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martedì 22 settembre 2026

Quando serve un professionista: il vero valore della consulenza

Introduzione: oggi non basta più “saper fare i conti”

Gestire bene il proprio denaro non significa soltanto sapere quanto si guadagna e quanto si spende. Oggi una famiglia può trovarsi a dover scegliere un finanziamento, affrontare un problema debitorio, valutare una copertura assicurativa, organizzare il proprio patrimonio oppure prendere decisioni economiche legate al lavoro o alla propria attività.

Anche un'azienda, soprattutto quando cresce, deve affrontare scelte sempre più complesse: finanziamenti, assicurazioni, organizzazione interna, gestione dei costi, rapporti con banche e fornitori.

La mia teoria è semplice: in molti casi il vero valore di un professionista non sta nel trovare una soluzione “magica”, ma nel ridurre gli errori costosi e aiutare il cliente a vedere ciò che da solo rischia di non vedere.

La Banca d'Italia sottolinea proprio l'importanza dell'educazione finanziaria per rendere i cittadini più consapevoli nelle proprie decisioni economiche e riequilibrare la relazione tra cliente e intermediario.

Il costo di una decisione sbagliata può essere molto superiore al costo della consulenza

Immaginiamo una famiglia che abbia bisogno di 30.000 euro per una determinata necessità. La differenza tra due soluzioni di finanziamento apparentemente simili potrebbe sembrare di poche decine di euro al mese.

Ma se una soluzione costa 70 euro in più al mese per 60 mesi, la differenza complessiva arriva a 4.200 euro.

Naturalmente il costo effettivo di un finanziamento deve essere valutato sulla base delle condizioni concrete, del TAEG, della durata, delle spese e delle caratteristiche del richiedente. Ma l'esempio mostra un principio importante: una piccola differenza mensile può diventare una grande differenza nel lungo periodo.

Lo stesso ragionamento vale per una polizza assicurativa scelta senza comprendere bene franchigie, esclusioni e massimali, oppure per una situazione debitoria affrontata troppo tardi.

Il professionista, quando opera nel proprio ambito di competenza, può quindi avere una funzione diversa da quella di chi semplicemente “vende un prodotto”: può aiutare a raccogliere informazioni, confrontare alternative, individuare criticità e comprendere le conseguenze economiche di una scelta.

Non tutti i professionisti fanno la stessa cosa

Un errore frequente è pensare che esista una sola figura chiamata genericamente “consulente”.

In realtà le competenze sono diverse e anche le attività sono disciplinate in modo differente.

Per esempio, nel settore degli investimenti, la consulenza in materia di investimenti è una specifica attività regolamentata: CONSOB ricorda che consiste nella formulazione di raccomandazioni personalizzate relative a operazioni su determinati strumenti finanziari. Non equivale quindi a un generico consiglio finanziario dato a un conoscente o letto su Internet.

Allo stesso modo, una persona che deve affrontare un problema fiscale può avere bisogno di un commercialista; chi deve valutare una copertura assicurativa deve rivolgersi a soggetti competenti nel settore assicurativo; chi affronta una situazione debitoria complessa può avere necessità di competenze finanziarie e, in determinate circostanze, anche legali.

Per un'impresa il principio è ancora più evidente. Crescendo, l'imprenditore non può necessariamente conoscere in profondità finanza, organizzazione, fiscalità, assicurazioni e gestione aziendale contemporaneamente.

Chiedere aiuto non significa essere incapaci. Significa riconoscere il valore della specializzazione.

Il momento giusto per chiedere aiuto è prima del problema

C'è però un aspetto che considero ancora più importante: spesso si cerca un professionista quando il problema è già diventato urgente.

È comprensibile. Finché tutto funziona, tendiamo a rimandare.

Ma prevenire può essere molto meno costoso che correggere.

Pensiamo a un piccolo imprenditore che incassa mediamente 15.000 euro al mese, ma deve sostenere 12.000 euro di costi. Sulla carta rimangono 3.000 euro.

Se però i clienti pagano mediamente a 90 giorni e i fornitori devono essere pagati a 30 giorni, può nascere una tensione di liquidità anche in presenza di un'attività apparentemente redditizia.

Una corretta analisi preventiva potrebbe far emergere il problema prima che diventi emergenza.

Lo stesso vale per una famiglia: controllare periodicamente finanziamenti, assicurazioni, spese ricorrenti e disponibilità liquide può permettere di individuare per tempo situazioni che, lasciate correre per anni, diventano difficili da modificare.

Una regola pratica: prima capire, poi decidere

Non significa affidarsi ciecamente al professionista.

Anzi, il contrario.

Un buon rapporto professionale dovrebbe aumentare la capacità del cliente di capire le proprie decisioni, non sostituirla completamente.

Prima di accettare una proposta è ragionevole chiedere:

  • Qual è il costo complessivo?
  • Quali sono i rischi?
  • Esistono alternative?
  • Quali sono i vincoli?
  • Cosa succede se la mia situazione economica cambia?
  • Quali documenti devo leggere prima di firmare?
  • Qual è il ruolo e la remunerazione del professionista?

Anche le scadenze fanno parte della gestione finanziaria. Per esempio, per il 2026 l'Agenzia delle Entrate indica il 30 settembre come termine per la presentazione telematica del 730/2026 direttamente tramite l'applicazione web, mentre sono previste ulteriori scadenze nei mesi successivi.

Conoscere queste date non significa necessariamente fare tutto da soli: significa sapere quando è il momento di occuparsi di una determinata questione.

Conclusione operativa: il professionista non deve decidere al posto tuo

La vera educazione finanziaria, secondo me, non consiste nel trasformare ogni cittadino in un esperto di banche, assicurazioni, fiscalità e finanza.

Consiste piuttosto nel sapere quali domande fare, quali documenti leggere e quando è opportuno chiedere l'aiuto di una persona qualificata.

La tecnologia ci permette oggi di confrontare rapidamente prezzi, tassi e informazioni. Ma avere più informazioni non significa automaticamente prendere decisioni migliori.

La differenza può essere proprio nella capacità di interpretarle.

Per questo, prima di una decisione economica importante, può essere utile fermarsi e chiedersi: “Quanto mi costerebbe sbagliare?”

Se la risposta è significativa, dedicare tempo alla consulenza e alla verifica delle alternative può essere una forma di prudenza, non una spesa inutile.

Hai mai scoperto, grazie a un professionista, un problema che da solo non avevi notato? Racconta la tua esperienza o scrivi il tuo dubbio nei commenti.

mercoledì 16 settembre 2026

Conto corrente gratis: come guadagna davvero la banca?

Quando una banca pubblicizza un conto corrente a zero euro al mese, la domanda è spontanea: se il cliente non paga il canone, come fa la banca a guadagnare?

