giovedì 27 ottobre 2011

Perdere il lavoro e trovarne un altro. Il lavoro come oggetto.

Al giorno d'oggi il lavoro è diventato una pietra miliare della vita di tutti noi.
Ci si dispera se lo si perde, lo si ricerca disperatamente se non lo si ha, lo si invidia a chi lo possiede.
Il lavoro ormai è diventato un concetto talmente solido da non essere più un'attività (io svolgo un lavoro) ma un oggetto (io possiedo un lavoro).

Giorni fa leggevo un articolo di un formatore e consulente di marketing italiano, il quale giustamente poneva in rilievo come i parametri del mondo del lavoro sia profondamente mutati rispetto ai paradigmi (cioè agli schemi di funzionamento) dei decenni scorsi.
Ma in un modo profondo e radicale!

Ovvero, se fino a qualche anno fa il concetto era statico (fai le scuola, laureati all'università, trova una collocazione in una grande azienda o avvia la tua carriera professionale fino alla fine dei tuoi giorni) ora è diventato dinamico.
Ma cosa significa in realtà questo passaggio da statico a dinamico?
Significa che prima la meta era il possesso di un contratto di lavoro ovvero l'occupare una posizione all'interno di una schema organizzativo. Io vengo assunto da qualche parte, ho il posto fisso e questo mi mette al riparo da tutto. Forse, nel mentre, posso anche imparare a fare qualcosa.
L'occupare un posto era la meta. E per fare questo contavano i certificati e gli status: cosa hai fatto? che scuole hai frequentato? quali certificati hai? Il famoso curriculum, insomma.
Valuti qualcuno in base a quello che HA FATTO!
Passato, vedete? Il paramentro era il passato.......

Ma in un contesto completamente diverso, in cui i mercati spostano violentemente le risorse da un paese all'altro e in cui i governi nazionali faticano a trovare dei sistemi sovranazionali per regolamentare le differente normative delle nazioni coinvolte, non conta più cosa qualcuno ha fatto o quali certificati ha ottenuto.
Alcune volte, il fatto di aver occupato per 20 anni una certa posizione in una struttura rigida, viene addirittura visto come un impendimento piuttosto che come un punto a favore.
Adesso vi è un netto spostamento verso il futuro e verso ciò che un individuo PUO' FARE! e non verso ciò che ha fatto.
L'attenzione si sposta dagli studi e dai certificati (che garantiscono solo che qualcuno conosce come le cose si facevano..... in passato!) alla capacità di anticipare le esigenze del mercato o di trovare soluzioni ai problemi.
In pratica si cercano persone con una formazione diversa e proiettata nel futuro.
Persone che non solo siano in grado di operare nel presente ma, SOPRATTUTTO, che siano in grado di adattarsi ai prossimi imminenti cambiamenti del mercato.

Cioè il lavoro, da oggi in poi, sarà continuamente rivoluzionato da cambiamenti. Sarà tutto un work in progress, ovvero un cambiamento continuo. Ecco il motivo di avere nella propria squadra persone che riescano a tollerare questa mutabilità e trasformare i cambiamenti in opportunità.

In questi giorni si parla tanto (come nei recenti anni) di aumento della flessibilità. 
Le imprese chiedono la possibilità di avere strumenti maggiormente flessibili.
I sindacati e i lavoratori temono (spesso a ragione) che dietro questa parola ci sia solo una scappatoia per scaricare i propri dipendenti da parte dei datori di lavoro. Quindi flessibilità vista come precarietà.
E di certo con la precarietà è duro, durissimo, incredibilmente duro riuscire a pianificare il proprio futuro.

Il tema è talmente vasto che è impossibile esaurirlo non solo in un articolo ma in 40 o 50 articoli.
Ci vorrebbe un intero libro che analizzi come da un'idea si possa passare a dei provvedimenti pratici senza danneggiare nessuna delle parti coinvolte.

Il punto è che il lavoro non è un oggetto. Il lavoro è una capacità. Una capacità che viene percepita dagli altri e che gli altri mettono in azione tramite la domanda (incarichi, assunzioni, ordini). Una capacità che diventa prodotti e servizi.
Così chi cerca lavoro pensando che sta cercando un oggetto da acquistare che qualcuno vende da qualche parte, ha molte difficoltà nel trovare lavoro. Cerca qualcosa che non c'è fuori di lui.
Il lavoro è dentro di lui.
E' una verità oltrmodo dura, oltremodo. 
E' una frase che attirerà i disappunti e le antipatie di alcuni e le perplessità di molti.
Ma rifletteteci un attimo e vedrete che se qualcuno cerca un lavoro senza offrire delle capacità (e non titoli, status o robe simili), non cerca lavoro ma un regalo. O qualcosa del genere.

Quale soluzione, quindi? Di sicuro, sia che si cerchi un primo lavoro o un reinserimento nel mondo del lavoro dopo averne perso uno, interrogarsi su quali capacità potenziali siamo in grado di offire sul mercato è il primo punto.
Se non abbiamo capacità da offrire, trovare lavoro sarà sicuramente arduo.

Grazie per l'attenzione.

lunedì 24 ottobre 2011

Tasse? Come far pagare gli evasori? Una proposta

Visto che questo blog è nelle nostre intenzioni non solo un luogo in cui ci scagliamo con forza e impeto contro questo o contro quell'altro, ma in cui lanciamo anche delle proposte che possano essere delle alternative a ciò che nell'economia e nella finanza accade in Italia, 
oggi intendiamo offrire un piccolo suggerimento che può, dal nostro punto di vista, essere un ottimo modo per combattere l'elusione dei piccoli professionisti e artigiani.
E' consuetudine, infatti, nel nostro paese che quando qualcuno ci fa un lavoro a casa nostra (giardinieri, idraulici, elettricisti, etc) o ci rende un servizio (medici, professionisti, etc.) non certifichi con apposita ricevuta fiscale o fattura, l'importo che chiede.
E' un classico.
"Guardi fa 100 euro! Però se debbo farle la fattura sono 120 €uro. Che facciamo?" 
E il privato cittadino, per cui anche 20 euro fanno testo, molto spesso china la testa e accetta. Anche per una sorta di sudditanza psicologica.
Si arriva a livelli in cui, quando si chiede "Quant'è?" si riceve come risposta spudaratamente la frase "Vuole fattura?".
Come voglio fattura? Non è che la voglio, la devi fare.
D'altro canto c'è anche lo stesso cliente finale che spesso incita il professionista a non emettere fatture e accettare il pagamento in nero. "Non mi faccia fattura, tanto non mi serve. Così non devo pagare anche l'iva!"
Insomma sono cose che conosciamo.

Come si può fare per evitare che il problema della richiesta della fattura vada a finire in capo al soggetto debole o comunque al soggetto che non vuole entrare in discussioni con chi ha prestato il servizio o svolto il lavoro?

Si chiama TRIANGOLAZIONE DEL PAGAMENTO!.
Ovvero si fa in modo che chi paga non debba richiedere a chi riceve i soldi il documento fiscale. E chi deve ricevere i soldi debba emettere il documento fiscale ad un soggetto terzo che si pone come elemento neutrale.
Ecco uno schema:
In pratica se l'idraulico vuole incassare il corrispettivo del suo lavoro, comunica l'importo al cliente ( a cui egli sa di dover aggiungere il 21% di iva), emette fattura in corrispondenza di questo importo e la consegna ad un soggetto terzo.
Questo soggetto terzo, che può essere l'ordine professionale, l'associazione di categoria o anche la locale camera di commercio (!), riceve la fattura e incassa dal cliente il pagamento, con consegna del documento fiscale.
Infine, dopo l'incasso del pagamento da parte del cliente, il soggetto tezo paga l'idraulico.

