venerdì 11 dicembre 2009

Capitalismo e comunismo: 2a parte.

Proseguiamo con il nostro esame su queste 2 forme di organizzazione economica, il comunismo e il capitalismo, che apparentemente appaiono essere lontane anni luce l'una dall'altra e che per tutto il XX secolo sono state in aperto contrasto.

Ricordiamo la premessa della 1a parte:
Se si premiano (validano) le situazioni con statistiche alte (cose che vanno bene), continueremo ad ottenere statistiche alte.
Se si puniscono le situazioni con statistiche alte, si otterranno statistiche basse.

Rovesciando la cosa:
Se si premiano le statistiche basse, si otterranno statistiche basse.
Se si puniscono le statistiche alte, si otterranno statistiche basse.

Quale caratteristica possono mai avere capitalismo e comunismo per cui possiamo arditamente affermare che sono effetti della stessa causa oppure facce della stessa medaglia? Diciamo pure modelli figli del medesimo genitore e forse per questo in contrasto violento fra loro?

Il comunismo preleva da chi lavora in modo totale e ripartisce in modo egualitario. Engels, co-fondatore del comunismo con Karl Marx, sosteneva il motto: "Da ciascuno secondo le proprie possibilità, a ciascuno secondo le proprie necessità!".
L'idea portante è molto romantica e, antropologicamente, ammirevole.
In realtà il comunismo a conquistato (per poi perderlo) mezzo mondo solamente in virtù di questa meta: far si che nessuno nella società fosse abbandonato a se e fosse diseguale rispetto ad altri nel suo vivere concreto.
Ma esaminiamo da un punto di vista pragmatico il sistema.

Abbiamo un villaggio. Un villaggio composto da 100 persone, più o meno. In esso vi è una embrionale ripartizione dei ruoli. C'è chi coltiva, chi alleva, chi fa il falegname, chi produce vestiti, chi fa il fabbro e così via.
Il comunismo prevede che ognuno dia il massimo e produca e metta la sua produzione insieme a quella degli altri.
Quello che succederà (si può fare l'esperimento) è che qualcuno, dopo un pò, si accorgerà di lavorare più degli altri ma di ricevere, secondo lui, decisamente meno di quanto produce. Qualcun altro, all'inverso, otterrà più di quanto produce.
Questa situazione viola completamente la regola della premessa. Chi produce viene "punito" e spinto a produrre meno. Il ragionamento è che, comunque, lui riceverà sempre le stesse cose in cambio del suo lavoro. Chi non produce vede una convenienza a non continuare a produrre perchè tanto gli viene dato in proporzione alle sue necessità.
Questo però porta in generale ad una diminuzione della produzione dell'intero villaggio. E in pratica questo comportamento porta tutti ad essere più poveri. Che poi è quello che è successo laddove sono stati implementati i modelli comunisti come nell'est europeo. Alla fine il sistema è collassato per mancanza di produzione.

Quindi ne traiamo una scoperta: il comunismo premia le statistiche basse e punisce le statistiche alte.

Vediamo il capitalismo.
In esso, ricordandoci del nostro villaggio, vedremo che ognuno produce e tiene per se quello che produce, scambiandolo sul mercato e ottenendone maggiore ricchezza, sia che essa sia sotto forma di baratto o di denaro.
Ma qui vi è il primo errore in cui molti cadono nell'esame del sistema capitalistico.
Confondono il capitalismo con il sistema di mercato. In realtà queste cose non sono identiche ma semplicemente soventemente sovrapposte.
Cioè si presentano insieme ma non sono la stessa cosa.
In senso stretto il capitalismo prevederebbe che alcuni componenti del villaggio abbiamo la proprietà di qualcosa. Ad esempio delle terre circostanti il villaggio, o del fiume vicino, delle miniere o delle botteghe. Prendiamo il caso che ci sia solo uno che possieda tutte le botteghe e attività artigianali. Lui le mette in opera e richiede il lavoro di altri membri del villaggio a cui passa un compenso fisso sulla cosa. Fabbrica beni e servizi da cui ottiene un certo valore. Lascia a chi lavora (operai) una parte di questo e trattiene per se il resto come profitto.
Fin qui ci siamo? E' semplice. Ma è su questo punto che è facile confondersi.
Questo non è il capitalismo. Non nel senso in cui lo abbiamo presentato. Qualcuno lo chiama capitalismo ma questa definizione deve essere abbandonata perchè porta a delle conseguenze logiche di analisi delle concrete situazioni di mercato che comportano distorsioni troppo evidenti.
Non è una definizione funzionale.