La risposta è più interessante di quanto sembri. Un conto corrente, infatti, non è necessariamente un prodotto con cui la banca guadagna direttamente dal canone. Il valore per l’istituto può derivare dall’insieme dei servizi utilizzati dal cliente e, soprattutto, dal fatto che il conto rappresenta il punto di partenza di un rapporto bancario più ampio.

E i numeri mostrano che il conto “gratuito” non è affatto un’eccezione. Secondo l’ultima indagine della Banca d’Italia, pubblicata nel dicembre 2025 e relativa alle spese sostenute dalle famiglie nel 2024, la spesa media annua è stata di 30,6 euro per i conti online, contro 101,1 euro per quelli bancari tradizionali. Considerando insieme conti tradizionali, online e postali, la media ponderata è stata di 85,3 euro.

Il conto gratuito non significa necessariamente “banca senza guadagni”

La prima cosa da capire è che il canone del conto è soltanto una delle possibili fonti di ricavo.

Un cliente può avere un conto senza canone e contemporaneamente utilizzare una carta di pagamento, effettuare bonifici, prelevare contante, accreditare lo stipendio, richiedere un prestito, un mutuo o altri servizi.

Inoltre, quando una persona sceglie una banca, tende spesso a rimanere con quella banca per molti anni. Il conto corrente diventa quindi una sorta di “porta d'ingresso” a una relazione commerciale più ampia.

È un po' come entrare in un supermercato per un prodotto gratuito o molto economico: il valore dell'operazione non si misura necessariamente dal prezzo di quel singolo prodotto, ma dall'intero rapporto con il cliente.

Questa è, a mio avviso, una delle ragioni per cui negli ultimi anni si sono moltiplicate le offerte di conti a costo molto basso, soprattutto online.

Dove possono essere i costi che non vediamo?

Dire “conto gratuito” non significa necessariamente che tutti i servizi collegati siano gratuiti.

La Banca d'Italia distingue, per esempio, tra costi fissi e costi variabili. I primi possono comprendere il canone e alcune spese legate alla gestione; i secondi dipendono invece dal numero e dal tipo di operazioni effettuate.

Immaginiamo due clienti.

Mario utilizza il conto quasi esclusivamente online, riceve lo stipendio, utilizza la carta e fa pochi bonifici.

Luigi, invece, effettua numerosi prelievi, operazioni allo sportello e altri servizi a pagamento.

Anche se entrambi hanno un conto pubblicizzato come “a zero euro”, il costo effettivo annuale potrebbe essere molto diverso.

Ed è proprio questo il punto spesso sottovalutato: non bisogna chiedersi soltanto quanto costa il conto, ma quanto costa il conto per il modo in cui lo utilizziamo.

Il documento da controllare prima di aprire un conto

Esiste uno strumento molto semplice che permette di evitare molte sorprese: il Documento informativo sulle spese.

Si tratta di un documento standardizzato a livello europeo che riporta le principali spese del conto e l'Indicatore dei costi complessivi (ICC), permettendo di confrontare più facilmente offerte differenti.

Facciamo un esempio.

Supponiamo che un conto abbia:

  • canone annuo: 0 euro;
  • carta di debito: gratuita;
  • bonifico online: gratuito;
  • bonifico allo sportello: 3 euro;
  • prelievo presso altri istituti: 2 euro;
  • altri servizi con commissioni variabili.

Per una persona che fa tutto online potrebbe essere effettivamente un conto quasi gratuito.

Per una persona che effettua 20 prelievi presso altri istituti e 10 operazioni allo sportello, invece, il risultato potrebbe essere completamente diverso.

Ecco perché confrontare soltanto la scritta “zero euro di canone” può essere fuorviante.

C'è poi un altro elemento da ricordare: l'eventuale imposta di bollo, che non rappresenta un guadagno della banca ma un'imposta prevista dalla normativa fiscale. Per i conti correnti delle persone fisiche, la soglia ordinaria di giacenza media di 5.000 euro è rilevante ai fini dell'applicazione dell'imposta.

La mia teoria: il vero prodotto non è il conto, ma il cliente

Qui arriviamo alla parte più interessante.

A mio avviso, la diffusione dei conti quasi gratuiti può essere letta attraverso una semplice teoria: la banca non vende soltanto un conto corrente; cerca di costruire una relazione finanziaria duratura con il cliente.

Una persona che accredita lo stipendio su un conto è un cliente potenzialmente interessato, nel corso degli anni, a una carta di credito, un finanziamento, un mutuo, un'assicurazione o altri servizi.

Questo non significa che ogni conto gratuito nasconda necessariamente costi o che la banca stia “guadagnando alle spalle” del cliente. Significa semplicemente che bisogna guardare al modello economico complessivo.

E i dati della Banca d'Italia sembrano confermare che la digitalizzazione sta modificando profondamente questo mercato: nel 2024 i conti online hanno avuto una spesa media di 30,6 euro, molto inferiore ai 101,1 euro dei conti bancari tradizionali.

La conclusione: il conto migliore è quello adatto al tuo utilizzo

Non esiste necessariamente un conto “migliore” per tutti.

Prima di scegliere, conviene prendere gli ultimi estratti conto e chiedersi: quante operazioni faccio? Dove prelevo? Uso lo sportello? Quanti bonifici faccio? Pago un canone? Quanto spendo complessivamente in un anno?

Poi si può confrontare questo costo reale con l'ICC e con le condizioni di altre banche.

La regola più semplice è questa: non guardare soltanto il prezzo pubblicizzato. Guarda quanto ti costa davvero il conto in un anno.

E se una banca ti offre un conto a zero euro, la domanda non dovrebbe essere necessariamente “dove sta la fregatura?”, ma una domanda molto più utile: “Qual è il modello economico che rende possibile questa offerta e quanto costa a me, concretamente, utilizzare tutti i servizi di cui ho bisogno?”

Hai mai scoperto di pagare per un conto più di quanto pensassi? Scrivilo nei commenti: la tua esperienza può essere utile anche ad altri lettori.

venerdì 4 settembre 2026

BlackRock, Vanguard e State Street: perché tre giganti sono presenti in così tante aziende?

Quando si parla dei grandi protagonisti della finanza mondiale, tre nomi ricorrono continuamente: BlackRock, Vanguard e State Street.

Sono spesso descritti come società che “possiedono tutto”, dai colossi tecnologici alle banche, dalle compagnie petrolifere alle aziende farmaceutiche. Ma è davvero così?

La risposta è più interessante di un semplice sì o no. Queste società non sono, nella maggior parte dei casi, proprietarie delle aziende nel senso tradizionale del termine. Gestiscono enormi quantità di denaro appartenente ai loro clienti, attraverso fondi comuni, ETF, fondi pensione e altri strumenti.

Il risultato, però, è sorprendente: attraverso questi investimenti possono diventare tra i maggiori azionisti di migliaia di società contemporaneamente.

E questa concentrazione del potere finanziario merita di essere capita.

Tre storie diverse, un unico fenomeno

Le tre società non sono nate insieme e nemmeno con lo stesso modello.