Cosa otteniamo? Che il cliente non deve litigare o discutere con l'idraulico e che l'idraulico non possa, pena il mancato incasso del denaro della sua prestazione, evitare di emettere un documento fiscale.

In questo modo vi è maggiore possibilità degli organi competenti di controllare i movimenti di denaro.
Ovviamente vi sarà sempre la possibilità che un idraulico effettui dei lavori in nero verso un cliente al quale lui farà un prezzo di favore per un incasso in contanti. Questo dipende molto dal livello di etica presente in una nazione. Ma pian piano questo si potrà correggere.
Basterebbe, ad esempio, permettere una pur minima detrazione fiscale delle fatture anche da parte del privato cittadino per ovviare a questo fattore. Perchè nel momento in cui avere una fattura comporta un vantaggio, è ovvio che aumenta la richiesta dell'emissione dello stesso documento fiscale.

Questo metodo, come tutti i metodi, non è esente da possibili manomissioni. Laddove regna la disonestà non ci sono trucchi che tengano.
Ma scopo di questa nazione e di un governo degno di tale nome sarebbe quella di disciplinare quelli che vorrebbero vivere nella disciplina e nell'ordine.
Vi è una grande maggioranza degli italiani che vuole una società con più regole e non con meno regole.
Pensiamo a questi e non alla minoranza che vuole che tutto vada avanti così.

Grazie per l'attenzione.

sabato 22 ottobre 2011

Le banche nell'occhio del ciclone. Ma che strano? - 2a parte.

Nella prima parte di questo articolo, parlavano del concetto di "riserva frazionaria" ovvero della quantità di soldi che una banca può prestare in base ai soldi depositati nelle sue casse.

Per una questione di chiarezza, sarebbe utile fare un passo indietro e comprendere bene
cosa fanno esattamente le banche?
Ovvero quale funzione svolgano nell'ambito della società e tessuto economico in cui operano.
Questo concetto (esaminare la funzione e l'utilità che un operatore economico svolge all'interno del contesto economico che si sta esaminando) è qualcosa di poco approfondito sia nei testi economici universitari che nelle pubblicazioni della materia.
E quindi, completamente dimenticato dagli "esperti" che in Tv e nei giornali sproloquiano di temi economici e finanziari.
Ogni cosa deve, e ripeto DEVE avere un'utilità collettiva per poter essere inserita in un contesto economico. Considerare solo l'utilità del singolo o della minoranza che ha benefici da quell'attività porta a conclusioni completamente folli.
Ad esempio, coltivare papavero da oppio, raccogliere i suoi prodotti, lavorarli e produrre eroina da spacciare sul mercato è un'attività profondamente redditizia. Per tutti coloro che vi partecipano. Forse i contadini dei paesi poveri che svolgono la parte "sporca" del lavoro guadagneranno una miseria nei confronti delle organizzazioni criminali che portano la droga, dopo i vari passaggi, al consumatore finale.
Ma è risaputo che se si vuole fare i soldi in fretta, spacciare droga è uno dei modi più veloci.
Nessun marketing, nessuna grande spesa di investimento, niente tasse, mercato con richiesta sempre ai massimi livelli.
Ma produrre e consumare droga, veleno chimico assolutamente dannoso per la salute del singolo e per la salute mentale della società, è SBAGLIATO in quanto non utile. La droga è un disastro per una società in cui essa circola. Danneggia e sottrare risorse che potrebbero essere destinate a produrre qualcosa di utile.

Quindi, quale è la funzione delle banche? O quale dovrebbe essere, visto che questa funzione non la stanno assolvendo come dovrebbero (in alcuni casi non la assolvono per niente).
La loro funzione è quella di prendere risorse non utilizzate in alcuni punti della struttura economica per porli al servizio di altri parti della struttura economica in cui verrano utilizzate per produrre ancor più ricchezza.
Chiaro? Spero di si. Mandatemi un commento nel caso in cui non lo fosse.

A questa funzione principale si accompagnano tutti quei servizi accessori che ormai sono diventati egualmente utili, quali il servizio dei conti correnti e di tutte quelle piccole utilità che una banca può fornire (bancomat, incasso assegni, etc., etc.).

Quindi dove è il nocciolo della situazione? Se le banche non svolgono la loro funzione (descritta qui sopra) la loro utilità è ridotta ai soli servizi di minore entità (bonifici, deposito contanti, etc.).
A quel punto dovrebbero trasformarsi in un'agenzia di servizi e nient'altro e smettere di essere banche. Avete presente i "money transfer"? Vedete come si occupano di spostare soldi svolgendo una funzione utile ma senza assurde complicazioni finanziarie?
E il cliente paga il servizio. Ed è contento. E tutto funziona bene.

Quindi non è per niente strano che le banche siano nell'occhio del ciclone.
Le banche sono responsabili di questo tracollo finanziario.
Lo hanno causato in decenni di operazioni finanziari simili a trucchi da prestigiatore (ne riparleremo più avanti) e allontanando il concetto di guadagno (concetto lecito che spinge tutti a stare meglio) dall'economia reale per portarla nella finanza virtuale.

Ezra Pound disse che i politici sono i camerieri dei banchieri.
Per quanto tempo andrà ancora avanti che i governi penseranno che aiutare le banche (AIUTARE LE BANCHE, ma come si può!!!!) sia più importante (PIU' IMPORTANTE!!!! ma come si può!!!!) che aiutare i cittadini e aiutare le imprese.

Per oggi, grazie per l'attenzione.

venerdì 21 ottobre 2011

Domande dei mutui in calo in Italia!

Leggendo oggi il Sole 24 ore (non ha bisogno di presentazione il più importante giornale di informazioni economiche d'Italia) ci colpisce una notizia riguardante la continua discesa del numero di mutuo erogati e demme domande di mutuo inoltrate nel nostro paese.

Sebbene sia indiscutibile che ci siano dei fattori strutturali nella finanza europea e italiana che debbano essere sistemati, vi è qualcosa che non si riesce a intuire con facilità in questi dati.

Se infatti si può comprendere che le banche stiano erogando meno mutui rispetto al passato (restrizione dei parametri di accesso al credito, minore liquidità interbancaria, aumento del numero dei lavori precari o infinanziabili) meno facilmente si può comprendere perchè gli italiani stiano anche chiedendo meno mutui.

Forse la lettura più semplice è anche quella più corretta. Ovvero dopo che per un pò di tempo le persone si ritrovano a ricevere rifiuti su rifiuti, esse stesse cominciano a comprendere che ottenere un mutuo (o un prestito) è diventato più difficile. E la voce si diffonde e moltissimi, che prima avrebbero perlomeno provato a richiedere un finanziamento, ora neppure provano.

Di certo leggere questo dato non è piacevole per tutti quelli (ne conosco tanti visto che lavoro nel settore da un bel pò di anni) che di mutui vivono, in particolare tutta la rete commerciale di banche, finanziarie, strutture creditizie e società di brokeraggio.
Ma si sa che i mercati hanno degli alti e dei bassi.