Lo so, lo so. La cosa si sta incartando e diventando complicata. Abbiate pazienza e sbrogliamo il tutto.

Anche se qualcuno nel villaggio possiede i mezzi (il capitale) e pur facendo lavorare altre persone rispettasse le regole premesse, il villaggio andrebbe bene e la produzione crescerebbe.
Immaginiamoci che PIPPO, proprietario di tutte le botteghe e dei campi del villaggio, ricompensasse i suoi operai in base alla produzione. Quello che una volta era chiamato "lavoro a cottimo"! Che succederebbe? Di base questo meccanismo annullerebbe la barriera del capitale.
Io, GIGI, agricoltore ricevo una ricompensa (poco importa se in beni o in denaro) proporzionale ai PRODOTTI ottenuti a prescindere che il terreno sia mio o di PIPPO.

Ed ecco lì il bivio! Eccolo lì il maggiordomo assassino!
Il bivio è IN BASE A QUALE FATTORE CHI LAVORA VIENE RICOMPENSATO?
In base al tempo passato a produrre o in base ai PRODOTTI ottenuti?
Questo crea una grande differenza.
Se paghiamo un operaio per le sue ore di lavoro, ci allontaniamo dalla situazione naturale in cui se non si ottengono prodotti si muore di fame. Perchè si crea l'idea mentale che è il nostro tempo a valere e non l'applicazione della nostra abilità nel conseguire un risultato.
Se aprite un negozio e non vendete, poco importa quante ore siete stati dietro il bancone.
Se siete degli agenti e incotrante mille clienti, poco importa quante ore e km avete divorato.

Il capitalismo entra di scena quando il proprietario dei mezzi di produzione paga a tempo chi lavora per lui consentendogli di mettere da parte per lui stesso quello che Marx chiamava il Plusvalore. Ma qui siamo solo all'ingresso del capitalismo.
Perchè se chi mette a disposizione i propri mezzi di produzione, organizza l'attività dei collaboratori/operai e crea qualcosa (l'azienda!!) che altrimenti non ci sarebbe stata, questo va ancora bene.
Anzi va molto bene. Perchè questo è lo spirito imprenditoriale. Un membro del villaggio capisce che organizzando certi mezzi e persone può ottenere qualcosa di più da vendere agli altri villaggi: questo è buono, porta ricchezza. E la cosa è tanto più buona quanto la distribuzione di questa ricchezza si attua rispettando la regola delle premesse. Gli operai più bravi ricevono di più e quelli meno bravi di meno.

I problemi nascono quando nel sistema imprenditoriale di mercato, qualcuno comincia a guadagnare senza fare niente. Ecco il capitalista. Lui, in un qualche modo, molto spesso politico ovvero di accordi privati di spartizione delle risorse, si pone in una posizione dominante.
E guadagna dal semplice prestare il capitale senza nessun apporto.
Quindi se in un sistema imprenditoriale di mercato, permettiamo che le persone ricevano denaro in base al tempo prestato e non in base ai prodotti e se permettiamo che persone del villaggio ricevano qualcosa senza produrre, allora ritorniamo nel meccanismo del comunismo.
Chi riceve senza fare niente o facendo poco, continuerà a farlo.
Mentre chi si sbatte dalla mattina alla sera per cercare di migliorare le cose comincerà a tirare i remi in barca.

Attualmente nel mondo occidentale non vi è un'economia di mercato basata sul premiare le statistiche alte cioè chi produce.
E del comunismo, i nostri governi hanno preso solo l'aspetto malato ovvero premiare le statistiche basse ovvero chi non fa niente.