Vanguard nasce nel 1975 per iniziativa di John C. Bogle, ma la vera svolta arriva nel 1976, quando lancia il primo fondo indicizzato destinato agli investitori individuali, oggi noto come Vanguard 500 Index Fund. L'idea era quasi rivoluzionaria per l'epoca: anziché cercare continuamente di “battere il mercato”, acquistare un paniere molto ampio di azioni a costi estremamente contenuti.

Cinquant'anni dopo, quella che inizialmente sembrava una scommessa poco interessante è diventata uno dei pilastri della finanza mondiale. Nel 2025 Vanguard dichiarava oltre 50 milioni di investitori e un costo medio ponderato dello 0,07% per i propri fondi ed ETF statunitensi.

State Street Investment Management, invece, nasce nel 1978 all'interno del gruppo State Street. La sua grande rivoluzione arriva nel 1993 con il lancio dello SPDR S&P 500 ETF, comunemente conosciuto come SPY: il primo ETF statunitense e uno strumento destinato a trasformare radicalmente il modo di investire.

BlackRock è la più giovane delle tre. Viene fondata a New York nel 1988 da Larry Fink e altri sette soci, inizialmente con una forte specializzazione nella gestione del reddito fisso.

La sua crescita è stata alimentata non soltanto dai fondi, ma anche dalla tecnologia. Un esempio fondamentale è Aladdin, la piattaforma utilizzata per analisi del rischio, gestione dei portafogli e informazioni finanziarie.

Come sono diventate così grandi? Non comprando tutto

Qui bisogna correggere una delle idee più diffuse.

Se un ETF possiede azioni Apple, Microsoft, Coca-Cola o JPMorgan, quelle azioni appartengono economicamente agli investitori del fondo, non al patrimonio personale di BlackRock o Vanguard.

La società di gestione amministra il patrimonio per conto dei clienti.

Immaginiamo un ETF con 10 milioni di euro investiti e una partecipazione dell'1% in una società.

Se l'ETF appartiene a migliaia o milioni di investitori, il gestore può risultare formalmente tra i principali azionisti della società, pur non avendo “messo in tasca” quelle azioni.

Ed è proprio qui che nasce il fenomeno interessante.

Nel 2026, per esempio, documenti depositati presso la SEC mostrano contemporaneamente Vanguard, BlackRock e State Street tra i principali azionisti di grandi società quotate. In un caso, una società mostrava rispettivamente circa l'11,5% a Vanguard, l'8% a BlackRock e il 6% a State Street.

Non significa che i tre amministratori possiedano personalmente il 25% dell'azienda. Significa che i portafogli gestiti per conto dei loro clienti rappresentano quote molto importanti del capitale.

Ed è una distinzione fondamentale.

Il vero potere non è soltanto economico: è il voto

A questo punto emerge la questione più delicata.

Possedere azioni significa, normalmente, avere anche diritti di voto nelle assemblee.

Un grande gestore può quindi trovarsi a votare su questioni importanti: nomina degli amministratori, remunerazione dei vertici, operazioni societarie e altre decisioni di governance.

Questo crea una situazione particolare.

Da una parte, la concentrazione è il risultato apparentemente naturale di una rivoluzione positiva: fondi indicizzati economici, diversificazione, pensione integrativa e accesso ai mercati per milioni di piccoli risparmiatori.

Dall'altra, la crescita gigantesca degli asset gestiti ha prodotto una concentrazione del potere di voto che pochi decenni fa era molto meno evidente.

BlackRock, per esempio, dichiarava 14.000 miliardi di dollari di patrimonio in gestione al 31 dicembre 2025. State Street dichiarava 6.300 miliardi di dollari di asset under management al 30 giugno 2026, oltre a 57.900 miliardi di dollari di attività in custodia o amministrazione, che è però una categoria diversa e non va confusa con gli asset gestiti.

Sono numeri talmente grandi da rendere evidente il cambiamento strutturale della finanza.

La nostra teoria: non è un complotto, ma nemmeno un fenomeno da sottovalutare

La nostra interpretazione è questa: non serve immaginare una cabina di regia segreta per spiegare la concentrazione finanziaria.

È sufficiente osservare gli incentivi economici.

Milioni di persone cercano investimenti diversificati e poco costosi → gli ETF crescono → gli asset dei grandi gestori aumentano → i costi possono diminuire ulteriormente grazie alle economie di scala → i prodotti diventano ancora più competitivi → arrivano nuovi investitori.

È un vero e proprio effetto valanga.

Ma c'è un secondo effetto.

Più capitale viene concentrato nei grandi gestori, maggiore diventa la loro importanza nelle assemblee societarie e nel dialogo con i consigli di amministrazione.

Questo non significa automaticamente che “controllino il mondo”. Sarebbe una conclusione semplicistica.

Significa però che la struttura proprietaria delle grandi società moderne è diventata molto più istituzionale e concentrata.

E questa situazione pone una domanda legittima: se una parte enorme dei risparmi mondiali viene investita attraverso pochi grandi intermediari, chi decide come vengono esercitati quei diritti di voto?

È probabilmente questa, più che la semplice proprietà delle azioni, la questione sulla quale dovremmo concentrare maggiormente l'attenzione nei prossimi anni.

Conclusione operativa: cosa dovrebbe capire il piccolo risparmiatore?

Per il cittadino comune, la lezione non è necessariamente “stai lontano dagli ETF” o “queste società sono cattive”.

Anzi, la diffusione della gestione passiva ha contribuito a rendere la diversificazione molto più accessibile.

La lezione è un'altra: quando investiamo attraverso un fondo, non stiamo semplicemente comprando un prodotto finanziario. Stiamo entrando in una struttura molto più ampia, nella quale esistono anche problemi di governance, proprietà e potere di voto.

La finanza moderna è diventata estremamente efficiente, ma anche estremamente concentrata.

Capire questa trasformazione significa capire meglio il mondo nel quale investiamo, risparmiamo e costruiamo il nostro futuro economico.

Tu cosa ne pensi? La concentrazione del potere finanziario nelle mani dei grandi gestori è una naturale conseguenza del mercato oppure dovrebbe essere maggiormente regolamentata? Scrivilo nei commenti.

venerdì 7 agosto 2026

Debito pubblico italiano: il vero problema non sono i 3.000 miliardi, ma la crescita che non arriva

Introduzione

L'Italia ha un debito pubblico superiore ai 3.000 miliardi di euro. A fine 2025 il debito delle Amministrazioni pubbliche era pari a circa 3.096 miliardi, corrispondenti al 137,1% del PIL. Nel 2026 il rapporto debito/PIL è previsto ancora in aumento, intorno al 138,5-138,6%.

Numeri enormi, difficili persino da immaginare. Ma c'è una domanda ancora più importante: questo debito può soffocare la crescita economica italiana?