Piuttosto, come non è infrequente leggere su questo blog, rimaniamo perplessi sulla posizione assunta dagli istituti di credito. Ovvero per anni le banche hanno ricorso i potenziali clienti solleticando il mercato con continue offerte e stimoli ad accedere al proprio mutuo. Per un periodo c'è stata una battaglia senza esclusione di colpi (commercialmente parlando) in cui sembrava che l'accesso al credito fosse qualcosa di dovuto. "Un mutuo non si nega a nessuno", sembrava lo slogan di tutti.
E ora vedere questa restrizione all'acceso al mutuo, lascia perplessi.
In particolare, colpisce il fatto che nonostante l'arco temporale di un mutuo copra mediamente un periodo di 20 o 25 anni, i criteri di accesso al finanziamento (e quindi la valutazione dei rischi di finanziamento da parte dell'azienda) siano quasi completamente ancora alla situazione attuale dell'economia e del cliente.
Non solo, è frequente che nei calcoli di approvazione di banche e finanziarie ci sia un continuo utilizzo di criteri di finanziabilità che prendono in considerazioni dati storici e non dati futuri.
"Ciò che andava bene a mio nonno, andrà bene a me" sembra essere la massima filosofica degli istituti bancari. 
Non commento la cosa e lo faccio fare a voi!

In chiusura di articolo, mi sembra quasi normale trarre da tutta la cosa una profonda morale.
Ovvero che se i nostri politici e (ormai) i politici europei non decidono e non attuano una PROFONDA riforma del sistema bancario (NO DECISO ai semplici salvataggi proposti che costano così tanto agli stati e ai privati), difficilmente ci sarà una luce alla fine del tunnel che abbiamo imboccato da 4 anni a questa parte.

Grazie per l'attenzione.

giovedì 20 ottobre 2011

La crisi degli asini (una storia per capire!)

Oggi voglio raccontarvi una storia.
Per cercare di capire, attraverso una novella, cosa sta succedendo nella nostra vita quotidiana per colpa di questa "fantomatica" crisi che sembra attanagliarci.
Buona lettura.

LA CRISI DEGLI ASINI
Un uomo in giacca e cravatta è apparso un giorno in un villaggio. In piedi su una cassetta della frutta, gridò a chi passava che avrebbe comprato a € 100 in contanti ogni asino che gli sarebbe stato offerto. I contadini erano effettivamente un po' sorpresi, ma il prezzo era alto e quelli che accettarono tornarono a casa con il portafoglio gonfio, felici come una pasqua.
L'uomo venne anche il giorno dopo e questa volta offrì 150 € per asino, e di nuovo tante persone gli vendettero i propri animali. Il giorno seguente offrì 300 € a quelli che non avevano ancora venduto gli ultimi asini del villaggio.
Vedendo che non ne rimaneva nessuno, annunciò che avrebbe comprato asini a 500 € la settimana successiva e se ne andò dal villaggio.
Il giorno dopo, affidò al suo socio la mandria che aveva appena acquistato e lo inviò nello stesso villaggio con l'ordine di vendere le bestie 400 € l'una. Vedendo la possibilità di realizzare un utile di 100 €, la settimana successiva tutti gli abitanti del villaggio acquistarono asini a quattro volte il prezzo al quale li avevano venduti e, per far ciò, si indebitarono con la banca.
Come era prevedibile, i due uomini d'affari andarono in vacanza in un paradiso fiscale con i soldi guadagnati e tutti gli abitanti del villaggio rimasero con asini senza valore e debiti fino a sopra i capelli. Gli sfortunati provarono invano a vendere gli asini per rimborsare i prestiti. Il corso dell'asino era crollato. Gli animali furono sequestrati ed affittati ai loro precedenti proprietari dal banchiere.
Nonostante ciò il banchiere andò a piangere dal sindaco, spiegando che se non recuperava i propri fondi, sarebbe stato rovinato e avrebbe dovuto esigere il rimborso immediato di tutti i prestiti fatti al Comune. Per evitare questo disastro, il sindaco, invece di dare i soldi agli abitanti del villaggio perché pagassero i propri debiti, diede i soldi al banchiere (che era, guarda caso, suo caro amico e primo assessore).
Eppure quest'ultimo, dopo aver rimpinguato la tesoreria, non cancellò i debiti degli abitanti del villaggio né quelli del Comune, e così tutti continuarono a rimanere immersi nei debiti. Vedendo il proprio disavanzo sul punto di essere declassato e preso alla gola dai tassi di interesse, il Comune chiese l'aiuto dei villaggi vicini, ma questi risposero che non avrebbero potuto aiutarlo in nessun modo poiché avevano vissuto la medesima disgrazia.
Su consiglio disinteressato del banchiere, tutti decisero di tagliare le spese: meno soldi per le scuole, per i servizi sociali, per le strade, per la sanità ... Venne innalzata l'età di pensionamento e licenziati tanti dipendenti pubblici, abbassarono i salari e al contempo le tasse furono aumentate. Dicevano che era inevitabile e promisero di moralizzare questo scandaloso commercio di asini.

Questa storia vi ricorda qualcosa ? ... 

Sarei grato a chi legge questa storia che facesse girare il messaggio il più possibile.
La rete ci offre la possibilità di comunicare. Non sottovalutiamo questo potere.
Segnala questo articolo ai tuoi amici.
Un momento di riflessione può essere utile a tutti.
Senza per forza entrare nelle complicazioni della finanza e dell'economia.

Un grazie a Massimo Bonoldi per l'idea e un grazie a Lorenzo de Santis per l'input.

Grazie per l'attenzione

mercoledì 19 ottobre 2011

Credit Suisse dice: L'1% della popolazione ha il 38% della ricchezza mondiale

Salve a tutti.
Volevo esordire in questo post odierno dicendo "Mettiamo a fuoco un problema importante!". Poi ripensando che in questi ultimi giorni è meglio non usare questi termini perchè pericolosi e inclini ad essere fraintesi, inizieremo dicendo:

Oggi parliamo di un dato su cui riflettere a fondo.
La società bancaria Credit Suisse, una delle più grandi e importanti del mondo ha pubblicato un suo rapporto.
Da questo rapporto si evincono alcuni dati sulla ricchezza mondiale. Tutti molto interessanti. E, per quanto siano dei dati raccolti con metodi statistici e possibili di errore o di difformità dalla realtà, da una prima analisi sembrano presentare un'immagine molto verosimile di come sono messe le cose.
In particolare mi colpiscono le seguenti informazioni:

  • Lo 0,5% della popolazione mondiale detiene il 38,5% della ricchezza mondiale.
  • L'8,7% della popolazione mondiale detiene l'82,1% della ricchezza mondiale (!!).
  • Il 32,3% della popolazione mondiale detiene il 96,6% della ricchezza mondiale (!!!!!).
Che ci fosse disparità nella distrubuzione delle ricchezza era un fatto risaputo ma riguarda e in una nuova unità di tempo questi fatti è allarmante e desolante.
Mi viene da pensare alla meteorologia e a come nascono i venti. Laddove esistono dei differenziali di temperatura fra 2 luoghi, sarà naturale che si creerà un flusso d'aria che tenderà ad equilibrare questo disequilibrio.
Ora questa disparità nella distrubuzione non è solo numerica ma è anche geografica. Perchè, stranamente, quello 0,5% della popolazione che detiene quasi la metà delle ricchezze mondiali non è equamente distribuita per il mondo e per i continenti.
Ma riguardiamo quei dati. Pensare che il 67,7% della popolazione (due terzi della popolazione) possiedano SOLO il 3,3% della ricchezza è qualcosa che lascia allibiti.
Qualcuno scrive e chiosa che è ovvio che essendoci delle naturali diversità fra le abilità degli individui, non sia possibile che il 10% delle persone abbia il 10% della ricchezza, che il 50% delle persone abbia il 50% della ricchezza e così via. Una scena in cui ci sarebbe una perfetta distribuzione della ricchezza.
Ma sebbene sia logico che una disparità sia fisiologica, pensare che queste percentuali di disparità siano normali e accettabbili non è nè logico, nè umano e nè concepibile.