Chi di noi non si indigna quando sa che un parlamentare, dopo un paio di anni di legislatura, prenderà una pensione vitalizia pari al suo stipendio parlamentare. Chi non si indigna o prende dei soldi senza meritarli o spera di farlo. O copre qualcuno che è in quella situazione.
Gli altri si indignano.
Perchè non vi è corrispondenza fra il denaro guadagnato e il prodotto.
Perchè un parlamentare deve prendere 10 o 20mila euro al mese (non so esattamente) a priori dei risultati! Perchè deve vestirsi bene quando va a Roma?
Per carità, siamo seri. E smettiamola con questa idea di destra e sinistra. Concetti ideologici creati nell'ottocento totalmente inapplicabili nella realtà di oggi.
Il piccolo imprenditore che lavora da mattina a sera rischiando di suo ha il diritto al profitto. Lui rende la società più ricca.
Ma anche l'impiegato e operaio virtuoso che si impegna e fa guadagnare la sua azienda dovrebbe essere premiato. A discapito dei suoi colleghi non bravi come lui.
Ma questo sembra utopia in un capitalismo che di mercato imprenditoriale ha ben poco ma che di semi comunisti nel suo ventre parecchi.

Alla prossima e grazie dell'attenzione.
per Aspera ad Astra!

4 commenti:

Carlo ha detto...

Sono completamente d'accordo con te. Purtroppo mi sono reso conto ,parlando con colleghi e con la gente in genere, che prevale il seme comunista piuttosto di quello imprenditoriale.
Una persona, chesi chiamava Ron e che io reputo un mio grande amico, diceva: "il comunismo è una filosofia fallimentare ed il capitalismo ci ha portato le tasse legate alla produzione". Più lavori e più ti punisco facendoti pagare di più di chi si grata.
Ciao, Carlo.

Stefano ha detto...

Grazie per aver spiegato in maniera semplice e comprensibile una cosa di cui mi sono reso conto da anni, cioè che destra e sinistra non esistono e che il sistema in uso è sempre quello, cambia la forma ma non la sostanza.

Costa oronzio Gabriele ha detto...

Meravigliosamente chiaro e sintetico!

Francesco ha detto...

Grazie per questa 2a parte Antonello; chiarissimo il tuo discorso, lo condivido e penso che dovrebbe far parte del bagaglio culturale di chiunque. Dovrebbe addirittura essere insegnato nelle scuole.
Alla base di questi due 'ismi' sappiamo chiaramente che ci sono persone o gruppi di persone che non gradiscono il prosperare di tutti gli altri e per quello sfruttano questo o quell 'ismo' per schiacciarli e controllarli.
Dissento in parte sul discorso degli 'interessi sul capitale'.
Ipotizziamo che ci sia Piero, un abitante di quel virtuoso villaggio, ha lavorato per vent'anni, ha prodotto, ha pagato le tasse ora ha accumulato una certa quantità di risparmi.
Di per sè il risparmio monetario e' un fattore di sopravvivenza in quanto consente durante i periodi di magra di sopravvivere.
E' il così detto 'fieno in cascina'.
Dunque tutti gli abitanti del villaggio dovrebbero avere del fieno in cascina.
Adesso però entra in ballo il discorso di 'rischio'.
Gemma, abitante del villaggio, ha bisogno di ampliare la sua attività e non disponendo di capitale sufficiente chiede a Piero
una certa somma di denaro.
Piero la concede ma si accolla un rischio, ovvero che Gemma per diversi motivi non riesca a restituirgli il denaro.
Quindi a Piero và riconosciuto questo rischio in qualche modo e di solito ciò avviene in denaro tramite un 'interesse'.
Qualora Gemma riuscisse nell'ampliamento della sua attività Piero potrebbe considerarsi fiero e premiato dagli interessi.
E il villaggio intero ne beneficerebbe.
In sostanza nei concetti di prestito di capitali e di interesse non vedo nulla di sbagliato.
Ma chiaramente tutto ciò che è buono può essere alterato e sfruttato per danneggiare.
Vedi i casi dei Tango Bonds, di Cirio e di Parmalat.
Per ora mi fermo qui, anche perchè non voglio togliere il lavoro ad Antonello.
Resto ansiosamente in attesa della prossima puntata.

Un saluto a tutti i lettori del blog.

Francesco

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