La mia risposta è: sì, ma il debito non è necessariamente il problema numero uno. Il problema più pericoloso è la combinazione tra debito elevato e crescita economica troppo bassa.

Ed è proprio questa combinazione che può creare una sorta di circolo vizioso: poca crescita significa meno entrate e un PIL che aumenta lentamente; un debito elevato significa molti interessi da pagare; gli interessi limitano le risorse disponibili per investimenti e politiche economiche; meno investimenti possono significare ancora meno crescita.

Quanto ci costa realmente il debito?

Il debito pubblico non è un conto che lo Stato deve semplicemente "pagare" tutto insieme. È un debito che viene continuamente rifinanziato: quando arrivano a scadenza i vecchi titoli, lo Stato ne emette di nuovi.

Il problema, quindi, è soprattutto quanto costa finanziare quel debito.

Nel quadro tendenziale del Documento di finanza pubblica 2026, la spesa per interessi è indicata intorno al 4,1% del PIL nel 2026, dopo il 3,9% del 2025. Con un PIL nominale nell'ordine di 2.000 miliardi, significa una spesa per interessi nell'ordine di 80 miliardi di euro l'anno.

Per fare un esempio semplice: se un Paese spendesse 80 miliardi di interessi, sarebbe come destinare ogni anno una cifra superiore a 2.000 euro per abitante soltanto al costo finanziario del debito.

Naturalmente il confronto non significa che ogni cittadino paghi direttamente quella somma. Gli interessi sono una voce del bilancio pubblico e vengono finanziati attraverso le entrate dello Stato, comprese le imposte.

Ed è qui che il problema diventa economico: 80 miliardi destinati agli interessi non possono essere utilizzati contemporaneamente per altre finalità.

Il vero rischio: quando il debito cresce più dell'economia

Immaginiamo due Paesi.

Il primo ha un debito pari al 140% del PIL, ma cresce nominalmente del 5% ogni anno e riesce a mantenere sotto controllo il costo medio del debito.

Il secondo ha lo stesso debito, ma cresce nominalmente soltanto del 2%.

Il secondo Paese è molto più vulnerabile.

Perché? Perché il rapporto debito/PIL dipende non soltanto dalla quantità di debito, ma anche dalla capacità dell'economia di crescere.

L'Italia oggi si trova proprio davanti a questo problema. La Commissione europea prevede per il nostro Paese una crescita reale del PIL di appena 0,5% nel 2026, dopo lo stesso 0,5% nel 2025. Per il 2027 la previsione è appena dello 0,6%. Contemporaneamente il rapporto debito/PIL è previsto al 138,5% nel 2026 e al 139,2% nel 2027.

Questa è, a mio giudizio, la parte più preoccupante.

Un'economia che cresce lentamente deve comunque finanziare pensioni, sanità, stipendi pubblici, infrastrutture, istruzione, difesa e servizi. Se contemporaneamente deve destinare una quota crescente delle proprie risorse agli interessi sul debito, lo spazio per nuove politiche economiche si restringe.

Il debito può davvero "strozzare" la crescita?

Sì, ma non nel modo semplicistico con cui spesso viene raccontato.

Non è vero che "avere debito" significa automaticamente non poter crescere. Gli Stati possono avere debito elevato per molti anni senza entrare in crisi.

Il punto decisivo è il rapporto tra crescita economica, costo del debito e saldo primario.

Se lo Stato riesce a produrre un avanzo primario, cioè se incassa più di quanto spende prima degli interessi, può gradualmente stabilizzare il debito. Nel quadro del DFP 2026 il saldo primario italiano è previsto positivo e in miglioramento nei prossimi anni.

Ma c'è una difficoltà: un avanzo primario ottenuto semplicemente aumentando le tasse o riducendo gli investimenti può diventare controproducente.

Supponiamo, per esempio, che lo Stato voglia risparmiare 10 miliardi tagliando investimenti pubblici produttivi. Nel breve periodo i conti migliorano. Ma se quei 10 miliardi avrebbero contribuito a costruire infrastrutture, digitalizzazione, energia, trasporti o capitale umano, nel lungo periodo il PIL potrebbe crescere meno.

Ed ecco il paradosso: risparmiare oggi potrebbe rendere più difficile ridurre il debito domani.

Per questo la mia teoria è che l'Italia non abbia bisogno semplicemente di "tagliare la spesa". Ha bisogno soprattutto di spendere meglio e crescere di più.

Il problema numero uno dell'Italia è quindi il debito?

A mio giudizio, non esattamente.

Il debito è il grande amplificatore del problema, ma la malattia originaria è la crescita debole.

Se l'economia italiana riuscisse stabilmente a crescere del 2-2,5% reale, grazie a maggiore produttività, investimenti, occupazione qualificata e imprese più competitive, il peso del debito diventerebbe progressivamente più gestibile.

Al contrario, se il PIL continuasse a crescere intorno allo 0,5% e i tassi rimanessero relativamente elevati, anche un bilancio pubblico apparentemente sotto controllo potrebbe diventare più difficile da gestire.

Non è un caso che la Commissione europea abbia evidenziato nel 2026 un aumento della spesa per interessi e un differenziale interesse-crescita sfavorevole.

Il 22 aprile 2026 il Governo ha approvato il DFP 2026, documento che, nella nuova governance economica europea, rendiconta i progressi compiuti rispetto al piano strutturale di bilancio. Il Parlamento ha poi approvato la relativa risoluzione il 30 aprile.

Queste date sono importanti perché mostrano che il problema non è soltanto teorico: la sostenibilità dei conti pubblici è ormai inserita in un percorso di monitoraggio europeo pluriennale.

Conclusione operativa: la vera sfida è far crescere il denominatore

Quando sentiamo dire che "l'Italia ha 3.000 miliardi di debito", la tentazione è pensare che la soluzione consista semplicemente nel trovare 3.000 miliardi e restituirli.

Non funziona così.

La vera partita è far crescere il denominatore, cioè il PIL, più rapidamente del debito.

Per riuscirci servono produttività, investimenti privati e pubblici, infrastrutture efficienti, energia a costi competitivi, formazione, innovazione, occupazione e un sistema fiscale che non penalizzi eccessivamente chi produce reddito.

Il debito pubblico italiano è certamente un problema serio. Ma considero ancora più pericoloso uno scenario nel quale debito elevato + interessi elevati + crescita quasi zero diventino la normalità.

In quel caso lo Stato avrebbe progressivamente meno margine per affrontare una crisi, ridurre le tasse, finanziare nuovi investimenti o sostenere famiglie e imprese.

La domanda fondamentale, quindi, non dovrebbe essere soltanto: "Come riduciamo il debito?"

Dovremmo chiederci: "Come facciamo a far crescere l'economia italiana abbastanza da rendere il debito più sostenibile?"