Ed io personalmente, sebbene sia uno strenuo fautore che gli individui abbiamo talenti e abilità diverse e che una società equa debba tutelare queste naturali diversità, non credo neanche che lo 0,5% che possiede il 38,5% della ricchezza sia lo 0,5% più abile, più intelligente, più pratico e più industrioso del pianeta.
Non credo neppure che quel terzo delle persone che detiene praticamente TUTTA la ricchezza mondiale sia proprio il terzo della popolazione più abile.
Non lo credo.
Credo che tra le persone ricche vi siano moltissime persone abili, talentuose e geniali.
Ma questa non è una società giusta ed equilibrata. E quindi il ragionamento che i soldi vanno solo nelle mani di quelli abili, preparati e talentuosi non è minimamente valido.
Restando solo nella nostra Italia, quanti di noi, guardandosi attorno, quanti di noi hanno visto e conosciuto persone che possedevamo molta ricchezza (NOTA BENE: non che dichiaravano alti guadagni ma che possedevano ricchezza sotto forma di beni materiali e disponibilità varia) pur non avendo assolutamente alcun merito soggettivo. Qualcuno obietterà che essere capaci di fregare il prossimo o vendersi al più potente sia un'abilità in se. Qualcun altro dirà che un incapace figlio di qualcuno di ricco o potente non ha colpe per la sua immeritata ricchezza.
Sta di fatto che in una società etica, onesta e trasparente queste persone perderebbero in fretta i loro immeritati privilegi.
Quanti di noi vorrebbero vedere alla prova taluni personaggi con le difficoltà vere del lavoro e della professione? O pensate che un Amministratore Delegato che gestisce per anni 2 grandi aziende come Trenitalia e come Alitalia, andandosene con buchi di bilancio, perdita di competività e disastro aziendale generale, MERITASSE i suoi 6 (Trenitalia) + 3 (Alitalia) milioni di euro di buonauscita?
Cito un esempio a caso, particolarmente nitido per poter mettere alla prova l'assunto secondo cui chi guadagna tanto è per forza più abile di altri. 
Nel caso di Cimoli (il top executive di cui parlavamo), quanto bisognava dargli, oltre al normale stipendio di amministratore, come buonauscita nel caso in cui fosse riuscito a portare le 2 italiche aziende di trasporto alle stelle? Qualche miliardo di euro di buonauscita?

Io credo che ognuno sia (come diceva millenni fa lo scrittore latino Sallustio) "artefice della propria fortuna" ma che questo non significhi che sia giusto non dare le stesse opportunità a tutti.
Nascere e crescere in un quartiere degradato non è la stessa cosa che nascere in una famiglia che ci fornisce gli strumenti e il sostegno per imparare e fare esperienza.
Nascere in un paese povero e sottosviluppato in cui non vi è neppure l'acqua corrente non è la stessa cosa che nascere e crescere in una città dell'occidente.

Spesso si parla di finanza e di prodotti finanziarie strani e incomprensibili. La finanza esiste perchè esiste l'economia. E l'economia è la disciplina (purtroppo non è una scienza) che studia come massimizzare l'utilità dato un tot di risorse. L'economia si occupa di cose reali. Di produrre cibo, case, vestiario, automobili, infrastrutture e del consegnare servizi per migliorare la qualità della vita.
Se non torniamo a questo concetto di base, non vi sarà futuro roseo per questo pianeta.

E prima o poi un vento tempestoso si alzerà per equilibrare, come nella metereologia, i luoghi con diverso accumulo di ricchezza.
Grazie per l'attenzione.

martedì 18 ottobre 2011

Una storia di ordinaria inefficienza economica

Nei giornali abbiamo pagine e pagine di discussioni riguardo ai veri o presunti motivi che hanno portato alla attuale crisi finanziaria in Italia e nel mondo.
Non parliamo poi dei talk show in TV sul soggetto.

In questo blog si cerca di osservare le cose da punti di vista diversi basandosi su una legge fondamentale della vita:
Se un problema non si risolve nonostante le varie soluzioni che si cercano a riguardo, significa che non è quello il vero problema ma ne nasconde semplicemente un altro che ne sta alla base. 
Oggi postiamo un breve sfogo pubblicato su un forum da parte di un italiano che è emigrato e che ha deciso di ritornare in Italia per portare avanti con la moglie francese un progetto imprenditoriale nel suo paese natale.
Questa breve storia personale non ha secondo noi bisogno di alcun commento, perchè si spiega da sola.

Ma il nostro commento è lapidario: il vero motivo delle difficoltà economiche risiede in questi aspetti che non sono soltanto della struttura economica e burocratica italiana ma sono ormai insiti nel tessuto etcnico degli italiani. Italiani come gruppo e non come totalità degli individui, ovviamente.
Ovvero nessuno sostiene che tutti gli italiani si comportino in questo modo oppure appoggino o siano d'accordo con queste incongruenze economiche e sociali (chiamiamole così!).
Ma non lavorare assiduamente per cambiare questi brutte attitudini è purtroppo sufficiente per consentire a queste ultime di sopravvivere.
E, purtroppo, la lotta dovrebbe cominciare dal vertice. Dove persone vengono investite dal popolo del mandato di occuparsi anche di ciò. E se il top management di una nazione cincischia con altri problemi di infima importanza, sicuramente il lavoro del resto della popolazione, e quindi del comune cittadino, non è facile.

Ecco a voi una normale (purtroppo!) storia dell'Italia di oggi. Messa qui solo ad esempio di mille altre storie di cui non siamo a conoscenza. Ovviamente l'italiano scritto del signore ha delle lacune (in parte corrette da noi) ma il senso si comprende benissimo.

Author: Giovanni
Comment:
salve mi chiamo Giovanni.... lavoro da un anno e mezzo nella attivita' di mia moglie come suo ragioniere.
Mia moglie è cittadina francese e aveva in francia a metz una parrucchieria ed un centro estetico e una piccola palestra. Io sono siciliano e amo la mia terra e o convinto lei di vendere tutto in francia e venire ad investire in sicilia.Cosi ha fatto ma maledico quel giorno perchè dopo aver investito il suo capitale dopo aver portato occupazione impiegando 7 persone e l'intento era quello di assumere altro personale per un idea sua senza chiedere aiuti statali si trova oggi dopo 18 mesi ancora senza licenza.
Questo perchè il comune con i suoi dirigenti si ostinano a ribaltare la sua pratica: siamo in muni (?) perchè noi non conosciamo nessuno - ha creato un centro originale dove c'e' un bar una palestra una parrucchieria un centro estetico ed un centro benessere nell`idea c`era anche un asilo ed un bed and breakfast ma pultroppo a qualcuno abbiamo dato fastidio ed adesso per colpa di questa lentezza ci hanno danneggiato e non sappiamo come uscirne.
Abbiamo anche delegato un avvocato ma invano ma e' niente a confronto a quello che mi hanno chiesto per velocizzare la licenza: cosa dobbiamo fare?

