

Domande:

1. Che tipo di moneta è l'euro? Una moneta nazionale o no?
2. A quale controvalore reale è legato il suo valore finanziario?
3. L'euro è una moneta che segue i valori produttivi o si adegua a qualche valore relativo all'occupazione?
4. Quale era lo scopo dichiarato dell'euro e quale potrebbe essere quello attuale?
5. Chi è il proprietario dell'euro?

Le risposta a queste domande sono state già date nel blog più e più volte. E se qualcuno leggendo questo articolo fosse curioso, può scriverci e gliele riassumiamo in una risposta personalizzata.

Ma il succo di base è che le persone, il comune cittadino usa tranquillamente questo strumento ogni giorno e non si rende minimamente conto che esso NON E' semplicemente una moneta che ha sostituito la vecchia LIRA dello stato italiano.

Non è una LIRA aggiornata e che opera su tutta l'unione europea. NO!
L'euro è uno strumento con caratteristiche particolari, molto diverse da quelle della lira.

Ecco perchè l'Italia è in difficoltà. L'economia italiana, se si osservano i dati, ha cominciato a declinare in un momento particolare. E questo momento corrisponde al 1999.
Fino al 1998, l'Italia era la 5° economia mondiale (davanti solo USA, Giappone, Germania, Francia) e dietro di noi avevano il Regno Unito (UK), la Cina, la Russia, il Canada e l'India.
Oggi? Oggi siamo l'ottava economia mondiale. Il Regno Unito, la Cina e l'India ci hanno superato e Brasile e Russia (soprattutto) sono alle spalle pronte per il sorpasso.
Ci lamentavamo, dicevamo che in Italia c'erano tante cose che non andavano bene. E questo era vero. Ma in effetti, per una sorta di brutto vizio italico, l'attenzione andava solo sulle cose negative e non sulle cose positive.
Ci lamentavamo dell'inflazione (al tempo +2%). Oggi? +8%!!!
Ci lamentavamo della disoccupazione (al tempo 8,3%) e adesso viaggiamo tra il 9,5 e il 10%.
Ci lamentavamo della burocrazia, dell'inefficienza amministrativa e della corruzione. E adesso? Nel migliore dei casi uguale.
Ci lamentavamo del carico fiscale ma chi adesso vuole alzare la mano dicendo che la tassazione è più bassa e socialmente equa?
E il fatto che negli ultimi 20 anni il gettito incassato in imposte e tasse dello stato sia aumentato in modo esponenziale (Vedi il grafico) ha portato ad un aumento dei servizi pubblici e (soprattutto) ad una maggiore qualità ed efficienza degli stessi?


Ma seriamente?
Aumentano le entrate fiscali e io genitore mi ritrovo a dover portare la carta igienica alla scuola di mio figlio perchè il ministero non ha le risorse (fatto realmente accaduto)?

E' evidente che la storia non è come qualcuno (più di uno) l'ha raccontata.
E' evidente che la capacità di percepire i dati e i fatti e quindi esprimere una corretta opinione da parte del cittadino medio è fortemente limitata.
Non per colpa sua. Forse c'è un pizzico di ignoranza (che non è una colpa ma uno stato di fatto) e forse un pizzico di pigrizia nello spostarsi dal proprio divano e andare a trovare i dati reali al di là di quello che il sistema di comunicazione di massa espone.
Ma c'è sicuramente qualcuno che si avvantaggia di questa percezione distorta.

Il problema non è l'euro in se. Ma ciò che esso rappresenta.
E' evidente che l'economia italiana è stata svantaggiata dall'ingresso nel sistema di moneta unica. Lo dicono i fatti e i numeri.
Svantaggiata vuol dire che se mettiamo sulla bilancia vantaggi e svantaggi, la bilancia pende sui vantaggi. Non vuol dire che entrare nell'euro non abbia comportato dei vantaggi.
Li abbiamo avuti. Ma li abbiamo pagati più di quanto ci abbiano reso.
Abbiamo perso il controllo della politica monetaria, siamo diventati un'economia rigida e non competitiva, i prezzi sono saliti (negatelo) e stipendi e ricavi no.
Le aziende italiane hanno chiuso e delocalizzato nell'est Europa. Il lavoro è diventato più precario. Il fisco più accanito e implacabile senza che questo abbia comportato la caccia ai veri evasori, quelli grandi, quelli che siccome hanno i soldi riescono a creare sistemi conformi alla legge per evitare di pagare le tasse in Italia.

L'economia italiana ha perso con l'euro. L'economia tedesca e francese ha vinto con l'euro. I più grandi teorici e fautori dell'euro hanno il loro background storico nel mondo finanziario/culturale franco-tedesco.
Ne riparleremo.

GRAZIE PER L'ATTENZIONE.

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