Educazione finanziaria in pillole

Per capire la situazione dei conti pubblici basta ricordare una semplice regola: un debito elevato non è necessariamente insostenibile; diventa pericoloso quando cresce più velocemente della capacità di produrre reddito e quando il suo costo finanziario assorbe risorse sempre maggiori.

Per una famiglia è esattamente lo stesso principio: un mutuo da 200.000 euro può essere sostenibile con un reddito elevato e stabile, mentre anche un debito molto più piccolo può diventare problematico se il reddito diminuisce.

Hai un'opinione sul debito pubblico italiano o una domanda sui suoi effetti sulle tasse, sulle pensioni e sull'economia? Scrivila nei commenti.

lunedì 3 agosto 2026

Cosa sono i S.I.C. e perché dovresti prendertene più cura

La tua reputazione finanziaria vale più di quanto immagini

Molte persone scoprono l'esistenza dei S.I.C. (Sistemi di Informazioni Creditizie) soltanto quando una banca rifiuta una richiesta di prestito o di mutuo. In realtà, questi archivi fanno parte della vita finanziaria di milioni di italiani e possono influenzare l'accesso al credito molto più di quanto si pensi.

Contrariamente a un luogo comune molto diffuso, i S.I.C. non raccolgono solo informazioni "negative". Registrano anche i finanziamenti rimborsati regolarmente e possono contribuire a costruire una buona reputazione creditizia. Per questo motivo è importante conoscere il loro funzionamento e imparare a gestire correttamente il proprio profilo finanziario.

Cosa sono i Sistemi di Informazioni Creditizie

I Sistemi di Informazioni Creditizie sono banche dati utilizzate da banche e società finanziarie per valutare il rischio prima di concedere un finanziamento. Quando richiedi un prestito personale, un mutuo, un finanziamento per acquistare un'auto o persino uno smartphone a rate, l'intermediario consulta normalmente uno o più S.I.C.

Lo scopo è semplice: verificare se il richiedente ha già altri debiti, se in passato ha pagato con regolarità oppure se si sono verificati ritardi o insolvenze.

Tra i sistemi privati più conosciuti in Italia vi sono le banche dati gestite da operatori specializzati, mentre gli intermediari consultano anche la Centrale dei Rischi gestita dalla Banca d'Italia, che ha finalità differenti e riguarda esposizioni di importo più rilevante.

Il trattamento dei dati è disciplinato dal Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR), dal Codice Privacy italiano e dal Codice di Condotta per i Sistemi di Informazioni Creditizie, che stabilisce tempi di conservazione, diritti degli interessati e modalità di utilizzo delle informazioni.

Perché i S.I.C. possono fare la differenza

Immaginiamo due persone che richiedono entrambe un prestito di 15.000 euro.

La prima ha sempre pagato puntualmente le rate dei precedenti finanziamenti e non presenta ritardi.

La seconda ha accumulato alcuni ritardi di pagamento negli ultimi anni e ha saltato diverse rate prima di regolarizzare la propria posizione.

Pur avendo lo stesso reddito, è probabile che la banca consideri il primo cliente meno rischioso. Il risultato potrebbe essere un'approvazione più rapida, condizioni economiche migliori oppure un importo finanziabile più elevato. Al contrario, il secondo richiedente potrebbe ricevere un rifiuto oppure un'offerta con garanzie aggiuntive.

Anche una semplice richiesta di finanziamento viene normalmente registrata. Presentare contemporaneamente molte domande a diversi istituti può trasmettere l'impressione di una situazione finanziaria più delicata, motivo per cui è consigliabile evitare richieste multiple concentrate nello stesso periodo senza una reale necessità.

Come proteggere la tua reputazione creditizia

La buona notizia è che una reputazione creditizia si costruisce soprattutto con comportamenti semplici e costanti.

Il primo consiglio è rispettare sempre le scadenze delle rate. Anche un ritardo apparentemente modesto può essere segnalato secondo le regole previste dal Codice di Condotta.

È inoltre opportuno evitare di utilizzare tutta la propria capacità di indebitamento. Se il reddito mensile è di 2.000 euro e si stanno già pagando 900 euro di rate, una nuova richiesta di credito sarà valutata con maggiore prudenza rispetto a chi sostiene un impegno mensile di 300 euro.

Un'altra buona abitudine consiste nel controllare periodicamente i dati che ti riguardano. Ogni cittadino ha il diritto di richiedere gratuitamente l'accesso ai propri dati personali e di chiederne la correzione qualora riscontri informazioni inesatte o non aggiornate.

Infine, è bene conservare la documentazione relativa all'estinzione dei finanziamenti. In caso di contestazioni, avere ricevute e attestazioni può facilitare l'aggiornamento delle informazioni presenti negli archivi.

Attenzione alle tempistiche e ai tuoi diritti

Molti pensano che una segnalazione rimanga per sempre, ma non è così.

Le informazioni vengono conservate per periodi stabiliti dalla normativa e dal Codice di Condotta, che variano in funzione del tipo di evento registrato. Anche dopo aver estinto un finanziamento, alcuni dati possono restare consultabili per il tempo previsto dalle regole vigenti e poi vengono cancellati automaticamente.

Dal 1° gennaio 2026 continuano ad applicarsi le disposizioni del Codice di Condotta approvato dal Garante per la protezione dei dati personali, che disciplina le modalità di trattamento delle informazioni nei Sistemi di Informazioni Creditizie e tutela il diritto dei cittadini all'accesso, alla rettifica e, quando previsto, alla cancellazione dei dati.

Prima di presentare una domanda di mutuo o di prestito importante, può essere utile verificare la propria posizione con qualche settimana di anticipo. Un eventuale errore corretto in tempo può evitare ritardi nella pratica.

Conclusione operativa

La reputazione creditizia è un patrimonio invisibile, ma può incidere concretamente sulla possibilità di ottenere un finanziamento e sulle condizioni economiche applicate.

Prendersi cura dei propri dati nei Sistemi di Informazioni Creditizie significa pagare con regolarità, evitare richieste inutili di credito, controllare periodicamente le informazioni registrate e conoscere i propri diritti.

Educazione finanziaria in pillole

Un buon pagatore non è chi non ha mai chiesto un prestito, ma chi dimostra nel tempo di rispettare gli impegni presi. La fiducia degli intermediari si costruisce con comportamenti coerenti e responsabili, non con il reddito da solo.

Hai un dubbio sui Sistemi di Informazioni Creditizie o vuoi raccontare la tua esperienza con una richiesta di prestito?

giovedì 9 luglio 2026

I super profitti delle banche: cosa c'è davvero dietro e perché riguardano anche i tuoi risparmi

Negli ultimi due anni si è parlato spesso dei "super profitti" delle banche. I bilanci dei principali istituti italiani hanno registrato utili record, mentre molti clienti si sono chiesti perché i mutui siano diventati più costosi e i conti correnti abbiano continuato a rendere poco. Ma cosa significa davvero che una banca realizza profitti eccezionali? E soprattutto, quali conseguenze ci sono per famiglie e imprese?