C'è bisogno di commentare?
Grazie per l'attenzione!

lunedì 17 ottobre 2011

Le banche nell'occhio del ciclone! Ma che strano? - 1a parte

E' sotto l'attenzione di tutti quanto è successo questo scorso sabato a Roma nell'ambito della manifestazione contro le banche e il sistema finanziario europeo e mondiale.
Promossa come la manifestazione degli indignados, degli indignati sarà sicuramente ricordata anche (o forse solo) per la manifestazione dei black bloc o, comunque, della distruzione di varie vie e negozi della nostra amata città eterna.
Tralasciando tutti gli aspetti prettamente di cronaca della vicenda e le dietrologie politiche sul chi abbia agito per distruggere e perchè, rimane un fatto che in un blog economico come il nostro non possiamo non evidenziare.

Sta crescendo la consapevolezza sul fatto che c'è qualcosa nel sistema finanziario mondiale e sul ruolo delle banche che non va.
E non intendiamo prendere nessuna posizione politica a riguardo. Ma solo una posizione di tipo accademico e di tipo razionale-analitico.

Perchè le banche sono nell'occhio del ciclone, per dirla in parole povere?

Qualcuno disse (credo fosse Abramo Lincoln) che si può ingannare qualcuno per sempre e tutti per un periodo ma che non si può ingannare tutti per sempre.
Il sistema bancario mondiale dovrà fare i conti con questo aforisma, che nasconde però una grande verità sociale.

Dovremmo partire dal concetto di cos'è una banca per comprendere qualcosa. Perchè dai concetti base non si parte mai.
Un banca è una struttura che riceve del denaro da alcuni elementi di una società per conservarlo e proteggerlo e che lo presta ad altri elementi della società che ne facciano richiesta dietro il pagamento del servizio.
La sua funzione è quella di permettere che il denaro (un simbolo della produzione di una società) inutilizzato in alcune aree abbia la possibilità di andare a svilippare la sua energia potenziale in altre aree della società.
Le banche hanno (avrebbero) quindi una funzione di utilità sociale molto spiccata. Se si limitassero ad essere delle istituzioni che accettano i depositi dei loro clenti e che ne gestissero la conservazione, sarebbe tutto più semplice. I conti correnti sarebbero delle sorta di depositi di sicurezza e le banche non sarebbero diverse da un qualcosa come Paypal o come le monete elettroniche tipo Alert Pay o Liberty Reserve.
Un servizio utile, veramente utile.

Ma le banche, per loro scelta tra l'altro (non dimentichiamo che sono proprio queste imprese che spendono milioni di euro per promuovere i loro servizi di finanziamento in ogni modo e su ogni luogo. Provate a scrivere "mutui" su Google e vedrete quanti link a pagamento di banche saltano fuori!), hanno deciso di prendere questi depositi e usarli per il "prestito". 
Ah, il prestito! Quale parola densa di significati ed emozioni.....
Innanzitutto prendiamo la parola prestito e la trasformiamo in "credito". Che fa più fashion e più style. Scusate l'ironia.
In ogni caso, Le banche accettano depositi e cercano individui e imprese a cui girare questi depositi dietro pagamento.
Ma funziona proprio così. NO. E qui sono nati tutti i problemi.
Le banche non prestano i soldi che raccolgono con i depositi di chi li ritiene di fiducia. O almeno non si fermano a questo.
Ogni banca comincia a gestire il proprio potenziale di credito (i soldi che possono prestare) in base a meccanismi via via sempre più complicati. Di base, per andare alla sostanza, generalmente prestato di più di quanto abbiano raccolto basandosi sul criterio (denominato riserva frazionaria!) che se in cassa hanno 10 possono prestare più di 10 tanto non può capitare che chi ha depositato ritiri nello stesso momento e metta quindi la banca in rischio fallimento.
Cioè io ho 100 milioni di euro depositati provenienti da 10.000 persone e comincio a prestare ad altre persone molto più dei 100 miloni. In alcuni casi fino a 10, 15 o 20 volte di più. Tanto è abbastanza improbabile che tutte e 10.000 le persone ritirino i soli contemporaneamente.
E poi, nel peggiore dei casi, io banca mi farò prestare  i soldi mancanti da un'altra banca.

Questo fatto, da solo, ha portato tutte le istituzioni bancarie a perdere il controllo della mole di prestiti (credito) erogati a vario titolo a imprese e privati.
SOLO QUESTO.
Se a questo ci aggiungiamo che molte banche hanno incluso nelle loro "attività" patrimoniali il possedere titoli di debito pubblico di stati che vivevano anch'essi sul debito, il cerchio si chiude.
Mi chiedo perchè si perda tempo a cercare le cause dei problemi del sistema finanziario mondiale ed europeo?

 A risentirci nella seconda parte.

sabato 15 ottobre 2011

E' tutta colpa dell'euro?

Euro, euro, euro.
Euro sta per Europa. Ed è la (ormai) ultrafamosa moneta dell'Unione Europea, messa lì come una sorta di totem per dire a tutto il mondo che l'Europa esiste ed è forte.

L'euro è attualmente in circolazione dal 2002 ed è diventata una moneta che fa parte della nostra vita quotidiana.
Sicuramente con la sua introduzione ci sono stati un pò di assestamenti e il trambusto non è mancato.
Diciamoci la verità?
Quanti di noi hanno pensato che l'euro fosse il colpevole delle traversie economiche e finanziarie che il bello stivale che si allunga nel Mediterraneo passa da ormai un decennio?
Io ho sentito dire spesso "E' tutta colpa dell'euro!" oppure "L'euro ha fatto aumentare tutto!".

Ma quanto sono valide e fondate queste accuse?

Una moneta è sia un metodo di misura che uno strumento di gestione dei rapporti finanziari fra stati.
Quindi, di base, uno strumento di misura non causa alcunchè, essendo un qualcosa di neutro.
Mi spiego.
Se volendo comprare 1 kg di pane, chiedo al panettiere 1 kg di pane e costui mi da 35,27 once di pane, a cosa vado incontro? Mi ha fregato forse? In realtà no, perchè mi ha dato la quantità di pane che ho richiesto misurata con un'altra unità di misura.

Quindi il fatto di pagare qualcosa con le lire o pagarle con gli euro, non dovrebbe cambiare.
Ma qui subentrano degli altri aspetti.
L'adozione dell'euro avviene perchè l'Italia smette di avere una sua politica monetaria e accetta di condividere questa politica con altri stati, tra cui soprattutto la Germania e la Francia.
Spiegare i meccanismi di politica monetaria in un articolo è praticamente impossibile (gli dedicheremo del tempo più avanti!) ma di base la politica monetaria si basa su 2 fatti:
1) la gestione della quantità di moneta circolante.
2) la fissazione del valore della moneta rispetto alle altre monete.

Per un lungo periodo di è cercato di creare un sistema di misura delle monete fisso e agganciato a qualcosa di concreto come l'oro.
Ovvero tanto, tanto tempo fa una moneta aveva un certo valore nominale in base ad un certo valore che derivava dall'oro (quantità di possesso di quello stato di oro). Poi ci furono tempeste e tifoni e l'unica moneta agganciata all'oro rimase il dollaro. Fino agli anni '70 in cui nessuna moneta è agganciata a nessun bene reale. Quindi ogni stato può stampare quanta moneta crede e può dare alla sua moneta il valore che vuole.
L'Italia lo sa bene, visto che più di una volta (prima dell'avvento dell'euro) le nostre autorità hanno ben pensato di svalutare la lira rispetto alle altre monete per sistemare i pasticci interni.
Lo so, tutto difficile, lo comprendo.
Ma c'è un punto che semplifica tutto.
La colpa non è di una moneta ma dei parametri a cui questa moneta di aggancia.
Il problema non è quindi se un euro vale 1936,27 lire o se il suo valore fosse stato di 1000 lire.
RICORDIAMOCI IL METRO DI MISURA.
Il punto è che ora l'economia italiana si è trovata con una moneta che non svaluta e con una moneta molto forte nei confronti delle altre, dollaro in testa.
Così per gli italiani forse è stato più conveniente comprare le cose in dollari ma assolutamente sconveniente per le esportazioni. Che infatti sono crollate.