Capire questo fenomeno è importante perché riguarda direttamente il costo del denaro, i finanziamenti, il rendimento dei risparmi e persino le decisioni economiche delle famiglie.

Perché le banche hanno guadagnato così tanto?

La principale ragione è stata la rapida crescita dei tassi di interesse decisa dalla Banca Centrale Europea per contrastare l'inflazione. Dopo anni di tassi vicini allo zero, tra il 2022 e il 2024 il costo del denaro è aumentato in modo significativo, modificando profondamente i ricavi delle banche.

Il meccanismo è relativamente semplice.

Le banche raccolgono denaro dai clienti attraverso conti correnti e depositi e lo prestano sotto forma di mutui e finanziamenti. Il loro guadagno principale deriva dalla differenza tra gli interessi incassati sui prestiti e quelli riconosciuti ai risparmiatori, il cosiddetto "margine di interesse".

Facciamo un esempio.

Una banca raccoglie 100 milioni di euro pagando ai correntisti uno 0,50% annuo. Successivamente concede mutui e prestiti con un interesse medio del 4%.

  • Interessi pagati ai clienti: 500.000 euro.
  • Interessi incassati dai finanziamenti: 4 milioni di euro.
  • Margine lordo: circa 3,5 milioni di euro.

Quando i tassi aumentano rapidamente, i prestiti diventano quasi subito più redditizi, mentre la remunerazione dei depositi spesso cresce molto più lentamente. È proprio questo squilibrio che ha contribuito agli utili record registrati da numerosi istituti.

Perché molti clienti non hanno beneficiato dell'aumento dei tassi?

Molti risparmiatori si sono accorti che il saldo del proprio conto corrente continuava praticamente a non produrre interessi, nonostante le notizie sui tassi elevati.

Il motivo è semplice: il conto corrente nasce come strumento di pagamento e gestione della liquidità, non come investimento. Le banche non sono obbligate a riconoscere automaticamente un interesse elevato sulle somme depositate.

Chi ha lasciato, ad esempio, 30.000 euro fermi su un conto remunerato allo 0,20% ha ottenuto circa 60 euro lordi di interessi in un anno.

Se la stessa somma fosse stata collocata, dopo un'attenta valutazione del proprio profilo di rischio e delle proprie esigenze di liquidità, in un deposito vincolato al 3%, il rendimento lordo sarebbe stato di circa 900 euro.

Naturalmente ogni soluzione presenta caratteristiche, vincoli e rischi differenti. Per questo motivo è importante confrontare le offerte disponibili e verificare sempre condizioni, durata del vincolo e tutela prevista dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, che protegge i depositi fino a 100.000 euro per depositante e per banca.

Le nuove regole e il dibattito politico

Gli elevati utili bancari hanno alimentato un ampio dibattito politico.

Negli ultimi anni il legislatore è intervenuto più volte sul tema della tassazione degli extraprofitti bancari, con norme successivamente modificate durante l'iter di approvazione. Parallelamente, autorità di vigilanza e associazioni dei consumatori hanno più volte richiamato gli istituti a offrire una maggiore remunerazione della liquidità dei clienti.

Nel frattempo continua anche l'evoluzione normativa europea in materia bancaria, con particolare attenzione alla trasparenza nei confronti della clientela e alla solidità patrimoniale degli istituti.

Dal 2026 proseguono inoltre gli obblighi previsti dalla normativa europea sulla resilienza operativa digitale del settore finanziario, con l'obiettivo di rafforzare la sicurezza informatica e la continuità dei servizi bancari. Per i clienti questo significa banche chiamate a investire sempre di più nella protezione dei dati e nella gestione dei rischi tecnologici.

Cosa può fare concretamente il risparmiatore

Le banche hanno tutto il diritto di realizzare utili, purché nel rispetto delle regole di mercato e della normativa vigente. Tuttavia anche il cliente può adottare comportamenti più consapevoli.

La prima domanda da porsi è semplice: "I miei soldi stanno lavorando oppure sono semplicemente fermi sul conto?"

Non significa inseguire rendimenti elevati o assumere rischi eccessivi. Significa verificare periodicamente se il proprio conto corrente è ancora adatto alle proprie esigenze, confrontare i costi, controllare i tassi riconosciuti sulle giacenze e valutare eventuali alternative coerenti con i propri obiettivi finanziari.

Un altro aspetto spesso trascurato riguarda il mutuo. Chi ha sottoscritto un finanziamento a tasso variabile negli anni passati dovrebbe verificare se oggi esistono le condizioni per una surroga o una rinegoziazione. Anche una riduzione di pochi decimi di punto percentuale può tradursi in un risparmio di diverse migliaia di euro sull'intera durata del prestito.

Educazione finanziaria in pillole

Un conto corrente non dovrebbe essere utilizzato come strumento di investimento. È pensato per gestire incassi, pagamenti e una riserva di liquidità per le spese quotidiane o impreviste.

Prima di lasciare somme importanti ferme per mesi o anni, è utile chiedersi quale parte del patrimonio debba restare immediatamente disponibile e quale, invece, possa essere destinata a strumenti coerenti con il proprio orizzonte temporale e il proprio livello di rischio. Una semplice verifica annuale può aiutare a prendere decisioni più consapevoli senza inseguire mode o promesse di facili guadagni.

In un periodo in cui il settore bancario continua a registrare risultati importanti, essere clienti informati è il modo migliore per tutelare i propri interessi. Conoscere il funzionamento dei tassi, confrontare le condizioni offerte dagli istituti e controllare periodicamente la propria situazione finanziaria sono abitudini che possono fare una grande differenza nel lungo periodo.

Hai un dubbio? Scrivilo nei commenti.

venerdì 19 giugno 2026

Dichiarazione dei redditi 2026: gli errori che possono costarti caro e come evitarli

Ogni anno milioni di contribuenti italiani presentano la dichiarazione dei redditi pensando che sia una semplice formalità. In realtà, una detrazione dimenticata può far perdere centinaia di euro, mentre un dato inserito in modo errato può generare controlli, richieste di chiarimenti o addirittura sanzioni.

Con la campagna dichiarativa 2026 ormai entrata nel vivo, vale la pena capire quali sono gli errori più frequenti e come evitarli. Non si tratta solo di rispettare gli obblighi fiscali, ma anche di non lasciare soldi allo Stato che potrebbero restare legittimamente nelle tasche del contribuente.

Le scadenze da tenere sotto controllo

La prima regola è non arrivare all'ultimo momento. Anche se gran parte dei dati è oggi precaricata nella dichiarazione precompilata, il contribuente rimane responsabile delle informazioni trasmesse.

Per il modello 730 relativo ai redditi dell'anno precedente, la scadenza ordinaria è fissata al 30 settembre 2026, mentre il modello Redditi Persone Fisiche può essere trasmesso entro il 31 ottobre 2026, salvo eventuali proroghe stabilite dal legislatore.

Molti contribuenti attendono gli ultimi giorni e scoprono troppo tardi documenti mancanti o informazioni non corrette. Controllare con anticipo la propria posizione fiscale consente invece di correggere eventuali errori senza fretta.

Un esempio concreto: una famiglia che ha sostenuto 2.000 euro di spese mediche detraibili e dimentica di inserirle potrebbe rinunciare a circa 361 euro di beneficio fiscale, considerando la detrazione del 19% sulla parte eccedente la franchigia prevista dalla normativa.

La dichiarazione precompilata non è sempre perfetta

Negli ultimi anni l'Agenzia delle Entrate ha ampliato notevolmente il numero di dati presenti nella dichiarazione precompilata. Spese sanitarie, interessi del mutuo, premi assicurativi e molte altre informazioni vengono trasmesse automaticamente dagli enti interessati.

Tuttavia, "precompilata" non significa "infallibile".

Possono verificarsi ritardi nelle comunicazioni, errori materiali oppure situazioni particolari che il sistema non è in grado di interpretare correttamente.

Pensiamo a chi ha cambiato lavoro durante l'anno. In presenza di più Certificazioni Uniche, alcuni contribuenti credono erroneamente che il conguaglio sia già stato effettuato dal datore di lavoro. In realtà, potrebbero emergere imposte da versare o crediti da recuperare solo al momento della dichiarazione.

Per questo motivo è fondamentale confrontare i dati presenti nella precompilata con la documentazione effettivamente posseduta.

Le detrazioni che molti dimenticano

Uno degli errori più comuni consiste nel non sfruttare tutte le detrazioni e deduzioni consentite dalla legge.

Tra le spese che più frequentemente vengono trascurate troviamo:

  • spese sportive dei figli minorenni;
  • contributi versati per colf e badanti;
  • contributi previdenziali facoltativi;
  • erogazioni liberali a enti del Terzo Settore;
  • spese universitarie in determinati casi;
  • assegni periodici corrisposti all'ex coniuge quando deducibili.

Immaginiamo una persona che versa 3.000 euro annui a un fondo pensione complementare. Entro il limite previsto dalla normativa, tali somme possono essere dedotte dal reddito imponibile.

Se il contribuente ha un'aliquota marginale del 35%, il risparmio fiscale potenziale può superare i 1.000 euro. Dimenticare di indicare correttamente questi importi significa perdere un vantaggio economico significativo.

Naturalmente ogni situazione deve essere valutata caso per caso e sulla base della documentazione disponibile.

Attenzione ai controlli e alle sanzioni

Molti contribuenti ritengono che piccoli errori non abbiano conseguenze. In realtà i controlli fiscali sono sempre più automatizzati e basati sull'incrocio delle banche dati.

Quando emergono incoerenze, l'Agenzia delle Entrate può inviare comunicazioni per richiedere chiarimenti o documentazione integrativa.

Nel caso di imposte non versate, oltre al tributo possono essere applicati interessi e sanzioni. Fortunatamente esistono strumenti come il ravvedimento operoso, che consentono di regolarizzare spontaneamente alcune violazioni beneficiando di riduzioni delle sanzioni previste.

La conservazione dei documenti resta quindi fondamentale. Ricevute, fatture e attestazioni relative alle spese detraibili dovrebbero essere archiviate con cura per il periodo previsto dalla normativa fiscale.

Anche nell'era digitale, una documentazione ordinata può fare la differenza in caso di verifica.

Conclusione operativa

La dichiarazione dei redditi non dovrebbe essere considerata un semplice adempimento burocratico. È uno strumento che permette di verificare la propria posizione fiscale, recuperare agevolazioni spettanti e prevenire contestazioni future.

Prima di inviare la dichiarazione del 2026, dedica qualche minuto a controllare i dati precaricati, confrontarli con i tuoi documenti e verificare che tutte le spese detraibili e deducibili siano state correttamente inserite.

Educazione finanziaria in pillole

Pagare meno tasse in modo legale non significa trovare scorciatoie, ma conoscere le regole. Conservare i documenti durante l'anno e tenere traccia delle spese detraibili è una delle abitudini finanziarie più semplici e redditizie che un contribuente possa adottare.

Hai un dubbio? Scrivilo nei commenti.

venerdì 5 giugno 2026

Conti deposito sotto scacco: le nuove regole del 2026 che cambiano tutto (e come difenderti)

Se hai un conto deposito, o stavi pensando di aprirne uno, devi sapere che dal 1° gennaio 2026 è entrata in vigore una modifica importante al Testo Unico Bancario. E no, non è una di quelle riforme che passano in sordina. Questa tocca direttamente i tuoi soldi, il rendimento che ti aspetti e persino la possibilità di svincolare il denaro quando vuoi. Vediamo cosa cambia, perché molte banche stanno già modificando i fogli informativi e, soprattutto, come puoi proteggere i tuoi risparmi.

Il cuore della novità: fine dei tassi “a sorpresa”

Fino al 2025, molte banche offrivano conti deposito con un tasso garantito per un certo periodo (es. 4% lordo per 12 mesi), ma si riservavano la facoltà di modificare unilateralmente il tasso in qualsiasi momento, con un preavviso anche di soli 30 giorni. In pratica, potevi svegliarti con una mail che diceva: “Da domani il tuo rendimento scende all’1%”. E non potevi fare nulla, se non svincolare i soldi (spesso pagando una penale).

La nuova normativa (art. 12-bis del D.Lgs. 87/2026) ha messo fine a questa pratica. Da giugno 2026 – il periodo di adeguamento è scaduto il 31 maggio – ogni conto deposito deve indicare in modo chiaro e separato:

·        il tasso base (che la banca può modificare solo con preavviso di almeno 90 giorni, motivato e pubblicato sul proprio sito);

·        l'eventuale premio di fedeltà (extra rendimento che la banca non può toccare finché rispetti le condizioni).

Sembra una vittoria per il risparmiatore? Sì, ma con una fregatura. Perché molte banche, anziché adeguarsi, hanno scelto la strada opposta: hanno eliminato del tutto i conti deposito con tasso variabile “libero” e li hanno sostituiti con prodotti vincolati a 24 o 36 mesi. E qui arriva il secondo cambio epocale.

Lo svincolo non è più automatico

Prima del 2026, quasi tutti i conti deposito liberi permettevano di riprendere i soldi in 24-48 ore, magari perdendo solo gli interessi dell’ultimo trimestre. Oggi, la legge consente alle banche di applicare una penale di svincolo fino al 5% del capitale se chiedi indietro i soldi prima della scadenza naturale del vincolo. E attenzione: la penale può essere applicata anche ai conti definiti “liberi” se la banca dimostra che il tasso promosso era condizionato a un impegno minimo di permanenza di 12 mesi.