Quindi è tutta colpa dell'euro? No. Per quanto nel passaggio dall'euro alle lire (troppo-troppo rapido) ci siano stati movimenti di assestamento che hanno causato notevoli danni.
Ne cito solo uno:
lo stato preleva dai suoi cittadini un'imposta chiamata Iva che va in percentuale sui prezzi. Dopo l'euro i costi degli immobili sono schizzati alle stelle. Lo stato ha DRENATO (leggi rubato) da tutte le compravendite una quota di tasse decisamente maggiore rispetto al passato. Soldi che vengono sottratti all'economia reale per essere buttati nel calderone senza fondo della finanza pubblica.

Di chi è la colpa quindi? Qualcuno dice della mancanza di crescita (in parte corretto) e qualcuno dice per l'incredile peso del debito pubblico (in gran parte corretto).
Potremmo parlarne ma lasciamo perdere questo euro.
Grazie per l'attenzione.

giovedì 13 ottobre 2011

Ciclo di vita di un mercato

Un concetto molto, molto importante è il cosidetto "ciclo di vita di un prodotto".

Questo concetto parte dal presupposto che un prodotto sia un'entità simile ad un organismo e che passi attraverso fasi di vita che non sono esattamente circolari ma, diciamo così, "dispersive".
Rendendo le coe molto semplici diremmo che ogni prodotto (intendendo con questo anche un servizio che è un tipo particolare di prodotto) passa attraverso 4 fondamentali fasi che sono:
Introduzione (chiamata anche nascita o paragonabile ad essa).
Sviluppo (chiamata anche crescita o paragonabile ad essa).
Maturità.
Declino.

A seguito del declino un prodotto è destinato alla morte a meno che non intervenga una sorta di infusione di giovinezza tramite qualche cambiamento che ne prolungherà la vita con una nuova (PICCOLA) fase di sviluppo e successiva fase di maturità.
In ogni caso alla lunga il destino di ogni prodotto è quello di scomparire.

Questo modello è molto utile perchè fa comprendere che un prodotto non può essere realizzato e venduto per sempre. Anzi mostra come in un primo momento renderà bene e poi sempre meno fino a che non sarà più desiderato e le vendite crolleranno.
Per alcuni prodotti la cosa potrebbe durare mesi per altri anni.

Se vogliamo oggi essere ancora più arguti, possiamo vedere che un mercato è un insieme di beni specifici (prodotti effettivi o servizi) che vengono scambiati.
Un mercato è quindi un agglomerato dei cicli di vita dei prodotti che lo compongono.
E, quindi, anch'esso attraverserà un percorso simile al ciclo di vita di un prodotto. Ovvero, dopo un tot di tempo, anche un certo mercato mostrerà una fase di maturità a cui seguirà una fase di declino che culminerà presto o tardi nella inesistenza di quel mercato.
A meno che il mercato non si rinnovi, il che darà nuovo sviluppo e nuova maturità allo stesso.

Far finta che le cose non siano così è una grande fonte di problemi per i singoli individui e, soprattutto, per gli amministratori di società private e di enti pubblici, locali o nazionali che siano.
In questi giorni si è celebrata la scomparsa di Steve Jobs, ritenuto (con merito) un genio dell'innovazone tecnologica.
Eppure non si mette in risalto la qualità maggiore del fondatore della Apple. Ovvero la sua capacità di innovare e guardare sempre più avanti.
Jobs ha creato mercati e fatto business dove non c'era neppure il concetto di crearli.

Se intendo crearmi una professione, occorre capire bene a quale punto stanno i mercati a cui io mi sto rapportando. E ricordare che esistono mercati locali e mercati regionali. Mercati nazionali e mercati internazionali.
Se intendo diventare un idraulico e inserirmi in questo mercato, dovrò valutare se nella mia zona il ciclo di vita di questa particolare forma di servizio è in una fase di crescita o di maturità o di declino.

Naturalmente non bisogna disperare se nella propria zona il mercato a cui ci si sta riferendo è in fase di declino. Potremmo scoprire (per restare con l'esempio di cui sopra) che a livello nazionale la professione dell'idraulico ha avuto delle evoluzioni. Possiamo scoprire che in altre zone l'idraulico arriva a casa delle persone con macchinari particolari e affronta il lavoro con una tecnica nuova ed innovativa, frutto di competenze mai avute.
E' evidente che in questo caso si pongono le basi per creare un'evoluzione di un mercato e dargli nuova linfa. Il vecchio mercato della zona riguardo gli idraulici in piena fase di maturità avanzata in cui la richiesta è completamente satura potrebbe avere nuove aperture con questa innovazione.

Ovviamente, ricreando un nuovo mercato degli idrauilici in zona si entra nella prima fase del ciclo di vita e cioè l'introduzione. E bisogna essere consapevoli di questo. Perchè caratteristica di questa fase (l'introduzione) è la presenza di costi superiori alle entrate (dovuti agli investimenti che ovviamente non hanno un ritorno immediato e alle vendite che iniziano a decollare ma che sono ancora basse) e la difficoltà di penetrazione.
Bisogna farsi conoscere, far comprendere che non si può più fare l'idraulico come i vecchi tempi, etc. etc.
Questo comporta fatica, impegno e applicazione.

Quando l'economia va male occorre riflettere su quanto siano maturi e in declino i mercati di quella particolare economia. Anzichè pensare a soluzioni strane da un punto di vista finanziario, bisogna apportare cambiamenti o nel prodotto o nell'ampiezza dei mercati.
 E lo stesso dicasi per le singole aziende e singole professioni.
Ma avremo modo di parlarne in seguito.
Grazie per l'attenzione.

martedì 11 ottobre 2011

L'affiancamento nel mondo del lavoro.

In questo blog ci è capitato di parlare del concetto di cambiare lavoro.
Vorrei aggiungere qualcosa a quel tema, spinto anche da alcuni avvenimenti di questi ultimi giorni.
Come professionista, devo confessare di aver cambiato vari lavori nella mia vita pur mantenendo stabile il mio ruolo fondamentale di consulente. Mi sono occupato anche di attività commerciale e quindi ho avuto modo di stare spesso in contatto con ogni tipo di clientela. Dal piccolo privato alla media azienda all'ente pubblico con tutte le sue regole peculiari e i suoi procedimenti normativi.

C'è un aspetto che, secondo me, merita ampiamente di essere trattato e la cui non considerazione può causare notevoli problemi.
Non solo nell'ambito del lavoro ma ora su questo aspetto ci soffermeremo.

Parliamo dell'affiancamento. Uso questo termine per designare quel meccanismo per cui qualcuno che si affaccia sulla scena del lavoro si affianza a qualcuno che già lavora per superare quella prima fase di inserimento che è, tra l'altro, la più difficile.
L'affiancamento non è di pe se una cosa negativa, anzi. Però in quel concetto sono racchiuse tante e tante sfumature che una riflessione è d'obbligo.

Quando una persona decide di svolgere una certa mansione (leggiamo lavoro) può essere più o meno ferrato a livello di conoscenza teorica della mansione stessa e del contesto che vi ruota intorno. Diciamo che un neolaureato esca dall'università con una conoscenza teorica della sua materia e che voglia ricoprire un ruolo in quello specifico campo di applicazione della materia.
Per motivi a noi sconosciuti, l'istruzione è diventata fondamentalmente un fatto teorico in cui sembra che basti conoscere delle cose per essere capace di creare degli effetti.
L'istruzione in realtà è un meccanismo di apprendimento. E siccome gli esseri umani sono fatti di carne ed ossa e operano nell'universo fisico fatto di materia ed energia, essi hanno bisogno di poter realizzare cose e maneggiare oggetti per raggiungere degli scopi.
Così l'uomo apprende tramite dei meccanismi che funzionano al meglio quando vi è un equilibrio fra concetti teorici e applicazione pratiche degli stessi.

Il ruolo di fornire questo equilibrio dovrebbe essere dato dalla scuola o dal formatore stesso. Studio la contabilità e faccio la contabilità. Studio la chimica e faccio il chimico. Studio il processo civile e faccio un processo civile.
Solo in una facoltà completamente teoretica, come una facoltà di filosofia, può essere concepito non vedere le applicazioni pratiche di quanto si studia. E non è un caso che la filosofia tutta si sia fatta una brutta fama proprio quando si è allontanata troppo dalla realtà.

Ma laddove non la scuola non fornisca questo supporto nell'apprendimento degli aspetti pratici, è il singolo che deve sopperire cercando qualcuno che lo aiuti in questa delicata fase.
La persona o struttura che aiuterà un individuo a completare questo percorso di apprendimento sarà l'affiancatore. La mancanza di questa figura può essere un disastro nella vita di un individuo.
Perchè non è possibile che si impari tutto attraverso gli errori.
A volte gli errori commessi possono essere tali e tanti che non si riesce più a riprendersi.
Avete mai provato a verificare se la forza di gravità funziona buttandovi dal 3 piano di un palazzo?
Dopo imparerete con troppo dolore come la legge della gravità funziona.

Morale? La morale è che quando si decide di cambiare lavoro o iniziarne un altro, occorra verificare le proprie conoscenze teoriche, migliorarle e trovare qualcuno a cui affiancarsi fino a quando i meccanismi di quel lavoro non ci saranno non solo chiari ma anche sotto il nostro controllo.

Grazie per l'attenzione.

lunedì 10 ottobre 2011

Dove trovare dei mercati?

Uno dei problemi più sentiti dalle persone di ogni latitudine e longitudine è:
dove trovo del denaro?
Che è un modo più diretto per dire "dove trovo del lavoro o delle occasioni di business?". Che è un modo più diretto di dire:
Come posso trovare un mercato?
Invece che starnazzare su cose di cui non capisco niente o di cui, se ne hanno capito qualcosa, mentono per favorire i padroni, i giornalisti e opinionisti che in Tv e nei giornali parlano di politica dovrebbero puntare l'attenzione sul nocciolo della questione:
la dimensione, la localizzazione e la qualità dei mercati di riferimento.

Questo è valido sia per il singolo che per un distretto che per un'intera nazione.
Ma cosa intendiamo con "MERCATO"?

Un mercato si intende genericamente l'insieme e l'incontro fra la domanda e l'offerta di un bene o servizio. In misura più ristretta si intende il luogo (fisico o virtuale) dove tale incontro avviene e in cui si da vita allo scambio.

Quando qualcuno consuma (ha necessità o ricerca qualcosa) va nel mercato (il luogo in cui si scambia il tipo di bene o il tipo di servizio di cui parliamo) e visualizza le offerte.
Viceversa quando qualcuno produce (offre qualcosa) va nel mercato e pone il suo oggetto in vendita.
Questo luogo è per lo più virtuale per quasi tutti i mercati. Ad esempio, se voglio comprare una giocattolo, il mercato sarà rappresentato dagli spazi fisici dei negozi della mia città e zone limitrofe ma anche dai cataloghi di chi vende a distanza e dalle pagine di internet, dove molteplici venditori offrono qualcosa.
Porre dei confini ad un mercato è sempre più difficile.
Se prima, quando volevi comprare della verdura, andavi (appunto) al mercato della tua città e velocemente potevi capire quale fosse il prezzo di qualcosa, ora ci sono molte più difficoltà a stabilire come e dove finisca un mercato.

Ma, a parte queste riflessioni, il mercato è sempre il punto di riferimento di di chiunque.
Non che esso assurga a ruolo di Dio. Sbaglia chi pensa questo. Il mercato è un pò come il tempo meterologico. Può essere bello o brutto ma se si esce per fare una passeggiata non si può prescindere da esso.
Quando un'economia (che è di base l'insieme del mercato + i produttori + i consumatori + le regole collettive di quell'insieme di persone cioè le leggi) va male, significa solo che il numero di scambi e la loro qualità sono diminuiti ovvero che non si produce più.
Se vogliamo risanare un'economia occorre fare riferimento ai mercati.

Anche un singolo individuo deve fare i conti con i mercati quando non trova lavoro o quando volesse trovare un lavoro più soddisfacente (da un punto di vista monetario ma anche professionale).
Cioè se un lavoro è in una fase di mercato implosiva in cui gli spazi, le occasioni, gli affari e gli scambi si vanno via via contraendo, è d'obbligo pensare che esistano 2 soluzioni:
1) si cambia mercato o
2) si espande il mercato.
Quando in una zona che si è specializzata in una particolare produzione, il lavoro viene a mancare, ciò avviene perchè il mercato si è contratto. Ovvero la domanda di quel prodotto di è contratta. E si è contratta o per motivi di ciclo di vita di un mercato (ne parleremo in un prossimo post) o perchè in qualche altra parte del mondo qualcuno è diventato più bravo o più economico nell'offrire la stessa cosa.
Se estrarre il carbone in Sardegna non è più conveniente, è inutile cercare il sesso degli angeli. Il mercato si è ristretto: o lo si espande cercando nuovi potenziali clienti oppure si smette di estrarre il carbone in Sardegna.
Se si mantengono aperte le miniere con iniezioni di denaro pubblico solo per garantire i posti di lavoro, si otterrà solo che il crollo dell'area economica sarà rimandato e più fragoroso. E in più saranno stati spesi invano dei soldi che potevano essere usati per iniziare una nuova produzione.

Alla prossima. 
Grazie per l'attenzione.

sabato 8 ottobre 2011

Cosa fare di un milione di euro?

Diciamoci la verità!
Chi di noi non ha mai dedicato un quarto d'ora del suo tempo a fantasticare sul come spendere un milione di euro nel caso in cui si dovesse diventare proprietari di questa cifra.

Cosa faresti tu se possedessi un milione di euro? Io per non sbagliarmi, tanto stiamo fantasticando, mi immagino cosa farei se avessi magicamente vinto 67 o 102 milioni di euro.
Tanto non costa niente aumentare le cifre.

A parte questo, immaginare cosa si farebbe se si venisse improvvisamente in possesso di una certa cifra è un esercizio utile. Anche da un punto di vista strettamente scolastico.