Facciamo un esempio concreto. Hai 20.000 € su un conto deposito che paga il 3,5% lordo con vincolo 24 mesi. Dopo 8 mesi ti serve liquidità per un’emergenza. La banca ti restituisce i 20.000 €, ma trattiene il 5% di penale: 1.000 €. Più gli interessi maturati (circa 466 € lordi) vengono decurtati o azzerati. In sostanza, ci rimetti più di quanto hai guadagnato.

Cosa fare allora? Le tre mosse del risparmiatore furbo

Prima mossa: leggi la nuova sezione “penali e svincolo” che tutte le banche hanno dovuto inserire nei contratti dal 1° giugno 2026. Se è scritto in caratteri più piccoli del resto, diffida. Alcuni istituti (in particolare le banche online più trasparenti) hanno già introdotto un “diritto di ripensamento” di 30 giorni senza penali. Sono quelli da preferire.

Seconda mossa: valuta gli ETF monetari come alternativa. Strumenti come C3M (AMUNDI ETF EURO MTS 3-6 MONTHS) o SMART (LYXOR SMART CASH) non hanno vincoli, sono negoziati in Borsa come azioni e rendono attualmente il 3,1% netto (perché i tassi BCE sono al 2,5% e gli ETF monetari seguono l’€STR). Non hai penali di svincolo, solo una commissione di acquisto/vendita (circa 0,10-0,20%). E non devi aspettare 90 giorni per avere il capitale.

Terza mossa: se vuoi restare sui conti deposito, scegli solo quelli con “tasso scalare”. Che significa? Alcune banche (es. Illimity, Cherry Bank) hanno introdotto un meccanismo per cui il tasso cresce ogni 6 mesi: es. 2% primi 6 mesi, 3% successivi, 4% dal 13° mese. E la penale di svincolo è solo sugli interessi, mai sul capitale. È l’unica configurazione che ti tutela in caso di emergenza reale.

E le banche tradizionali?

Le grandi banche fisiche (Intesa, UniCredit, Banco BPM) hanno approfittato della riforma per abbassare i tassi sui conti deposito a cifre simboliche (0,5% lordo) e spingere i clienti verso i loro fondi comuni, dove le commissioni di gestione arrivano al 2% annuo. Il consiglio è chiaro: evitali come la peste per la liquidità a breve termine. Se hai bisogno di parcheggiare soldi per meno di un anno, vai su un ETF monetario o su un conto deposito online con le caratteristiche che ti ho indicato.

Educazione finanziaria in pillole

Questa riforma ci insegna una cosa semplice ma potente: quando il legislatore interviene per “tutelare” il risparmiatore, spesso le banche trovano il modo di girarci intorno, rendendo i prodotti più rigidi e meno convenienti. La vera protezione non arriva dalla legge, ma dalla tua capacità di leggere un contratto, confrontare le penali e sapere che un rendimento più alto è quasi sempre figlio di un vincolo più stretto.

Se vuoi approfondire, nel prossimo post parlerò dei nuovi PIR previdenziali e di come possono sostituire (o affiancare) un fondo pensione. Intanto, hai un conto deposito? Controlla la data dell’ultimo aggiornamento contrattuale. Se è precedente al 1° giugno 2026, scrivi alla banca e chiedi il nuovo documento informativo. È un tuo diritto.

Hai dubbi o vuoi che analizzi il contratto del tuo conto deposito? Scrivimi nei commenti.

venerdì 11 novembre 2022

L'uomo che ha perso più soldi nella storia in un solo giorno

"Storie di tutti i giorni" cantava Riccardo Fogli.
Ma non è questo il caso.
Anche se è una storia dei nostri giorni.

Particolare, veramente.

Di che parliamo? 
Di un giovane signore americano, al secolo Sam Bankman-Fried, che ha stabilito un record assoluto.

E' diventato colui che ha perso più soldi, come singolo individuo, in un solo giorno nella storia umana.

Parliamo di aver perso un valore stimato di 15 miliardi di dollari in un sol giorno.
Si, hai letto bene. Questo tizio ha perso 15 miliardi (non milioni, miliardi) di dollari in un sol giorno.

Ah, se sei preoccupato per lui, sappi che non è diventato povero, visto che è rimasto con 1 miliardo di euro di attivo ancora in suo possesso. Quindi probabilmente riuscirà a fare la spesa questa settimana.

Ma, a parte l'aspetto goliardico e quasi irriverente del fatto, che si presta a molteplici spunti di satira, la cosa dovrebbe farci fare e porre le giuste domande.

Questo blog nasce dall'idea di portare economia e finanza agli aspetti basici e comprensibili.

Quindi, cosa ne deduciamo?

Il senso comune di una persona comune si interroga e molti di noi si risponderanno che la cosa non è possibile. Come è possibile perdere o bruciare 15 miliardi di dollari in un giorno? Sembra strano. E in effetti lo è. Semplice.
Cosa abbiamo
Furto?
Incendio?
Alluvione?
Truffa?

Niente di tutto questo. La realtà, questa si amara e importante, è che al mondo ci sono moltissime persone che vengono ritenute ricche ma che poi, all'atto pratico, non lo sono.
Anche se lo sono.

Lo so. E' un paradosso. E infatti è questo paradosso che vogliamo esaminare.
Il signor Bankman-Fried è un grande investitore e proprietario di criptovalute. Il suo patrimonio e la sua ricchezza era dovuta al possesso di un portafoglio di questo tipo di valtte. Le criptovalute.... ricordi? Ne abbiamo parlato qui.
La questione è che se possediamo 100.000 sghenghi (nome inventato per dire una cosa) e il mercato (che è fondamentalmente un accordo non scritto) valuta ogni sghengo 100.00 euro, io avrò una ricchezza (potenziale) di 10 miliardi di euro. Ma se il mercato cambia idea, e il valore di uno sghengo crolla da 100.000 euro a 10 euro, io adesso avrò una ricchezza (sempre potenziale) di solo 1 milione di euro.

E così è andata al signore americano. 

La realtà è che stiamo entrando in un tunnel PERICOLOSISSIMO. Le persone ricche non sono più quelle che hanno beni di valore (terreni, case, industrie, macchinari, brevetti, formule) ma che hanno beni di valore stimato. E' tutto ormai una questione di valutazioni che si basano su valutazione che si basano su accordi che si basano su scommesse che si basano su andamenti di qualcosa. Che a volte sono cose concrete ma a volte no.

E' nostra opinione che dobbiamo svegliarci da questo specie di sogno. In cui la ricchezza (reale) viene ottenuta basandosi su produzione di cose intangibili.

Se la questione continua senza intervento non delle autorità ma nostro, si prepara un disastro.
Qui un approfondimento sulla notizia: https://www.fanpage.it/innovazione/tecnologia/la-storia-di-bankman-fried-il-miliardario-delle-cripto-che-ha-perso-il-94-dei-suoi-soldi-in-un-giorno/

GRAZIE MILLE PER L'ATTENZIONE

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