Non è un caso, infatti, che moltissimi neo-milionari siano tornati ad essere dei poveracci o delle normali persone (come prima dell'incredibile afflusso di denaro nelle loro mani) dopo pochissimo tempo. Anzi la norma è che entro 5 anni le persone non abili che entrano in possesso di cifre a 6 zeri, ritornino nella loro precedente condizione finanziaria.
Questo significa che quel patrimonio è stato dilapidato in soli 5 anni.
Non accade a tutti ma questo ci dovrebbe far riflettere.
Sicuramente prima di ogni altro fattore, vi sono degli schemi mentali che ereditiamo dall'ambiente o che si formano nella nostra testa attraverso le nostre esperienze e cultura.
Chi vive per anni con uno stipendio da impiegato o operaio e che è solito fare i conti con bollette, rate e un piccolissimo gruzzoletto sul conto corrente, impara ad operare con i soldi con dei meccanismi precisi.
E quando lui entra in possesso di molti soldi, continua ad operare con quei meccanismi.

Qualcuno disse che se una ragiona da povero, continuerà ad essere povero anche se avesse un milione di euro.

Cosa fare quindi se si vince un milione di euro? Di sicuro le risposte valide potrebbero essere molte.
Ma distinguiamo subito alcuni aspetti.
E il più importante è la distinzione fra spesa e investimento.
Quale è la differenza?
Spesa è ciò per cui diamo dei soldi che finisce in un consumo immediato. Spendiamo per qualcosa che ci darà del godimento. Ovvero qualcosa che non permetterà di guadagnare altri soldi.
Inverimento è ciò per cui diamo dei soldi che non finisce in un consumo immediato. Spendiamento per qualcosa che ci permetterà di ottenere degli altri soldi.
Ovviamente è comprensibile che le 2 categorie succitate non sono degli assoluti. E' impossibile che qualcosa che consumiamo non abbia anche delle caratteristiche che in un certo modo portino ad un vantaggio in termini di investimento ed è impossibile che un investimento non abbia anche un qualche connotato di godimento.
Se dovessi spendere i nostri soldi in una vacanza, questo sarebbe un puro godimento ma il ricaricare quelle batterie, il sentirsi bene porterebbe sicuramente un giovamento sulla nostra produttività.
Così come, parallelamente, il sapere di aver vincolato dei soldi in un fondo patrimoniale che incasserò fra 10 anni non potrà comunque non portare a sentirmi meglio. Fosse solo per il fatto di avere una sicurezza in più.

In ogni caso vincendo un milione di euro, bisognerebbe stare attenti a quanti giocattoli si comprano. E per giocattolo intendiamo spendere in cose che appagano il nostro piacere immediato ma non sono specificatamente destinate a produrre di più.
Comprarsi una nuova grande casa, una (o 2) nuove auto, il guardaroba nuovo, farsi una lunghissima vacanza in giro per il mondo, comprarsi Iphone, Ipad, Ipod, Inonsocos'altro, più televisori LCD da 1200 pollici in 8D e un'impianto stereo che quando lo accendi quelli al concerto degli ACDC a 20 km non sentono niente è qualcosa di bello.
Ma dopo poco avremmo bruciato una grande occasione: quella di fare il cambio di velocità nella propria vita.

La più grande ricchezza si possa avere è possedere strumenti di produzione.
Il primo, e il più importante, è la nostra capacità personale di produrre. Spessissimo questo è proprio fuori fuoco.
Investire su se stessi è quanto di meglio si possa fare sempre. E questo non significa solo andare a scuola e prendere 27 master. E' in senso ampio. Qualche volta investire su se stessi significa anche trattarsi bene. In che potrebbe significare non trattarsi male, non ingurgitare troppe droghe o porcherie e via dicendo.

Poi ovviamente ci sono tanti altri strumenti di produzione. Imprese, locali, diritti d'autore, contratti, linee di comunicazione e via dicendo.
Il tutto molto diversificato a seconda dell'attività.
Vi andrebbe se ne parliamo con calma caso per caso?
Grazie per l'attenzione.


giovedì 6 ottobre 2011

Cosa poteva fare il governo? Ma Berlusconi dormiva....

Anni fa, un signore di nome Vitaletti propose un nuovo sistema fiscale per il nostro paese. A quel tempo Tremonti non era ancora il deus ex-machina dell'economia e decise di sposare il concetto di fondo di quel professore universitario e cioè che le imposte (da non confondere con le tasse!!) andrebbero applicate su un principio di demerito e improduttività anzichè come ora su un meccanismo di punizione di chi produce.

Ovvero QUESTO è il grande cambiamento che il sottoscritto apporterebbe in questa (e anche altre) nazioni per portare un equilibro fra chi produce e che non produce, rispettando il principio della contribuzione alle spese di uno stato.

La riforma (che molti tra cui il sottoscritto si auguravano potesse essere fatta da un non politico come Berlusconi) era di abolire ogni tipo di imposta sui guadagni ma di trasferirla sui consumi.
Detassare i guadagni e tassare i consumi ha l'ovvia conseguenza di premiare i primi e penalizzare i secondi.
E questo porta le persone a privilegiare la produzione anzichè il consumo. Ma questo non comporta alcun problema su una possibile depressione dei consumi. Perchè se una persona guadagna di più è comunque portato a spendere, anche se ciò che compra è maggiormente costoso. E' solo una questione di differente approccio. Quindi un vero governo che veramente volesse fare le riforme avrebbe dovuto abolire l'irpef (o lasciarla per una quota minima) e incrementare le imposte indirette come l'IVA. Aumentando le classi di tassazione IVA, in modo da penalizzare i beni di minore necessità più legata ad un acquisto puramente edonistico come i beni del lusso.
Se io sono un industriale che dichiara 10 milioni di euro di fatturato e 100.000 euro di utile, se non ho imposte sui guadagni, sarò incentivato a dichiarare tutto e non fare nero? Certo che si. Così il fatturato non sarà più di 10 milioni ma avremo i 20 milioni che realmente produco. E l'industriale può dichiarare il suo milione di euro di utile. Ciò che succede è che i beni di lusso hanno un'IVA (faccio un esempio) del 40% anzichè del 20% (adesso 21%). Anzi un bene come uno yacht ha un'iva del 50%. Così io che voglio comprarmi la barca da 5 milioni di euro (4 milioni circa + 21% di iva), pagherò la barca non più 5 milioni ma 6 milioni (4+2 di iva).
Lo stato detassa l'imprenditore della metà dei suoi utili (500.000 € di imposte su un milione di utile) e guadagna una somma di 4 volte superiore con il rientro dell'iva.

Questo è solo un esempio. Ma se vediamo il cittadino con uno stipendio, lui avrebbe più soldi in busta paga. Ma sarebbe anche maggiormente responsabilizzato a gestire meglio i suoi soldi.

Questo meccanismo sarebbe altamente premiante per chi risparmia ed investe e altamente penalizzante per chi spende.
Ma Keynes, nel secolo scorso, disse una stupidaggine quando disse che è la domanda che salva l'economia. E' per colpa sua che siamo diventati tutti consumatori.
Così l'occidente consuma mentre l'estremo oriente e i paesi emergenti producono. E la ricchezza fugge da noi e va da loro. Chi ha la liquidità adesso sul pianeta? Forse gli USA o l'Europa che pensano da decenni solo a spendere e non più a produrre? Perchè qualche stolto ha dato retta a quel pazzo di J.M. Keynes e ha spinto tutti a foraggiare la DOMANDA, la DOMANDA, la DOMANDA.
Anche nei giorni scorsi in TV qualcuno parlava di rilanciare la domanda e i consumi.
E rilanciare la produzione? No, quello no.

Alla prossima. Cordiali saluti.
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